Morton Schatzman

La famiglia che uccide

Feltrinelli, Milano 1977

Wer über gewisse Dinge den Verstand nicht

verliert, der hat keinen zu verlieren.

(Chi per certe cose non perde il senno, quegli

non ha senno da perdere.)

GOTTHOLD EPHRAIM LESSING, Emilia Galotti (1772), IV, 7.

Prefazione

Daniel Paul Schreber (1842-1911), eminente giudice tedesco, a quarantadue anni impazzì, guarì e otto anni e mezzo dopo impazzì nuovamente. Non si sa se egli ridivenne mai perfettamente sano, nel senso tradizionale del termine. Psichiatri e psicoanalisti lo considerano un classico caso di paranoia e di schizofrenia. Il padre, Daniel Gottlieb Moritz Schreber (1808-1861), che si occupò della sua educazione, era un noto medico tedesco e uno studioso di pedagogia. Le sue teorie ebbero grande influenza a quell'epoca e dopo la sua morte. Egli pensava che i suoi tempi fossero moralmente "fiacchi" e "in decadenza," a causa soprattutto della debolezza che caratterizzava l'educazione e la disciplina dei bambini a casa e a scuola. Egli si propose di "combattere" il "lassismo" della sua epoca con un elaborato sistema educativo mirante a rendere i bambini obbedienti e sottomessi agli adulti. Riteneva che le sue regole, se seguite, avrebbero portato a una società e a una "razza" migliori. Applicò nell'educazione dei bambini gli stessi principi fondamentali seguiti dai regimi totalitari, laici e religiosi. Come loro, pensava che niente è più importante in un bambino dell'obbedienza e della disciplina. Ebbe due figli; Daniel Gustav, il maggiore, divenne anch'egli pazzo e si uccise.

Sarebbe importante sapere se è più, meno o ugualmente probabile che i genitori e le società che considerano l'obbedienza e la disciplina come le mete principali dell'educazione infantile rendano i figli pazzi, di quanto facciano altri genitori e società.

Il quadro della vita familiare del dottor Schreber padre riflette, come in una caricatura, le ideologie ampiamente sostenute nell'attuale società "liberale" dell'Occidente: gli adulti maschi devono avere il potere; la sessualità nei bambini e negli adolescenti deve essere repressa; due adulti (i genitori), per quanto ignoranti, bigotti o intolleranti siano, devono sorvegliare la moralità dei figli fino a un periodo che va dalla media alla tarda adolescenza; i bambini devono imparare presto a sottomettersi, spesso in modo acritico, alla volontà dei genitori.

In questi ultimi anni abbiamo cominciato a preoccuparci maggiormente dei bambini picchiati, trascurati e maltrattati, ma ci sono delle forme di brutalità più sottili e meno drammatiche che persistono in molte famiglie. È di queste forme e delle loro durature conseguenze sui bambini che mi occupo qui e in parte del mio lavoro quotidiano.

In questo libro collego la straordinaria esperienza di Daniel Paul Schreber, a causa della quale fu considerato pazzo, ai metodi di educazione del padre nell'infanzia. Metto in luce e collego fra loro due gruppi di fatti — le strane esperienze del figlio da adulto e le tecniche paterne di educazione dei bambini — e faccio delle ipotesi sulle loro possibili connessioni.

Si considerino i metodi di educazione dei bambini adottati dal padre come un insieme di elementi, e le strane esperienze del figlio come un altro insieme. Mi propongo di definire le operazioni con cui i metodi del padre sono trasformati in elementi dell’esperienza del figlio. Se una bizzarra esperienza del figlio sembra chiaramente in relazione con un procedimento del padre, chiamo l'esperienza un'immagine o un trasformato (cioè il prodotto di una trasformazione) di quel procedimento; uso in modo interscambiabile i termini "immagine" e "trasformato."

Non tutte le esperienze del figlio sono immagini delle pratiche paterne. Il giudice Schreber aveva anche una madre, una nonna che morì quando egli aveva quattro anni e mezzo (Niederland, 1963), un fratello maggiore, tre sorelle e delle bambinaie. Anche la sua relazione con ognuno di loro, le loro vicendevoli relazioni, la relazione di ognuno con quella di ogni altro con lui, la sua relazione con le relazioni di ognuno con ogni altro, ecc., probabilmente si presentarono, trasformate, nella sua "malattia di nervi." Posso darlo soltanto come possibile, poiché si sa poco della maggior parte dei membri della sua famiglia di origine e niente di attendibile sulle scene che si svolgevano fra di loro; né posso trovare, nell'insieme delle esperienze del figlio, delle immagini per ogni elemento dell'insieme di metodi educativi del padre. Lo scritto del figlio, come ogni scritto, è una versione delle sue esperienze drasticamente ridotta; infatti deve avervi omesso molti episodi avvenuti durante gli anni della sua vita ivi descritti. Inoltre, la sua mente può avere così profondamente trasformato la sua esperienza di alcune attività del padre che, anche se ne facesse menzione, non riuscirei a riconoscerla. Qui mi riferisco soprattutto alle esperienze del figlio che posso dimostrare essere immagini della condotta del padre, e alla condotta del padre per la quale posso trovare delle immagini nell'esperienza del figlio.

Voglio mettere a fuoco non il perché ma il come il giudice Schreber arrivò a sentirsi perseguitato; non cosa causò le sue sensazioni, ma gli avvenimenti che possono esservi correlati.

Propongo che le esperienze da lui ritenute soprannaturali e considerate dai medici come sintomi di una malattia mentale siano viste come trasformati del trattamento a cui il padre l'aveva sottoposto. Suggerisco inoltre che il padre gli abbia insegnato, quando era bambino, dei modelli con cui operare in base alla propria esperienza cosicché, in seguito, egli riteneva proibito (o si proibiva) di vedere come nella sua straordinaria relazione con Dio rivivesse la sua relazione infantile col padre. Questo libro illustra e applica questa tesi.

La mia attenzione qui è rivolta principalmente a due intelletti, quello del padre e quello del figlio, e alle relazioni tra loro. Le mie scoperte riguardano molti campi: la pedagogia, l'educazione, la psichiatria, la psicoanalisi, la psicologia, la religione, la sociologia e altri. Nell'ultimo capitolo considero alcuni possibili legami tra le teorie del padre sull'educazione dei bambini e il sorgere del nazismo, e nell'epilogo esamino la somiglianza tra le sue opinioni, quelle sostenute attualmente dai russi e quelle di B. F. Skinner, psicologo comportamentista americano.

Dato il nostro stato di ignoranza, posso solo accennare ad altre questioni. Pare che certi individui considerati pazzi imparino, fin dalla prima infanzia, strani modelli di esperienza e di comportamento. Gran parte di ciò che viene ritenuto come pazzia può essere visto come una sorta di adattamento a certe situazioni di apprendimento, per quanto maladattato possa essere nel mondo esterno a quelle situazioni. Recenti studi sulle famiglie di origine di persone etichettate come schizofreniche rivelano che esperienze e stranezze di alcune di loro possono essere comprese come risposte a famiglie che inducono la pazzia. Come si può rendere comprensibile l'esperienza e la condotta di altri membri di quelle famiglie? In quali situazioni essi hanno imparato a fare esperienze e ad agire l'uno nei confronti dell'altro in modo così disturbante? In che tipo di contesto sociale vivono famiglie con figli pazzi? Non so rispondere a queste domande; per farlo, è probabilmente necessario esaminare criticamente tutti i nostri modelli di allevamento dei bambini, di educazione e di vita familiare più radicalmente di quanto si sia mai fatto finora.

Questo libro deve molto a fonti che non vengono discusse ampiamente nel testo, specialmente al lavoro pubblicato da Bateson e dai suoi colleghi sulla schizofrenia e a discussioni precedenti la stesura del libro con David E. Schecter e R.D. Laing. Un elenco di tutte le persone che hanno influenzato le idee e la struttura di questo libro coinciderebbe quasi completamente con l'elenco dei miei colleghi ed amici. Fra coloro che hanno parzialmente o completamente letto il testo desidero ringraziare in particolare per gli utili consigli Robert Adkinson, Joseph e Roberta Elzey Berke, Everett Dulitt, Aaron Esterson, Jean Houston, Murray e Ellie Korngold, R.E.L. Masters, Doris Nagel, Fred Sander, Thomas Scheff, Alan Tyson e Harry Wiener. Son grato anche a Vicky Rippere per avere trovato alcune citazioni e per avermi aiutato nella traduzione dal tedesco di alcuni brani.

Alcune parti di questo libro sono state già pubblicate sotto forma di articolo (Schatzman, 1971) in "Family Process."

Capitolo primo
Modelli di pazzia

Fino a poco tempo fa i ricercatori studiavano individui considerati schizofrenici al di fuori del loro contesto sociale. L'attenzione era rivolta ai "pazienti", non al comportamento di altre persone verso di loro; in alcuni ambienti questo atteggiamento permane immutato. Di conseguenza, il concetto di schizofrenia è stato co-struito non su tutti, ma solo su alcuni dei dati che sono necessari per capire le esperienze di persone considerate schizofreniche.

Alcuni cosiddetti schizofrenici che ho conosciuto parevano descrivere durante la "malattia", mediante simboli, il loro contesto sociale, passato e presente. Quanto più venivo a conoscenza della loro vita, tanto più riuscivo a vedere la verità in ciò che dicevano. Le loro famiglie, tuttavia, respingerebbero le loro parole come segni o sintomi di malattia e perciò come prive di valore. I loro medici, estranei all'ambiente sociale in cui la "malattia" si è sviluppata, le respingerebbero anch'essi. L'idea che qualcuno è malato di mente porta facilmente a considerare privo di valore tutto ciò che dice.

In questo libro mostrerò come un uomo considerato schizofrenico alludesse, durante la sua presunta pazzia, ad alcune dolorose verità sulle proprie esperienze infantili; né gli importanti medici di questo secolo che lo etichettarono come malato di mente, né alcuno dei suoi conoscenti, afferrò il significato del suo messaggio.

Daniel Paul Schreber cominciò la sua carriera di paziente psichiatrico a quarantadue anni, trascorse tredici dei suoi successivi ventisette anni in ospedali psichiatrici e vi morì. All'età di sessantun anni pubblicò Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken (Memorie di un nevropatico), su annotazioni circa le sue esperienze e i suoi pensieri mentre "soffriva di una malattia di nervi". Benché avesse cominciato il suo lavoro in un ospedale psichiatrico senza alcuna idea di pubblicarlo, cambiò poi opinione col progredire di esso. Arrivò a pensare che "le osservazioni del mio caso personale durante la mia vita sarebbero di un certo valore sia per la scienza che per la conoscenza della verità religiosa". Secondo Ida Macalpine e Richard Hunter, storici della psichiatria e traduttori delle Denkwürdigkeiten di Schreber in inglese (1955), "Schreber è attualmente il paziente più ampiamente citato in psichiatria" (p. 8).

Schreber attribuiva le sue due prime "malattie di nervi" a un "eccesso di lavoro mentale." La prima, insorta mentre era presidente di un Tribunale di contea, fu causata, egli disse, "dalla mia candidatura al Parlamento" [il Reichstag]; perse le elezioni (Niederland, 1963) e sei settimane più tardi fu ricoverato in una clinica dove rimase sei mesi. Scrive:

Dopo essere guarito... ho vissuto con mia moglie in piena felicità per otto anni, che furono per me prodighi anche di onori, seppur di tanto in tanto offuscati per il fatto che la speranza di veder la nostra unione benedetta dalla prole era sempre delusa (Denkwürdigkeiten, p. 36).

Poi, qualche settimana dopo avere assunto il grave "onere di presidente della Corte d'appello di Sassonia" (ibid., p. 34), "si verificò un evento straordinario".

Durante parecchie notti in cui non riuscivo ad addormentarmi continui scricchiolii si potevano sentire nel muro della nostra stanza... più volte mi svegliarono proprio mentre stavo per addormentarmi. Naturalmente pensammo a un topo. Ma poiché ho udito simili rumori moltissime volte da allora e ancora li sento sempre intorno a me di giorno e di notte, sono arrivato a riconoscerli senza alcun dubbio come miracoli divini (pp. 37-38).

Un mese più tardi fu ricoverato nuovamente in clinica; aveva cinquantun anni. Questa volta rimase in manicomio per nove anni. La maggior parte degli episodi che descrive nelle Denkwürdigkeiten, pubblicate un anno dopo la sua dimissione, avvennero durante questo secondo lungo ricovero; è a questi episodi che il mio libro si riferisce. Sappiamo invece molto poco della sua ultima permanenza di quattro anni in un ospedale psichiatrico, che si concluse con la sua morte.

Tutti i medici che curarono Schreber o che hanno scritto di lui lo hanno considerato malato di mente. Schreber era di diversa opinione. Così comincia l'introduzione alle sue Denkwürdigkeiten:

Ho deciso di fare domanda di essere dimesso dal manicomio fra breve per vivere di nuovo in mezzo alla gente civile e a casa con mia moglie. Tuttavia è necessario dare alle persone che costituiranno allora la cerchia delle mie conoscenze una idea almeno approssimativa delle mie concezioni religiose, in modo che possano un po' capire la necessità che mi costringe a diverse stranezze di comportamento, anche se essi non comprenderanno completamente queste apparenti stranezze.

Questo è il proposito del mio manoscritto; in esso proverò ad esporre in modo almeno parzialmente comprensibile i fatti soprannaturali, la cui conoscenza mi è stata rivelata... Non posso certo sperare di venire pienamente compreso, perché tratto di argomenti che non possono essere espressi nel linguaggio umano; essi superano l'umana comprensione... Di una cosa sono sicuro, cioè che sono andato infinitamente più vicino alla verità degli altri esseri umani che non hanno ricevuto la rivelazione divina (pp. 1-2).

Più oltre scrive:

... Riterrei un grande trionfo della mia abilità dialettica se attraverso il presente saggio, che sembra stia acquistando la dimensione di un lavoro scientifico, raggiungessi anche soltanto il risultato di far scuotere la testa ai medici, incerti se dopo tutto non ci sia qualche verità nelle mie cosiddette illusioni e allucinazioni (p. 132 n.).

Aveva fatto l'esperienza di Dio per la prima volta a cinquantanni, durante quello che lui chiamava il suo "tempo santo"; altri hanno considerato questo periodo come la fase acuta di una psicosi. Fu quotidianamente in contatto con i poteri soprannaturali nei successivi otto anni e forse fino a quando morì, all'età di sessantotto anni. Quando parla della sua "malattia di nervi," non si riferisce a un disturbo nevrotico nel senso che noi attribuiamo a questa espressione, o a una malattia mentale o a qualunque malattia nel comune senso medico o psichiatrico del termine. Nella sua "malattia di nervi" i suoi "nervi" avrebbero raggiunto "uno stato di grandissima eccitazione" e "avrebbero attratto i nervi [o raggi] di Dio" (p. 11). Di solito considerava queste esperienze come "morbose" e spiacevoli. Mentre i suoi "nervi" erano in contatto con i "raggi" di Dio egli avrebbe raggiunto la conoscenza dei "fatti soprannaturali." Ciò che egli riteneva divine rivelazioni i suoi medici le consideravano illusioni, come farebbero i medici contemporanei.

Il dottor Weber, uno dei medici dell'ospedale di Schreber, in un rapporto su di lui dice che le sue esperienze religiose danno un'idea della sua "concezione del mondo patologicamente alterata" (Appendice alle Denkwürdigkeiten, p. 388). Weber pensa che una "malattia mentale" sia "senza dubbio presente" (ibid., p. 391).

In risposta Schreber scrive:

Nego assolutamente di essere malato di mente o di esserlo mai stato... Il reperto medico... avendomi riconosciuto come un caso di paranoia (follia), contiene un insulto alla verità che difficilmente potrebbe essere peggiore (p. 405).

Afferma che durante la maggior parte del suo soggiorno in ospedale Weber "conobbe solo il guscio patologico, come amavo chiamarlo, che nascondeva la mia vera vita spirituale" (p. 424).

Ai nostri giorni una persona che ha delle esperienze straordinarie si trova spesso in difficoltà. Di solito nessuno dei suoi conoscenti ha avuto simili esperienze. Nessuno accetta la sua testimonianza. Anche se altri volessero imparare ad avere un'esperienza del mondo simile alla sua, cosa che di solito non accade, non saprebbero come fare, né egli sarebbe in grado di insegnarglielo. Se egli persiste nelle sue strane esperienze e continua a raccontarle, essi probabilmente lo considereranno malato di mente.

La credenza che alcune forme di malattia mentale causino esperienze e comportamenti insoliti è ampiamente diffusa e radicata. In quasi tutto il mondo l'opinione ufficiale considera l'esperienza e il comportamento insoliti di alcune persone come prodotti della malattia mentale chiamata schizofrenia. Prima dell'età moderna l'opinione ufficiale riteneva che molte di queste esperienze e di questi comportamenti fossero di origine soprannaturale. Alcune persone che continuano a crederlo ai nostri giorni sono etichettate come schizofreniche proprio a causa di questa convinzione.

Molti dei pensieri di Schreber mentre era considerato schizofrenico erano normali. Tre anni prima che Schreber fosse dimesso dall'ospedale dove fu ricoverato per nove anni, il dottor Weber scrive:

... Schreber ora non appare né confuso né inibito: egli non è compromesso in maniera apprezzabile nella sua intelligenza, è assennato, la sua memoria è vivace, dispone di una larga messe di cognizioni nel campo giuridico e in altri rami del sapere, è capace di esporre ordinatamente il corso dei suoi pensieri, mostra interesse per gli avvenimenti politici, la scienza, l'arte ecc., e se ne occupa continuamente... (Appendice alle Denkwürdigkeiten, pp. 385-86).

Il resoconto dell'autopsia (Baumeyer, 1956) non fa menzione di alcuna lesione cerebrale.

Alcune esperienze vissute da Schreber durante la pazzia assomigliano a quelle descritte da sciamani o da stregoni, cioè da esperti nell'estasi e nel sacro delle culture "arcaiche" (v. Eliade, 1951 e 1957). Come loro egli è "scelto" da poteri soprannaturali; il sacro si manifesta attraverso i suoi sensi raffinati; egli impara i nomi e le funzioni delle anime e degli esseri superiori, il linguaggio degli uccelli e un linguaggio segreto — nel suo caso, la "lingua fondamentale" (Grundsprache) di Dio. Egli ha visioni e cade in trance, vede, ascolta e sente avvenimenti nascosti ad altri uomini. Dice di chiamarsi nel "linguaggio dell'anima," il "profeta degli spiriti, cioè un uomo che vede e comunica con gli spiriti o con le anime defunte" (Denkwürdigkeiten, p. 77). Come alcuni sciamani, Schreber sente aumentare la luce intorno a sé, indossa vesti femminili e sente di essere bisessuato. Come quasi tutti gli sciamani, specialmente durante l'iniziazione, sopporta torture corporali e smembramento.

Penso che alcune esperienze di molte persone etichettate come schizofreniche assomiglino a quelle degli sciamani. Persone molto lontane quanto a spazio, lingua, cultura e precedenti credenze spirituali hanno avuto esperienze straordinariamente simili. Chiunque può averle? Sono necessari ancora molti studi, non solo per imparare di più su sciamani e schizofrenici, ma anche sulle parti della nostra mente di cui solitamente siamo inconsapevoli.1

Altre culture, specialmente quelle che onoravano gli sciamani e forse anche quella propria di Schreber, parecchie centinaia di anni prima avrebbero considerato valide le esperienze e le interferenze per cui egli fu considerato pazzo. I suoi racconti delle sue rivelazioni e le sue discussioni su Dio non persuasero i suoi contemporanei, in parte perché li attribuivano a un diverso paradigma — la malattia mentale — in base al quale costruivano le sue esperienze. Gli psichiatri di allora, come farebbero quelli di oggi, spiegarono e trattarono le proprie esperienze della sua stranezza con un vocabolario, una teoria e un insieme di pratiche ben articolati, basati sul modello di una malattia interna a lui.

Schreber è considerato un classico caso di paranoia e di schizofrenia; entrambe sono malattie mentali. Eugen Bleuler (1911), che inventò il termine "schizofrenia" e ne sviluppò il concetto, riteneva che Schreber fosse paranoico, schizofrenico, allucinato, delirante, dissociato, autistico e ambivalente. Bleuler considerava il resoconto di Schreber sulle sue esperienze come generalmente considerava le parole dei pazienti psichiatrici, cioè come materiale o produzione, come una sorta di liberazione semantica di un processo patologico. Classificò i discorsi di Schreber e ne commentò la forma e il contenuto, ma non cercò di capirli come messaggi dotati di significato. A proposito delle persone definite paranoiche afferma: "Non si può fare nessun affidamento sui discorsi dei pazienti..." (1924, p. 525). I medici di Schreber adottarono verso di lui un comportamento analogo, come farebbero molti medici di oggi.

Bleuler, come prima di lui Kraepelin, sulle cui concezioni egli basò molte sue idee sulla schizofrenia, non era interessato all'educazione ricevuta dai suoi pazienti. Kraepelin (1904), nella sua lezione "Paranoia e follia sistematica progressiva," descrive a lungo, dettagliatamente, il caso clinico di un uomo, senza far nessun riferimento alla sua infanzia, alla sua adolescenza o a nessun membro della sua famiglia di origine e senza neppure accennare al fatto che non ne fa menzione.

Freud, a differenza dei suoi predecessori, cercò di comprendere ciò che dicevano i suoi pazienti e di collegare le loro esperienze con avvenimenti della loro infanzia. Così facendo, classificava le persone ora chiamate schizofreniche in diverse categorie a seconda della malattia di cui presumibilmente erano affette. Freud non conobbe Schreber, ma ne descrisse il caso basandosi sulle Denkwürdigkeiten. Il suo studio su Schreber è di cardinale importanza per la teoria psicoanalitica delle psicosi ed ha esercitato una grande influenza. Infatti esso è alla base dell'opinione, sostenuta dalla maggior parte degli psicoanalisti, secondo cui la paranoia nasce come "difesa" contro un amore omosessuale, cioè l'individuo paranoico è perseguitato da un amore inconscio, in particolare per il genitore del suo stesso sesso, che egli (o ella) vive coscientemente come una persecuzione proveniente dall'esterno.

Gli psicoanalisti, a partire da Freud, si sono interessati all'infanzia dei loro pazienti e hanno tratto i loro dati soprattutto da quanto essi raccontavano loro. Ma poiché i pazienti, come chiunque altro, non riferiscono le loro esperienze interamente né precisamente, questa informazione non può essere completa e può anzi essere fuorviante. Teorie costruite su dati limitati spesso richiedono una revisione quando nuovi dati vengono alla luce.

L'analisi di Freud su Schreber è l'unica fra i casi da lui studiati in cui esista ancora una fonte di dati "grezzi" sull'infanzia di Schreber, di cui Freud si è servito. Il padre di Schreber, medico, ortopedico e studioso di pedagogia, scrisse diciotto libri e opuscoli, molti dei quali trattano di metodi pedagogici, che egli applicò ai suoi stessi figli. Benché sapesse del padre di Schreber, Freud non usò i suoi scritti come dati, anche se i suoi libri erano stati letti da un ampio pubblico ed erano ancora reperibili. Bleuler non aveva neppure menzionato il padre di Schreber. Neppure coloro che scrissero su Schreber nei successivi cinquant'anni usarono come dati gli scritti di suo padre. La maggior parte non esaminò neppure le Denkwürdigkeiten, ma si limitò a discuterne i passi già citati da Freud.

Tredici anni fa, William Niederland (1959 a), psicoanalista americano, mise in luce alcune impressionanti somiglianze fra certi bizzarri pensieri di Schreber e le tecniche usate dal padre per educare i bambini. Nei seguenti capitoli mi servirò di parecchi esempi di Niederland. Egli ha studiato per più di vent'anni gli antenati, l'educazione e la vita adulta di Schreber, traendone notevoli risultati. Il suo scopo è di dimostrare come le sue scoperte confermino le conclusioni di Freud sui motivi per cui Schreber divenne paranoico; senza rendersi conto che le sue scoperte richiedono ipotesi radicalmente nuove.

Ho letto alcuni scritti del padre e ho trovato:

- che parecchie delle straordinarie esperienze vissute da Schreber, per cui fu etichettato come paranoico, schizofrenico, alienato, ecc., possono essere collegate a specifici procedimenti del padre,

- che i sistemi pedagogici messi in atto dal padre potrebbero disorientare qualsiasi bambino,

- che egli avrebbe vietato a un bambino di rendersi conto come i suoi metodi fossero disorientanti.

Il mio studio è un tentativo di collegare la mente di un adulto, considerato pazzo, al comportamento del padre verso di lui quando era bambino. Non possiamo mai essere sicuri di che cosa sia accaduto realmente fra un genitore e un figlio. Sarebbe così anche se fossimo stati presenti, poiché possiamo sperimentare il comportamento dell'uno verso l'altro ma non il vissuto che uno ha dell'altro. Ogni resoconto di ciò che è avvenuto tra padre e figlio è basato, in buona parte, sulle ricostruzioni dell'autore. Questo è vero, anche se non altrettanto, per le autobiografie.

Non mi occupo qui di eventi traumatici isolati che possono essere accaduti una o due volte nell'infanzia di Schreber, ma di modelli di avvenimenti che si verificarono periodicamente e che possono essere collegati a modelli di avvenimenti da lui vissuti ripetutamente durante la sua "malattia di nervi."

Benché mi limiti allo studio della mente di Schreber e del comportamento del padre, le mie scoperte e il metodo con cui vi sono giunto possono aiutare a comprendere altri individui considerati paranoici o schizofrenici. Le mie scoperte portano alla luce altri problemi. L'ironia è dovunque. Un eminente studioso di pedagogia ha un figlio psicotico; questo fatto non intacca la sua reputazione. Freud, avido lettore — così come i suoi successori — trascura i libri di pedagogia scritti da un uomo del cui figlio egli cerca di dedurre le esperienze infantili. I genitori tedeschi allevano i propri figli secondo le idee di un uomo che molti oggi considererebbero un sadico o un malato mentale.

Rendiamoci conto di una lacuna delle nostre attuali conoscenze: nessuno ha compiuto ricerche sistematiche sulle connessioni fra la diversa realtà intuita dagli sciamani, dagli stregoni, dagli schizofrenici e dai pazzi di tipo mistico, e gli avvenimenti della loro infanzia. Sembra che tutti rivestano le loro rivelazioni religiose nelle forme sociali in cui sono stati allevati: Padre e Figlio, Madre e Bambino, la Sacra Famiglia, la Città di Dio, il Re e il Regno e così via. Quando ridurremo tutto ciò a uno stesso denominatore, quando tutto ciò sarà morto, saremo maggiormente in grado di conoscere Chi si nasconda nelle diverse forme sociali.

Tutti i dati di cui dispongo consistono di parole scritte in lavori pubblicati, in particolare del padre e del figlio. Ci piacerebbe avere l'impossibile: registrazioni audiovisive delle conversazioni che avvenivano fra padre e figlio o, meglio ancora, delle registrazioni del figlio stesso, prima e durante la sua "malattia di nervi." Inoltre ci piacerebbe sapere di più del suo matrimonio, di cui egli racconta così poco. Avrei voluto percepire con i miei organi di senso la sequenza di stimoli emessi dalle persone e dagli oggetti nella sua prima famiglia, nella seconda e nel reparto dell'ospedale. E come era stato educato il padre di Schreber? E sua madre? E i loro genitori? I dati a nostra disposizione sono un minuscolo frammento dell'informazione che ci piacerebbe ottenere. Tuttavia, ciò che abbiamo è sufficiente al mio scopo.

Lo studio delle parole scritte presenta dei vantaggi. A differenza delle persone, esse non sono influenzate dal fatto di venire osservate. Chiunque, adesso o fra anni, può ripetere esattamente il mio rapporto con la situazione da me studiata; inoltre l'autobiografia di Schreber ha il vantaggio di essere più completa di qualunque caso clinico. Essa è, dalla prima pagina all'ultima, ricca di particolari e così finemente elaborata che lo stesso Schreber diceva che sarebbe stato difficile esprimere oralmente le sue idee (Appendice alle Denkwürdigkeiten, p. 390).

Siamo fortunati ad avere il libro di Schreber. Chi in un ospedale dei giorni nostri avesse le stesse esperienze e manifestasse comportamenti analoghi ai suoi verrebbe sottoposto a una batteria completa di trattamenti anti-schizofrenia: forti dosi di tranquillanti, elettroshock o coma insulinici o entrambi e, magari, operazioni al cervello. Questo trattamento gli renderebbe lo scrivere difficile o impossibile. Nei tredici anni passati in ospedali Schreber ricevette, per quanto ne sappiamo, solo narcotici e sedativi.

In questo studio mi arrischio in un campo tradizionalmente riservato alla psichiatria; per esempio propongo delle teorie sulle allucinazioni, sull'ipocondria e sulla paranoia e traggo i miei dati dal caso di un individuo considerato un paziente psichiatrico classico. Ma questo libro riguarda anche la politica: la micropolitica dell'educazione dei bambini e della vita familiare e la sua relazione con la macropolitica di gruppi umani più ampi. Mettendo in discussione il valore del modello della malattia mentale, nella sua forma classica, come strumento per comprendere individui come Schreber, sollevo anche alcune questioni riguardanti la politica della psichiatria e della medicina.

Le rivoluzioni politiche cominciano con la sensazione crescente, spesso limitata a una piccola parte della comunità politica, che le istituzioni esistenti non sono più adeguate ai problemi posti dall'ambiente che esse hanno in parte creato. Analogamente, le rivoluzioni scientifiche cominciano quando si sviluppa la sensazione, spesso ristretta a un piccolo numero di scienziati, che un paradigma dominante non spieghi più a sufficienza alcuni aspetti del mondo su cui poteva aver fatto luce in precedenza (Kuhn, 1970, pp. 92-93). Come la decisione di rifiutare le strutture politiche esistenti comporta il bisogno di crearne di nuove, così la decisione di attaccare un modello scientifico deve implicare la ricerca di nuovi modelli. Nelle questioni politiche e legali dipendiamo dai nostri governanti; nel nostro modo di pensare e di vedere dipendiamo dalle nostre premesse. Di conseguenza bisogna sceglierle bene.

Molti ricercatori ritengono che l'individuo considerato schizofrenico sia vittima di eventi la cui origine risiede dentro di lui. Non pensano che la sua "condizione" sia una risposta alla condotta tenuta nei suoi confronti da chi gli sta attorno; al contrario suppongono che egli si sia tenuto "estraneo" agli altri, magari fin dalla nascita. Le prove che presento in questo libro tagliano netto con questo punto di vista. Non che io offra un perfetto modello per la comprensione degli individui chiamati schizofrenici; è ancora troppo presto: però mi avvio in una direzione in cui il vecchio modello potrà essere cambiato o potranno esserne trovati di nuovi.

Molte persone sono sconcertate dal comportamento dei cosiddetti schizofrenici. Ritengo che se si incontrassero a un livello profondo, individualmente e in "famiglia," come ho fatto io, le persone che compongono le famiglie di tali individui, esse risulterebbero non meno sconcertanti dei figli cosiddetti psicotici. Allora sarebbe facile capire, almeno credo, come la capacità di vivere in tali famiglie richieda l'uso di strategie speciali, tortuose e persino bizzarre.

Nei capitoli seguenti darò particolare risalto alla descrizione dei pensieri del padre di uno schizofrenico; conoscere le sue opinioni può essere sconcertante. Mi riesce doloroso immaginare di vivere con lui e terrificante pensare di crescere nella sua casa. Tuttavia egli godette di grande stima presso i suoi colleghi e contemporanei per almeno parecchie decine di anni, e influenzò molta gente. Ciò dà a questa storia un'importanza che va molto al di là dei consueti interessi della psichiatria clinica.

Note

1 La maggior parte di noi in presenza di un uomo che vive esperienze straordinarie adotta la posizione della madre di Amleto quando questi le chiede se non vede il fantasma: Amleto: Non vedi niente qui? — regina: Assolutamente niente; comunque vedo tutto quello che c'è. — Mi chiedo come sapesse di vedere "tutto quello che c'è".

Capitolo secondo
Il padre

Il dottor Daniel Gottlieb Moritz Schreber, il padre del famoso paziente psichiatrico, era un uomo insolito. Scrisse libri di anatomia e di fisiologia umana, di igiene e di cultura fisica. Si dedicava alla formazione del fisico mediante la ginnastica: si allenava quotidianamente e aveva fatto costruire in giardino delle parallele; fondò un'associazione ginnica per la quale fece costruire una palestra e raccomandò con successo alle associazioni studentesche di incoraggiare i propri iscritti a parteciparvi (vedi Ritter, 1963, pp. 10 e 18). Aggiunse principi morali ai suoi precetti per la salute fisica, fondendoli in un sistema pedagogico globale per genitori e insegnanti. Diceva di applicare questi metodi ai suoi stessi figli. Riteneva che, se i lettori dei suoi libri avessero applicato i suoi principi alla loro vita quotidiana e a quella dei loro figli, ne sarebbe derivata una razza umana più forte. Dedicò la sua Kallipädie (1858), da cui trarrò più avanti delle citazioni, "alla salvezza delle generazioni future." Il titolo completo del libro è Educazione alla bellezza mediante una promozione naturale ed equilibrata del normale sviluppo del corpo, di una salute che sia di sostegno alla vita e di una nobile elevazione mentale, soprattutto con l'uso, se possibile, di speciali mezzi educativi: per genitori, educatori e insegnanti.

Intorno al 1840 il giovane dottore decise di costruire un sanatorio per bambini, ma, nonostante grandi sforzi, non riuscì ad ottenere il permesso dalle autorità (Ritter, op. cit., p. 18). All'età di trentasei anni divenne direttore medico di un istituto ortopedico di Lipsia, carica che mantenne fino alla morte avvenuta quando aveva cinquantatré anni. Alla sua morte, il figlio Daniel Paul, l'autore delle Denkwürdigkeiten, aveva diciannove anni.

Freud, scrivendo nel 1911, anno della morte del figlio e cinquant'anni dopo la morte del padre, disse di quest'ultimo:

[Egli] non era stato uomo insignificante... il [suo] ricordo, grazie alle innumerevoli Associazioni Schreber fiorenti soprattutto in Sassonia, è vivo ancor oggi... I [suoi] sforzi diretti ad uno sviluppo armonico della gioventù, alla collaborazione dell'educazione familiare con quella scolastica, all'elevazione del livello sanitario dei giovani attraverso la cultura fisica ed il lavoro manuale, hanno esercitato un'azione duratura sui suoi contemporanei. Della sua fama quale fondatore in Germania della ginnastica terapeutica testimoniano ancora le numerose edizioni della sua Artzliche Zimmergymnastik [Ginnastica medica da camera] assai diffuse nei nostri ambienti (Freud, 1911, pp. 394-95).

Le Associazioni Schreber menzionate da Freud sono associazioni per l'esercizio della ginnastica, del giardinaggio e delle attività all'aria aperta; Niederland (1960) dice che nel 1958 contavano più di due milioni di iscritti in Germania. Il dottor Schreber inoltre diede vita ai Giardini Schreber, piccoli appezzamenti di terreno alla periferia della città, che gli abitanti possiedono e coltivano durante il week-end; essi sono ancora molto diffusi in Germania e in parte della Svizzera.

Forse il dottor Schreber presentava una faccia al mondo ed un'altra a coloro con cui viveva. Franz Baumeyer (1956), psicoanalista tedesco, durante il suo incarico in un ospedale vicino a Dresda dal 1946 al 1949, trovò questa annotazione fra gli appunti clinici relativi ai ricoveri del figlio: "Suo padre (fondatore dei Giardini Schreber di Lipsia) soffriva di idee ossessive con impulsi omicidi." Baumeyer pensa che la fonte di questa notizia sia stata un membro della famiglia Schreber o una persona vicina alla famiglia (Niederland, 1960); il padre era morto trent'anni prima che quell'annotazione venisse scritta.

Il dottor Schreber aveva due figli. Daniel Gustav, il maggiore, di tre anni più vecchio del fratello Daniel Paul, si suicidò sparandosi all'età di trentotto anni (Niederland, 1963). La sorella minore di Daniel Gustav disse che egli aveva avuto una "psicosi progressiva" e che un medico aveva pensato di chiuderlo in un manicomio (Baumeyer, 1956); una necrologia su un giornale riportava che era affetto da melanconia (Niederland, 1963). Il nipote di Daniel Gustav, figlio della sorella maggiore Anna, disse a Baumeyer (1956) che Daniel Gustav aveva "cominciato a studiare legge e aveva finito con lo studiare chimica," ciò che appare in contrasto con la necrologia, citata da Niederland, secondo cui Daniel Gustav era un giudice.

Poco si sa della moglie del dottor Schreber, dei loro altri figli (tre ragazze) o della loro vita familiare. Una delle figlie è etichettata come isterica nelle note dell'ospedale trovate da Baumeyer. Lo stesso nipote disse a Baumeyer che Sidonie, la sorella immediatamente più giovane di Daniel Paul, rimase nubile e alla fine non aveva "più la mente molto a posto"; non sappiamo se Sidonie fosse la sorella "isterica."

Anna, in una lettera scritta nel 1909, due anni dopo la morte della madre, ne descrive il ruolo:

Nostro padre discuteva sempre con la mamma ogni cosa; ella prese parte a tutte le sue idee, decisioni e progetti, lesse con lui le bozze dei suoi scritti e fu sempre la sua fedele compagna, vicina in ogni momento (Niederland, 1963, p. 203).

Possiamo dedurre dagli scritti del dottor Schreber che tipo di ruolo avesse la moglie:

Quando l'uomo può sostenere le sue opinioni adducendo una verità dimostrabile, nessuna moglie di buon senso o di buona volontà vorrà opporsi alle sue parole decisive (D.G.M, Schreber, 1858, p. 32 n.).

Se si vuole un'educazione pianificata che si basi su principi che le permettano di svilupparsi, il padre sopra chiunque altro deve tenere nelle sue mani le redini dell'educazione... La principale responsabilità del risultato complessivo dell'educazione è sempre del padre... (ibid., p. 32).

Secondo il dottor Schreber, c'era un solo essere supremo: Dio, di sesso maschile. Consigliava di insegnare ai bambini che Dio è "l'amoroso Padre del mondo" (p. 155).

Cito un'ulteriore relazione di Niederland (1963) sulla lettera di Anna:

In essa Anna descrive dettagliatamente come ogni cosa in casa Schreber fosse gottwärts gerichtet (orientata verso Dio), come Dio fosse presente nel loro inondo infantile in ogni momento, non solo nelle preghiere quotidiane, mi in ogni sensazione, pensiero o azione. Conclude la lettera con queste parole: "Tutto ciò ebbe termine con l'improvvisa morte del nostro amato padre..." (p. 205).

Secondo la sua opinione e secondo la sua opinione delle opinioni degli altri membri della famiglia, la presenza di Dio in casa dipendeva dalla presenza del padre.

Data l'idea del dottor Schreber sulla parte che i padri hanno e devono avere in famiglia, è probabile che egli si arrogasse nella sua famiglia un potere simile a quello divino. I membri della famiglia, che collegavano la sua presenza con quella di Dio, probabilmente rappresentavano il sistema di potere della famiglia in termini cosmici. E il padre, che era visto da loro come Dio e che recitava il ruolo di Dio, insegnava loro con la sua "divina" autorità che Dio è Padre.

Il dottor Schreber spingeva i genitori a stimolare, incoraggiare ed obbligare i bambini ad essere devoti a Dio.

È opportuno che questi giovani imparino a rendersi conto fin dall'inizio che ogni essere umano è necessariamente costretto ad accettare che ogni cosa trascendente il regno del suo potere dipenda dalla benevolenza di una Mano Superiore (1858, p. 244).

Se il padre di un bambino è il suo Dio ed egli impara che ogni cosa trascendente il proprio potere dipende da quello di Dio, allora il potere del padre su di lui aumenta ancora di più.

Propongo (come fece Freud) che l'autore delle Denkwürdigkeiten trasformi il padre della sua infanzia nel Dio della sua "malattia di nervi." Attraverso questo libro mostro dei legami fra il probabile comportamento del padre verso il figlio e la strana relazione di quest'ultimo con Dio.

Il dottor Schreber riteneva che i genitori dovessero limitare la libertà dei bambini mediante una dura disciplina, per il bene della loro salute morale, mentale e fisica. Pare che credesse che i bambini fossero dei criminali o dei malati fin dalla nascita, o che senz'altro lo sarebbero divenuti a meno che non si fossero salvati in tempo. Per esempio, egli propone (1860) di "obbligare" gli insegnanti con un "regolamento scolastico" ad invitare i genitori a tenere a scuola regolari riunioni, e fra gli altri adduce questo motivo:

Questo accordo darebbe ai cittadini la possibilità di ascoltare entrambe le parti e non solo i lamenti e le menzogne degli allievi. I moventi che sempre più spingono i bambini a desiderare di ingannare l'insegnante, o i genitori o entrambi sarebbero stroncati sul nascere. Gli allievi, la cui coscienza sarebbe sotto un controllo uniforme, stretto e duplice, ne sarebbero elevati moralmente... (p. 41).

Gli allievi non dovevano essere invitati.

Il suo modello della mente umana è semplice. I pensieri, i sentimenti e le azioni o sono buoni, nobili, elevati, giusti e raffinati, o sono cattivi, ignobili, bassi, errati e volgari. Quelli che non sono né una cosa né l'altra sono "indifferenti."

Ritiene di sapere cosa è buono, nobile, elevato, giusto e raffinato e cosa non lo è, ma non dice come lo sappia. Le componenti cattive della mente sono "erbacce" da "sradicare" e "sterminare. "

I nobili semi della natura umana germogliano verso l'alto nella loro purezza per Io più spontaneamente, se quelli ignobili, le erbacce, sono individuati e distrutti in tempo. Ciò va fatto spietatamente e crudelmente. È un errore pericoloso credere che le macchie nel carattere di un bambino scompariranno da sole. Alcuni particolari possono scomparire, ma la radice rimane, si mostra negli impulsi corrotti e ha un effetto nocivo sul nobile albero della vita. Il cattivo contegno di un bambino diverrà nell'adulto una grave mancanza di carattere e apre la via al vizio e alla bassezza (1858, p. 140).

Riteneva che l'umanità fosse assediata da molti nemici, cioè dalla debolezza, dalla sensualità, dall'indolenza, dalla languidezza e dalla codardia. Riteneva che fosse particolarmente importante e cruciale per la totalità della vita e in particolare per il carattere... formare un muro di protezione contro il malsano predominio del lato emotivo e contro la debolezza della sensibilità — la malattia della nostra epoca — che bisogna riconoscere come il comune motivo della frequenza in continuo aumento della depressione, della malattia mentale e del suicidio (ibid., p. 281).

Ironicamente, depressione e malattia mentale afflissero i suoi due figli, portandone uno al suicidio.

Parlando di "vera nobiltà d'animo," proclama:

Una giovane immaginazione è risvegliata nel modo migliore o, se già infiammata, viene nutrita e orientata mediante esempi in cui si rispecchiano purezza morale, abnegazione, umiltà davanti a Dio e rispetto per gli uomini, buon cuore, eroico spirito virile o nobile femminilità, pensieri elevati, assoluto coraggio, maturità intellettuale, inflessibile fermezza di carattere nel vortice delle tentazioni, coraggiosa determinazione, vigorosa energia, costante ma misurata perseveranza nella lotta per scopi alti e nobili, fermezza nel pericolo e nella sofferenza — in breve, tutti gli aspetti della vera nobiltà d'animo (p. 291).

Ritiene fondamentale cominciare presto questi esercizi. Con i neonati dai cinque ai sei mesi i genitori devono seguire la "legge dell'abitudine," "la legge più generale per l'educazione mentale del gruppo di questa età":

Sopprimete tutto nel bambino, tenete lontano da lui tutto ciò che non dovrebbe fare da solo e guidatelo con perseveranza in tutto ciò a cui egli dovrebbe abituarsi.

Se abituiamo il bambino al Buono e al Giusto lo prepariamo a compiere poi il Buono e il Giusto con coscienza al di fuori della libera volontà... L'abitudine è solo una necessaria precondizione per rendere possibile e facilitare il giusto fine della autodeterminazione della libera volontà... Se si lascia che le abitudini sbagliate prendano radice, il bambino viene facilmente posto in pericolo; anche se poi riconoscerà il Meglio non avrà più il potere di sopprimere l'abitudine sbagliata... (p. 60).

Un punto dato a tempo ne risparmia cento. Se si fa il proprio lavoro presto e bene, non se ne ha più da fare, o quasi, dopo. Si potrà lasciare che i bambini seguano "liberamente" ciò che è stato loro insegnato.

Si paragoni questo brano a ciò che disse suo figlio anni più tardi:

L'opinione fondamentale che mi sono fatto intorno alla relazione fra Dio e la Sua creazione è questa: Dio esercitò il Suo potere miracoloso sulla nostra terra... solo fino a quando lo scopo definitivo della Sua creazione fu raggiunto con la creazione dell'essere umano. Da allora in poi Egli lasciò a se stesso, così com'era, il mondo organico che aveva creato e interferi direttamente mediante i miracoli solo molto raramente, se non addirittura mai, in casi del tutto eccezionali (Denkwürdigkeiten, pp. 251-52).

Il dottor Schreber definisce per i genitori cosa siano "il Buono e il Giusto" per un bambino. "Abituare" un bambino significa programmarlo a obbedire alle teorie del dottor Schreber. In questo sistema i genitori determinano doppiamente la personalità del bambino, imponendogli la regola dell'obbedienza e creando delle situazioni in cui egli debba metterla in pratica.

Autodeterminazione significa che ognuno di noi, non qualcun altro, determina il proprio io. Il dottor Schreber vuole indicare con questo termine (e con "fiducia in se stesso" e "libera volontà") quello stato in cui uno non ha più bisogno dei genitori per determinare il proprio io, poiché essi già l'hanno fatto. La sua psicologia è degna di nota: i genitori, per fare in modo che un bambino si autodetermini, devono prima sottomettere l'"auto-volontà" del bambino. Non ha nessuna fiducia che un bambino possa imparare quando e come regolare il proprio comportamento senza esservi costretto.

Non c'è da stupirsi se il figlio raggiunse esattamente l'opposto di ciò che si definisce abitualmente come autodeterminazione. Il dottor Weber, che era sovraintendente dell'istituto in cui Schreber fu chiuso alcuni anni dopo, scrisse in un rapporto che Schreber non "possedeva un'indenne autodeterminazione o una notevole capacità di ragionamento; piuttosto il paziente era completamente sotto il potere di opprimenti influenze patologiche" (Appendice alle Denkwülrdigkeiten, p. 395).

Il dottor Schreber parla qui dei bambini di età inferiore all'anno:

Il nostro comportamento complessivo nei confronti della volontà del bambino di questa età consisterà nell'abituarla all'obbedienza assoluta, alla quale era già stata in gran parte preparata dall'applicazione dei principi esposti in precedenza... Il pensiero che la sua volontà possa essere sotto controllo non dovrebbe mai nemmeno passare per la mente del bambino, ma piuttosto l'abitudine di subordinare la propria volontà a quella dei suoi genitori o insegnanti dovrebbe essere immutabilmente radicata in lui... Si crea allora, insieme alla consapevolezza dell'esistenza della legge, la consapevolezza dell'impossibilità di combattere contro di essa; l'obbedienza del bambino, condizione basilare per ogni ulteriore educazione, è così solidamente costruita per il futuro (1858, p. 66).

I genitori devono avere già stabilito la regola che un neonato a cinque o sei mesi deve obbedire loro. Ora, finché egli non ha ancora un anno, devono stabilire la regola che egli non deve mai pensare di disobbedire o ritenere possibile farlo. "Educare" un l'ambino significa per il dottor Schreber, come vedremo, imporre una regola su ogni particolare della sua vita. Maggiori sono il controllo e l'obbedienza, maggiore è "il potere morale della volontà."

Il potere morale della volontà è la spada della vittoria nell'imminente battaglia per la vita. Non abbiate paura di queste parole, amorosi genitori. Il vero scopo elevato della vita umana può essere raggiunto solo attraverso una nobile battaglia... Non possiamo e non dovremmo risparmiare loro [ai bambini] questa battaglia che è alla base della vita; senza di essa non ci può essere trionfo e senza di questo non ci può essere nella vita vera felicità. Ma possiamo e dovremmo equipaggiarli il meglio possibile con le armi mediante cui condurre la battaglia con dignità, per raggiungere l'alto successo della vittoria, e questa arma con cui potranno entrare nella vita con spirito gioioso è appunto il potere morale della volontà (ibid., p. 134).

Il dottor Schreber è in lotta contro parti di se stesso e dei bambini. Il nemico è all'interno. I genitori, dice, devono allearsi con i bambini e fornir loro un'arma per la "battaglia." Per lui "vittoria" significa la soppressione di possibili esperienze e comportamenti che egli considera pericolosi. Ma in una battaglia che pone una persona contro se stessa, questa non può vincere senza anche perdere.

Poi scrive:

Ora non bisogna più cercare le vie e i mezzi per sviluppare e consolidare il potere morale della volontà e il carattere... La condizione necessaria più generale per il raggiungimento di questo scopo è la incondizionata obbedienza del bambino (p. 135, corsivo nell'originale).

Il bambino raggiunge questo scopo con l'aiuto presente e passato dei genitori.

Se il bambino è stato condotto attraverso il primo stadio di sviluppo [prima che raggiunga l'anno di età] lungo il sentiero che porta ad abituarsi ad un'obbedienza inconscia, allora adesso [dopo il primo anno] è opportuno e necessario, per il raggiungimento del nobile scopo dell'educazione, che questa abitudine sia gradualmente elevata in un atto di libera volontà, cioè che l'obbedienza sia consapevole. Il fanciullo dovrebbe essere abituato... a una nobile indipendenza e a un'assoluta forza di volontà. Questo passaggio è molto facilitato se il bambino vi è stato precedentemente abituato (p. 135).

Il bambino è "abituato" a una "nobile indipendenza," stato che le precedenti abitudini all'obbedienza rendono più facile da raggiungere. Il dottor Schreber usa un trucco (probabilmente involontariamente): chiama lo stato di assenza di libertà che il bambino raggiunge "nobile indipendenza." Le opinioni del dottor Schreber sull'argomento sono sempre più contorte:

Il bambino deve gradualmente imparare a riconoscere sempre di più che egli ha la possibilità fisica di desiderare e agire diversamente, ma che egli si eleva attraverso la sua stessa indipendenza all'impossibilità morale di desiderare o di agire diversamente. Si può arrivare a questo in parte con una breve esposizione delle ragioni, dei precetti e delle proibizioni, finché ciò è utile e possibile (poiché il bambino deve anche, senz'altro, sottomettersi e obbedire incondizionatamente, nel caso in cui una spiegazione dei motivi debba essergli nascosta); in parte anche con riferimenti esplicativi alla libera volontà presente nel bambino: "Potresti agire in modo diverso, ma un buon bambino non vuole agire in modo diverso..." (p. 135).

Il bambino, ora, diversamente da prima, "fisicamente" libero di desiderare di disobbedire, e di disobbedire ai genitori, deve imparare l'"impossibilità morale" di queste libertà; cioè diventa libero in potenza ma non in pratica. Il bambino deve pensare che "si eleva attraverso la sua stessa indipendenza" per raggiungere questo stato, mentre in realtà è il genitore che ve lo porta. L'affermazione del genitore in questo passo può essere scomposta nelle sue segrete premesse elementari: "Potresti agire diversamente, ma ti dico chi sei e dico che sei un bambino che (a) desidera essere buono, (b) è d'accordo con la mia definizione di buono, (e) non vede come questa definizione sia soltanto mia e (d) non sospetta nessuna premessa segreta in ciò che dico." Lo scopo è che il bambino faccia quello che il genitore vuole, pensando di fare ciò egli egli stesso vuole. La libertà è libera di non essere libera e di vedere la sua assenza di libertà come libertà; questo è tutto. Non è libera di vedere come, perché o che è ingannata. Per il dottor Schreber non c'è nessun inganno finché l'indipendenza è obbedienza. Quando l'indipendenza è disobbedienza deve essere schiacciata.1

Nella vita di quasi tutti i bambini tuttavia, anche dei meglio educati, ci sono talvolta delle sorprendenti manifestazioni di sfida o di ribellione, benché, se la disciplina è stata buona, queste dovrebbero capitare solo caramente — traccia di quella barbarie innata che fa deviare lo sviluppo della fiducia in se stessi. Questo accade per lo più verso la fine del secondo anno di età. Il bambino improvvisamente, e spesso in modo del tutto sorprendente, rifiuta ciò che fino ad ora aveva dato molto volentieri: la sua obbedienza. Questo fatto può avere diverse cause — la cosa più importante è che la disobbedienza dovrebbe essere schiacciata fino al raggiungimento di una completa sottomissione, mediante l'uso di punizioni corporali se necessario (pp. 136-137).

Egli presuppone che la "fiducia in se stessi" dipenda dal fatto di non sfidare la disciplina o di non ribellarsi contro di essa; la fiducia in se stessi dipende dal fatto di non esprimere sfiducia nel confronto dei genitori. Qui tradisce il suo precedente gioco con la parola "libertà." Infatti è dominato da un desiderio di opprimere i bambini o dalla paura di non opprimerli, ma non se ne rende mai conto.

Un bambino educato con questo sistema, come mostro in tutto il libro, è sottoposto all'autorità dei genitori, soprattutto a quella del padre, tutto il giorno, ogni giorno, almeno fino a venti anni. La guida del dottor Schreber (1858) per un controllo globale dei bambini riguarda esplicitamente i bambini dalla nascita fino a vent'anni.

Tutta la pazzia di Schreber è un'immagine della guerra combattuta dal padre contro la sua indipendenza. Egli non è mai libero dalla coercizione di quelli che egli crede siano dei poteri spirituali esterni, tuttavia non collega mai la coercizione col padre. Non ne è capace, probabilmente perché il padre mascherava (forse inconsciamente) l'origine del controllo, definendo lo stato in cui uno è controllato dai genitori come autocontrollo.

I genitori e gli insegnanti, come gli elaboratori di programmi per computer, introducono nei loro sistemi (i bambini) certe informazioni in modo più profondo e irreversibile di altre: nel linguaggio tecnico dei calcolatori elettronici essi introducono dei hard-program.2 Ciò che è programmato mediante hard-program non può essere cambiato facilmente, per farlo occorrerebbe una drastica riorganizzazione del sistema. I programmatori (come i genitori o gli insegnanti) tendono a realizzare hard-program per gli elementi che non prevedono che dovranno mai essere cambiati e fanno soft-program per le componenti del programma (o dell'educazione) che credono debbano essere cambiate in futuro. Nella loro scelta di cosa programmare mediante hard-program o mediante soft-program sono guidati da quelle che essi credono saranno le future applicazioni del programma. Generalmente essi cercano di usare hard-program per le istruzioni di tipo più astratto, più generale (ad esempio "Rispetta i genitori" o "Ama Dio") e soft-program, viceversa, per gli elementi più specifici, riguardanti particolari contenuti ("Non mangiare con le mani," "Pulisciti le scarpe"). Essi stabiliscono hard-program per molte premesse riguardanti le relazioni.

È stata una delle maggiori scoperte della psicoanalisi che modelli di relazione con gli altri programmati per primi nella vita dell'individuo sono i più sottoposti a hard-program. La gente tende a ripetere "coattivamente" per tutta la vita le forme di relazione prefigurate nell'infanzia. Il fenomeno del transfert, per cui ognuno vive il proprio terapeuta e si comporta con lui secondo un modello risalente alle prime relazioni con persone significative, ne è un tipico esempio. Wilhelm Reich sembra riferirsi col termine "armatura" alla rivelazione mediante il corpo e nel corpo di hard-program riguardanti le relazioni sessuali.

Quando il dottor Schreber insiste sulla necessità di soffocare i bambini di età inferiore all'anno, egli realizza coscientemente e deliberatamente degli hard-program per farli obbedire come degli automi ai genitori per tutto il tempo che sono in contatto con loro. Suo scopo: l'"obbedienza incondizionata" ai genitori, quale principio astratto generale da applicarsi in ogni contesto di qualsiasi famiglia. Egli ritiene che un bambino abituato ad obbedire incondizionatamente ai genitori sia "nobilmente indipendente" e probabilmente avrebbe indotto un bambino a crederlo. Mentre insegna a un bambino a fare ciò che vogliono i genitori, gli insegni invece a ritenere di fare ciò che lui, il bambino, desidera, e gli rende difficile capire che invece fa ciò che vogliono i genitori, che potrebbe essere ciò che il bambino non vorrebbe, se fosse in grado di pensare chiaramente. Il dottor Schreber non sembra consapevole di mascherare la sottomissione sotto forma di libertà; pare anzi che egli consideri la sottomissione come libertà.

Il sistema del dottor Schreber implica una contraddizione, di cui egli non sembra rendersi conto, fra lo spazio in cui un bambino è abituato a cercare i propri programmi e quello in cui è abituato a pensare di cercarli. Insegna a un bambino ad aspettare che sia un'autorità esterna a programmarlo ("l'abitudine a subordinare la sua volontà a quella dei suoi genitori o insegnanti" deve essere "immutabilmente inculcata in lui"), ma gli insegna anche ad avere "fiducia in se stesso" e a considerarsi "autodeterminantesi," cioè origine della propria programmazione.

Poiché Schreber figlio si sarebbe confrontato con questa contraddizione fin da bambino, non avrebbe potuto farvi fronte sfuggendo alla situazione.

Alcune esperienze vissute dal figlio durante la sua "malattia di nervi" possono essere considerate come un abile tentativo di destreggiarsi in questa contraddizione. Questo modo di considerare le sue esperienze è radicalmente diverso da quello che le ritiene come segni e sintomi di una malattia, secondo la classica interpretazione del concetto di malattia.3

Attraverso i raggi, il Dio del figlio guarda, dirige o condanna ogni sua azione, tutto il giorno, ogni giorno, più di quanto, pare, abbia fatto il padre. Il figlio sente che Dio e i raggi sono contemporaneamente all'esterno e all'interno di lui. Li vede: con l’“occhio corporeo quando tengo gli occhi aperti” e con l'"occhio della mente quando i miei occhi sono chiusi per miracolo o quando li chiudo volontariamente" (Denkwürdigkeiten, p. 313). In questo modo egli si sente sottoposto a un'autorità esterna, come infatti gli fu insegnato a essere, e "autodeterminantesi, " come gli fu insegnato a considerarsi. Il programmatore esterno della sua infanzia è ora collocato di nuovo fuori del figlio come Dio ed il figlio è anche "autodeterminantesi" in un senso speciale: "Percepisco sensazioni luminose e sonore che sono proiettate dai raggi direttamente sul mio sistema nervoso interno'" (ibid., p. 123 n.).

Note

1 In questi brani il dottor Schreber sostiene delle opinioni compatibili con molte concezioni del XIX secolo. Molte persone allora ritenevano, e alcune ancora ritengono, che quando la "passione" ci spinge ad agire le nostre azioni non sono libere, dal momento che è la passione a causarle. Secondo questa concezione dobbiamo e possiamo resistere alla "passione" con la nostra "volontà": soltanto la "ragione" o la "coscienza" ci guidano alla vera verità e raggiungiamo la "vera" libertà, distinta dal capriccio o dalla "falsa" libertà, obbedendo alle leggi morali. Gli hegeliani sono andati oltre e hanno identificato la legge morale con la legge dello Stato, cosicché "vera" libertà significava obbedire alla polizia. Bertrand Russell (1961) rileva come questa filosofia o psicologia fosse basata sulla falsa premessa che la passione è una causa, mentre il desiderio di essere virtuoso, per qualunque motivo, non lo è (p. 126).

2 Hard-program e soft-program sono talvolta resi in italiano con "programma duro" e "programma morbido." [N.d.T.]

3 Il concetto di malattia è in evoluzione. Anche malattie classiche, quali la tubercolosi e gli attacchi cardiaci, sono attualmente considerate come il risultato finale di una lunga e complessa serie di eventi, appartenenti in parte al dominio della psicologia e della sociologia.

È veramente malato colui che tratta il comportamento disturbante degli altri in modo tale da farsi etichettare come malato di mente? Questo argomento è ricco di implicazioni di notevole importanza dal punto di vista pratico, riguardanti l'esistenza degli psichiatri, dei pazienti psichiatrici e magari di tutti noi. Gran parte della discussione teorica riguarda l'ampiezza o il limite della definizione di "malattia."

Capitolo terzo
I metodi del padre

Dio in persona stava dalla mia parte nella Sua lotta contro di me.

                                                    Daniel Paul Schreber, Denkwürdigkeiten, p. 61n.

Alcuni di voi avranno cominciato a capire che il dottor Schreber gettava le basi di un sistema di persecuzione infantile, non di educazione infantile. Come molti suoi contemporanei, egli riteneva che il suo sistema fosse in funzione della salvezza del genere umano. Avrebbe quindi respinto la vostra opinione come priva di valore. Avrebbe potuto ritenerla una prova della vostra "debole sensibilità," causata dalla trascuratezza dei vostri genitori nello sradicare le "erbacce" della vostra natura mentre eravate bambini.

Qui egli dà dei particolari sui suoi metodi:

Bisogna fare attenzione all'umore dei bambini piccoli, che è rivelato dai loro strilli senza ragione e dai loro pianti... Se si è convinti che non ci sono bisogni reali, condizioni disturbanti o dolorose, o malattie, si può star certi che gli strilli sono solo e semplicemente l'espressione di uno stato d'animo, di un capriccio, la prima apparizione della volontà individuale... Bisogna procedere con decisione: mediante rapida distrazione dell'attenzione, parole severe, gesti minacciosi, colpi contro il letto... o quando tutto ciò non è più possibile - mediante moderati, intermittenti avvertimenti corporali ripetuti uniformemente fintanto che il bambino non si acquieti o si addormenti... Un tale sistema è necessario solo una o al massimo due volte, dopodiché si è padroni del bambino per sempre. Da quel momento, uno sguardo, una parola, un solo gesto di minaccia, sono sufficienti a dominare il bambino. Ci si dovrebbe ricordare che così si fa al bambino il massimo favore in quanto gli si evitano molte ore di tensione che gli impediscono di svilupparsi bene e inoltre lo si libera da tutti quei tormentosi spiriti interni che molto facilmente col passare del tempo possono trasformarsi decisamente in più seri e insormontabili nemici della vita (1858, pp. 60-61).

Il dottor Schreber presuppone che lo scopo di un genitore sia di dominare il figlio. Il figlio deve essere dominato per essere salvato dall'opinione del dottor Schreber riguardante il sé del bambino. Il dottor Schreber vede "tensioni" e "tormentosi spiriti interni" in un bambino che piange, ed è lui a pensare che questi siano i precursori di "insormontabili nemici della vita." È così che giustifica il "salvataggio" del bambino. È lui a giudicare il pianto del bambino come un "pianto senza ragione" perché non vede in esso una ragione. Il bambino potrebbe piangere perché si annoia e vuole qualcuno con cui giocare. È lui a considerare un "capriccio," in un bambino di cinque o sei mesi, come un cattivo segno. Non riesce a capire che il desiderio di un bambino di ottenere una risposta ai suoi capricci potrebbe corrispondere a un bisogno reale.

Un'interpretazione psicoanalitica sarebbe che il dottor Schreber proietta "tormentosi spiriti interni" dal proprio intimo nel figlio, ovvero crede di voler dominare il figlio, ma in effetti vuole dominare le parti "cattive" di se stesso. Molti psicoanalisti hanno insistito sui motivi del soggetto che opera delle proiezioni: pochi hanno preso in considerazione l'esperienza del soggetto su cui qualcun altro proietta delle parti di sé, che tenta di dominare "dentro" l'altro soggetto, per ciò che crede sia la salvezza dell'altro. Ecco l'esperienza del figlio:

Dio in Persona era dalla mia parte nella Sua lotta contro di me, cioè io potevo portare nella battaglia i Suoi attributi e poteri come un'arma efficace per la mia auto-difesa (Denkwürdigkeiten, p. 61 n.).

Il dottor Schreber parla dappertutto di genitori che cambiano i bambini, non di genitori che imparano dai bambini. Le conseguenze seguono una strada a senso unico. Il bambino educato secondo il sistema del dottor Schreber troverebbe per lo più impossibile effettuare un cambiamento nel sistema che gli viene applicato. Il figlio del dottor Schreber, per mutare la situazione, avrebbe dovuto capire che il padre era assalito da "tensioni" " tormentosi spiriti interni" e "insormontabili nemici," perché lo fosse, e come aiutarlo a rendersene conto: compito non facile per un bambino.

Il figlio scrive:

È una questione estremamente difficile anche per me spiegare questa incapacità da parte di Dio di imparare dall'esperienza (ibid., p. 186).

e

Molto tempo fa formulai l'ipotesi che Dio non può imparare dall'esperienza nei seguenti termini: "Ogni tentativo di esercitare un'influenza educativa deve essere sospeso perché senza speranza"; da quel tempo, ogni giorno che è passato mi ha confermato la correttezza di questa opinione (pp. 187-88).

La mente del dottor Schreber è impegnata nella salvezza dei bambini da ciò che egli vede come pericoli fisici, mentali e morali. Non sembra preoccuparsi di molte altre cose. Allo stesso modo Dio, durante la "malattia di nervi" del figlio, non sembra avere altra vita che la Sua relazione con lui. Dio, dice il figlio, "Si è legato a un solo essere umano..." (p. 359). Il dottor Schreber non può essere libero di combattere a favore dei bambini. Anzi, poiché ciò che egli combatte è dentro di lui, come potrebbe essere libero? Il dottor Schreber dice:

Se il bambino viene sollevato dal letto e portato in giro ogni volta che fa rumore — senza che si sia controllato se c'è davvero qualcosa che non va — e viene calmato da una qualche moina, spesso possono sopravvenire manifestazioni emotive di rancore nella vita futura del bambino. Vorrei che le madri e le bambinaie riconoscessero l'importanza di questo punto! (1858, p. 61).

Impiega il termine "rancore" per un bambino che rifiuti una posizione assegnatagli dal genitore. Secondo la sua opinione, il bambino che mostra rancore è cattivo: il bambino che un genitore può comandare con "uno sguardo," "una parola," "un solo gesto di minaccia" è buono. Dal momento che non dà alcuna prova che sollevare un bambino e portarlo in giro quando fa rumore possa portare in seguito a "rancore" — né ne esiste alcuna, per quanto ne sappia —, ritengo che ciò che egli teme sia la sua fantasia.

Un'altra regola importante: persino i desideri legittimi dei bambini dovrebbero essere esauditi solo se espressi in una forma amichevole, innocua, o perlomeno tranquilla, mai se espressi con grida e movimenti incomposti... persino se causa ne è il bisogno del bambino di essere regolarmente nutrito... Bisogna tener lontana dal bambino persino la più pallida impressione che potrebbe, gridando o comportandosi in modo indisciplinato, ottenere qualcosa dal suo ambiente... Il bambino impara ben presto che solo mediante... l'autocontrollo ottiene ciò che vuole (ibid., p. 62).

Forse che un bambino di cinque o sei mesi è libero di scegliere di esprimere "con calma" i suoi desideri, come sembra ritenere il dottor Schreber? Un bambino di questa età è talvolta fisiologicamente incapace di specificare alcuni bisogni, specie la fame, senza gridare o agitare braccia e gambe; una richiesta di "autocontrollo" lo frustrerebbe e confonderebbe. Se le sue richieste non sono esaudite, può smettere di provare. Il dottor Schreber dice che "il personale di servizio ha raramente sufficiente comprensione" per condividere queste idee e metterle in pratica. Forse capivano più di lui.

Secondo quest'ultima abitudine il bambino ha già un notevole vantaggio nell'arte dell'attesa ed è preparato per... una ancor più importante, l'arte dell'abnegazione... Ogni desiderio proibito — che sia o no a svantaggio del bambino — deve venire fermamente e immancabilmente ostacolato da un rifiuto incondizionato. Tuttavia il rifiuto di un desiderio non è di per sé sufficiente; bisogna dare importanza a che il bambino accolga questo rifiuto con calma e, se necessario, bisogna trasformare questa calma accettazione in ferma abitudine usando una severa parola di minaccia, ecc. Non devono esserci eccezioni!... Questo è l'unico modo per facilitare nel bambino il conseguimento della salutare e indispensabile abitudine alla subordinazione e al controllo della volontà... (p. 63).

Perché è "salutare" e "indispensabile" che un bambino impari come subordinare la propria volontà e accetti con calma il rifiuto all'esaudimento dei propri desideri? Il dottor Schreber non lo dice. Forse questo è il modo in cui suo padre gli insegnò l'" abnegazione" quando egli era un bambino. O sua madre, o una bambinaia?

Ecco un esempio che il dottor Schreber prende dalla sua famiglia. Sta discutendo "il comportamento disciplinare verso i bambini in caso di malattia." Dal momento che sta parlando di un maschietto, potrebbe riferirsi all'autore delle Denkwürdigkeiten:

Uno dei miei figli si era ammalato quando aveva un anno e mezzo e l'unico trattamento, benché rischioso, che desse una qualche speranza di salvargli la vita era attuabile solo attraverso la più assoluta sottomissione del giovane paziente. Ebbe successo, perché il bambino era stato abituato fin dall'inizio alla più assoluta obbedienza verso di me, altrimenti la vita del bambino sarebbe stata con ogni probabilità al di là di ogni speranza di venire salvata (p. 67).

Sarebbe interessante sapere in che modo l'assoluta obbedienza del bambino verso il padre rese possibile l'unico trattamento in grado di salvargli la vita, e di che trattamento si trattasse. È probabile che non riusciremo mai a scoprirlo.

La richiesta di un genitore non deve necessariamente avere un fondamento logico, pensa il dottor Schreber, come dimostra nel seguente esempio. Il potere dà qualsiasi diritto.

Se si chiede a un bambino di tenere qualcosa in una delle due mani, e il bambino usa quell'altra, l'educatore intelligente non sarà soddisfatto finché l'azione non sia compiuta come richiesto e non ne sia allontanata la causa perversa (ibid., p. 137).

La non pertinenza della richiesta del genitore non è di pertinenza del dottor Schreber. Non considera possibile che un bambino che scelga di disobbedire a un desiderio arbitrario del genitore possa sapere più del suo genitore cosa è meglio per lui.

Dal suo punto di vista, un genitore deve fare qualcosa di più che controllare le azioni del bambino. Deve controllare i suoi "sentimenti," le sue "motivazioni." L'"esterno" è di minor importanza dell'" interno."

Dobbiamo sempre trattare il bambino esattamente come i suoi sentimenti, che si specchiano così chiaramente nel complesso del suo essere, meritano... Se i genitori si mantengono fedeli a questo principio, saranno presto ricompensati dall'insorgere di una meravigliosa relazione in cui il bambino è quasi sempre comandato da semplici movimenti degli occhi dei genitori (pp. 137-8).

Sembra che il dottor Schreber voglia dire che se i genitori fan valere il loro potere sui figli saranno "ricompensati" dalla possibilità di esercitare un potere ancora maggiore; lo scopo è che il bambino sia in una sorta di trance in cui viva ogni sguardo del genitore come un comando. Perché questa relazione è meravigliosa? E per chi?

Il dottor Schreber, sebbene ritenga che il bambino debba essere ricompensato o punito non solo per le proprie azioni, ma per i sentimenti che ne stanno alla base, pensa che il bambino non debba obbedire per ottenere lodi e ricompense. Ritiene che un desiderio di lode o di ricompensa sia un sentimento "degenerato" e "impuro" e paragona certe ricompense al "veleno" (p. 139). Né il bambino deve obbedire soltanto per timore della punizione. E non deve obbedire desiderando segretamente di disobbedire; questa sarebbe disonestà, un sentimento cattivo. Deve obbedire perché sa che è giusto obbedire, indipendentemente da quanto sia capriccioso il desiderio del suo genitore.

Per far coincidere a pennello la propria coscienza con le richieste di questo sistema, un bambino dovrebbe negare, reprimere, dissociare, proiettare, spostare, ecc., gran parte della propria esperienza. E nel caso ci fosse riuscito, è difficile immaginare come potrebbe pensare qualcosa, in certe situazioni, senza infrangere una regola.

Il figlio nelle sue Denkwürdigkeiten dice che Dio, che egli vive come irresistibilmente attaccato a lui, è in grado di ritirarsi da lui solo quando egli, il figlio, smette di pensare. Forse sta ricordando la sua relazione col padre senza rendersene conto, il che significherebbe pensare qualcosa di proibito. Il padre cercò di soffocare tanti pensieri nei bambini che suo figlio potrebbe aver pensato, se gli fosse stato permesso pensarlo, che suo padre lo avrebbe lasciato in pace solo se avesse smesso di pensare.

Il figlio sente che il suo pensiero e tutto ciò che riguarda se stesso sono sotto una sorveglianza estranea, di ciò che egli chiama il "sistema di scrivere":

Si tengono libri o altre annotazioni, in cui per anni sono stati riportati tutti i miei pensieri, tutte le mie frasi, tutte le mie necessità, tutti gli articoli in mio possesso o intorno a me, tutte le persone con cui sono venuto a contatto, ecc.. Ritengo che lo scrivere sia opera di creature aventi forme umane in lontani corpi celesti..., ma prive di ogni intelligenza; le loro mani si muovono automaticamente, come se ciò avvenisse ad opera di raggi che le attraversano per farle scrivere, così che passati i raggi possono di nuovo vedere ciò che hanno scritto (Denkwürdigkeiten, pp. 126-27).

Il sistema di scrivere... diventò una tortura mentale di cui soffersi duramente per anni e a cui mi sto lentamente abituando; a causa di esso ho dovuto sopportare prove di pazienza quali mai nessun essere umano ha sopportato... (ibid., p. 132).

Più tardi egli decide che "Dio stesso" dovesse "avere dato inizio a questo sistema di scrivere."

Clinicamente il "sistema di scrivere" è un delirio paranoico. Si noti come diventa comprensibile alla luce di questo passaggio di Schreber padre:

Nelle famiglie... un mezzo di educazione molto efficace è una lavagna delle punizioni, che deve stare attaccata al muro della stanza dei bambini. In questa lavagna vengono segnati i nomi dei bambini e ogni misfatto da loro commesso: ogni piccolo segno di negligenza, ogni caso di insubordinazione deve essere annotato con il gesso, con un rimprovero o un'osservazione. Alla fine di ogni mese tutti si dovrebbero riunire a tirare le somme. A seconda dei risultati dovrebbero essere elargiti rimproveri o elogi. Se uno dei bambini ha dato prova di sbagli o debolezze ricorrenti, vi viene fatto un particolare cenno. È veramente sorprendente che effetto morale tale lavagna abbia sui bambini, anche sui meno discoli e più indifferenti. Ciò avviene perché la lavagna è sempre di fronte a loro, perché ogni misfatto commesso rimane come una sorta di permanente ammonimento visibile di fronte ai loro occhi per un considerevole periodo di tempo. Grazie a questo metodo, non è necessario applicare molti provvedimenti educativi, ammonimenti, correzioni e punizioni altrimenti indispensabili che possono essere sostituiti in un modo molto più efficace (1858-65).

Rivivendo questi episodi, il figlio ne cambia l'ambientazione, dalla sua famiglia di origine a un contesto celeste; la lavagna delle punizione del padre è diventata il "sistema di scrivere" di Dio. Perché lo fece? Se non avesse sostituito "mio padre in persona" con "Dio in Persona" come origine del "sistema," avrebbe potuto evitare di dare ad altri la possibilità di considerarlo pazzo, almeno a questo proposito. È improbabile che egli abbia dimenticato, a causa della consueta amnesia per gli episodi avvenuti nella prima infanzia, il ruolo svolto dal padre nel "sistema di scrivere"; il padre infatti raccomanda la lavagna delle punizioni per bambini da sette a sedici anni.

Forse la sua "dimenticanza" potrebbe essere collegata con l'idea, cosciente o no, che il padre avrebbe considerato "impuri" e "ostinati" il rancore e la rabbia associati a questo ricordo che egli, il figlio, avrebbe dovuto sentire per il padre. Mentre il figlio era ancora un bambino, il padre potrebbe aver scritto tali sensazioni come un "permanente ammonimento visibile" fino al momento in cui "tirare le somme." Il figlio, probabilmente ancora "abituato" e dominato dalle precedenti risposte del padre alla sua ostinazione, deve aver pensato che offendere lui era più proibito che offendere Dio.

Lo scopo del dottor Schreber è di diventare "padrone del bambino per sempre," di "dominare il bambino" anche soltanto con "uno sguardo, una parola, un solo gesto di minaccia." È un "magnifico rapporto in cui il bambino è quasi sempre dominato semplicemente da uno sguardo del genitore." La sua concezione di un buon rapporto genitore-bambino è simile a quella che si svolge fra un ipnotizzatore e un soggetto in suo potere: un bambino che vive uno sguardo, una parola, un gesto del genitore come un comando assomiglia a una persona in trance.

R.D. Laing e Aaron Esterson (1964), due psichiatri scozzesi, paragonano lo stato prepsicotico all'ipnosi:

Il bambino prepsicotico è in un certo senso ipnotizzato dai genitori, oppure l'ipnosi è un modello di psicosi indotta sperimentalmente, ovvero, forse più precisamente, un modello di rapporto prepsicotico indotto sperimentalmente? È certo che le psicosi sperimentali simulano certi aspetti del rapporto genitore-figlio prepsicotico... (p. 73 n.).

Schreber figlio paragona il suo stato, che chiama "assassinio d'anima," a quello di un soggetto in stato di ipnosi. In una lettera aperta al suo primo dottore, Flechsig, da lui pubblicata come prefazione alle sue Denkwürdigkeiten, scrive che "le anime [i raggi]" giudicano inammissibile che il sistema nervoso di una persona debba essere influenzato da quello di un'altra fino al punto di imprigionare la sua forza di volontà, come avviene durante l'ipnosi; questo era chiamato "assassinio dell'anima," in modo da sottolineare con forza che era un'azione sbagliata (pp. X-XI).

Il termine "assassinio d'anima," dice, è già nell'uso corrente e si riferisce all'idea "largamente diffusa nella tradizione popolare e nella poesia di tutti i popoli, che sia in qualche modo possibile impadronirsi dell'anima di un'altra persona..." (p. 55).

Ciò che è chiamato psicosi può essere, almeno talvolta, un tentativo fallito di risvegliarsi dallo stato di trance in cui uno è stato costretto da bambino. Il padre di Schreber, pare, aveva addormentato il figlio, in un certo senso, fin dalla prima infanzia. Il figlio si svegliò in parte a questa consapevolezza mentre era ritenuto pazzo.

Quando la mia malattia di nervi sembrava pressoché incurabile, raggiunsi la convinzione che un assassinio d'anima era stato compiuto su di me da parte di qualcuno... (p. 55).

Non può o non vuole, tuttavia, collegare l'assassinio d'anima col padre. Dapprima sospetta del dottor Flechsig, il medico del primo ospedale, o dei "nervi" o dell'"anima" di Flechsig come "istigatori" dell'assassinio d'anima. Poi cambia opinione:

Mi capitò di pensare solo molto più tardi; infatti solo mentre scrivevo questo saggio mi divenne abbastanza chiaro che Dio in persona doveva essere a conoscenza del piano per commettere ai miei danni l'assassinio d'anima, se addirittura non ne era l'istigatore... (p. 59).

Cercando l'assassino della sua anima, Schreber arrivò a vedere che dietro la figura di Flechsig stava Dio. Se avesse potuto sollevare un altro velo, credo che avrebbe visto suo padre, come primo "istigatore." Se lo avesse fatto, è meno probabile che sarebbe stato considerato pazzo. Ma credo che il padre si fosse reso suo "padrone per sempre" e non gli avrebbe mai permesso un pensiero così "impuro." Sembra che una caratteristica dell'assassinio d'anima fosse di impedire alla vittima di identificare correttamente il suo assassino.

Capitolo quarto
Ricordi e allucinazioni

Quel est donc le phénomène de la croyance delirante? - Il est, disons-nous, méconnaissance, avec ce que ce terme contient d'antinomie essentielle. Car méconnaitre suppose une réconnaissance, comme le manifeste la méconnaissance systématique, où il faut bìen admettre que ce qui est nié soil en quel-que facon reconnu.

... Il me paraît clair en effet que dans les sentiments d'influence et d'automatisme, le sujet ne reconnaît pas ses propres productions comme étant siennes. C'est en quoi nous sommes tous d'accord qu'un fou est un fou. Mais le remarquable n'est-il pas plutôt qu'il ait à en connaître? et la question, de savoir ce qu'il connaît là de lui sans s'y reconnaître?1

                                                     Jacques Lacan

Nobile figlio: qualunque siano le visioni spaventose o terribili che ti appariranno, riconoscile come le tue stesse forme-pensiero.

                                                    Libro dei morti tibetano

Schreber sopportò per molti anni, durante la sua "malattia di nervi," penose e umilianti esperienze corporali. Pensava che fossero "miracoli" (Wunder), che Dio compiva sul suo corpo attraverso dei "raggi." Queste esperienze e soprattutto la sua opinione sulla loro origine lo fecero ritenere pazzo. Egli li descrive in questi termini:

Dai primissimi tempi del mio contatto con Dio fino ad oggi il mio corpo è stato continuamente oggetto di miracoli divini. Se volessi descrivere nei particolari tutti questi miracoli potrei riempire solo con essi un intero libro. Posso dire che a stento un singolo membro o organo del mio corpo non è stato danneggiato dai miracoli, un singolo muscolo non è stato tirato dai miracoli, mosso o paralizzato a seconda del relativo proposito. Anche ora i miracoli cui sono ogni ora sottoposto sono di natura tale da spaventare a morte qualsiasi altro essere umano; solo con l'abituarmi ad essi attraverso gli armi sono riuscito a considerare quasi tutto ciò che mi capita come cose senza importanza. Ma nel primo anno del mio soggiorno a Sonnenstein [il manicomio] i miracoli erano di una natura così terrificante che pensavo che avrei dovuto perdere la vita, la salute o la ragione (Denkwürdigkeiten, p. 148).

Questo, come invero tutta la descrizione dei miracoli compiuti sul mio corpo, suonerà naturalmente molto strano a tutti gli altri esseri umani e qualcuno potrebbe essere portato a vedere in ciò solo il prodotto di un'immaginazione patologicamente esaltata. Posso solo rispondere assicurando che non c'è forse un altro ricordo della mia vita più certo dei miracoli raccontati in questo capitolo. Cosa può essere più chiaro per un essere umano di ciò che egli stesso ha vissuto e provato sul suo stesso corpo? (Denkwürdigkeiten, p. 150 n.).

Queste esperienze gli causavano grande sofferenza e interferivano con tutto ciò che faceva. Qui ci sono cinque "miracoli" da lui descritti; ad ognuno di essi faccio seguire dei passi tratti dai libri di suo padre:

FIGLIO:

I miracoli del caldo e del freddo venivano e ancora vengono quotidianamente compiuti contro di me... sempre con lo scopo di ostacolare le sensazioni naturali di benessere corporeo... Durante il miracolo del freddo il sangue è tenuto lontano dalle estremità, causando così una soggettiva sensazione di freddo... durante il miracolo del caldo il sangue mi è spinto a forza verso la faccia e la testa nelle quali ovviamente è la freddezza la condizione generale di benessere. Abituato fin dalla giovinezza a sopportare sia il caldo sia il freddo, questi miracoli mi disturbavano poco... Io stesso ero stato spesso costretto a cercare il caldo e il freddo (pp. 171-72).

PADRE:

... a partire da circa tre mesi dopo la nascita la pulizia della pelle del neonato va eseguita soltanto mediante abluzioni fredde... in modo da rafforzare fisicamente il bambino (1852, p. 41).

Consiglia bagni caldi per i neonati fino a sei mesi.

Poi si può passare ad abluzioni generali fredde e gelate che dovrebbero essere fatte almeno una volta al giorno e per le quali il corpo dovrebbe venire preparato da precedenti applicazioni locali di acqua fredda (ibid., p. 40).

Dice che i bagni gelidi sono la regola oltre i quattro o cinque anni di età. Dal terzo anno in avanti

il risultato della salute, che dovrebbe già ora essere diretto più decisamente a un progressivo rafforzamento, è ottimamente raggiunto mediante frizioni fredde del corpo (1858, p. 80).

La stanza da bagno non dovrebbe più assolutamente essere riscaldata dal sesto al settimo anno in avanti (ibid., p. 80).

Intitolò uno dei suoi libri L'acqua fredda come metodo curativo (1842). Alfons Ritter (1936), che scrisse una tesi di laurea sul dottor Schreber, dice che nella famiglia che quest'ultimo aveva formato: "Una regola severa era che ognuno si alzasse molto presto, facesse un po' di ginnastica, facesse un bagno e nuotasse prima di cominciare a lavorare. Talvolta in inverno bisognava prima rompere il ghiaccio" (p. 12).

FiIGLIO:

I miei occhi ed i muscoli delle palpebre che servono ad aprirli e a chiuderli erano un bersaglio quasi continuo dei miracoli. Gli occhi erano sempre di particolare importanza... I miracoli sui miei occhi venivano compiuti da "omuncoli"... Questi "omuncoli" erano uno dei fenomeni più notevoli e anche a me più misteriosi... Quelli che si occupavano dell'apertura e della chiusura degli occhi stavano sopra gli occhi fra le sopracciglia e tiravano in su o in giù le palpebre a loro gradimento con filamenti sottili come ragnatele... Ogniqualvolta mostravo segni di non voler permettere che le mie palpebre venissero tirate su e giù e mi opponevo, gli "omuncoli" si arrabbiavano e manifestavano la loro collera chiamandomi "disgraziato"; se li strofinavo via con una spugna, ciò era considerato come una sorta di crimine contro il dono divino dei miracoli. In ogni modo lo strofinarseli via aveva un effetto molto momentaneo, perché gli "omuncoli" venivano rimessi li ogni volta... Per impedirmi di chiudere o aprire gli occhi a piacere, il sottile strato muscolare situato nelle palpebre e sopra di esse, indispensabile per il loro movimento, è stato più volte spostato da un miracolo (Denkwürdigkeiten, pp. 156-59).

Con la stessa frequenza con cui appare... un insetto, un miracolo influenza la direzione del mio sguardo. Non ho menzionato prima questo miracolo, ma esso mi è stato imposto regolarmente per anni. I raggi dopo tutto vogliono continuamente vedere ciò che fa loro piacere... I miei muscoli oculari sono di conseguenza influenzati a muoversi in una certa direzione... (ibid., p. 243).

PADRE:

Nel suo opuscolo L'affinamento sistematicamente pianificato degli organi di senso (1859) insiste sugli esercizi oculari per i bambini: per distrarre rapidamente l'attenzione visiva di un bambino, per costringerlo a valutare le dimensioni di oggetti simili a differenti distanze, per giudicare le varie distanze, ecc. (p. 11). In un altro libro (1858), in una parte intitolata "Cura, educazione e affinamento degli organi di senso," raccomanda

il giusto alternarsi del guardare vicino e lontano... Uno dovrebbe abituare i bambini a riconoscere le prime tracce di stanchezza degli occhi o di quel noto senso di bruciore o irritazione dovuto ad eccessiva stimolazione: in questo caso specialmente, oltre al resto, si raccomanda di spruzzare gli occhi con acqua fredda; esercizi visivi ripetuti consistenti nel guardare aree verdi moderatamente illuminate fissando con acutezza o precisione oggetti distanti, a stento riconoscibili... Gli esercizi della visione da vicino sono altrettanto importanti dell'osservazione particolareggiata e del confronto di piccoli oggetti fra loro... (p. 215).

Raccomanda che nei bambini "le palpebre, le sopracciglia e le zone temporali vengano trattate quotidianamente con acqua fredda," il che egli crede possa affinare la loro vista (D.G.M. Schreber, 1839, citato da Niederland, 1959 a, p. 387).

FIGLIO:

Descrive un'esperienza dolorosa che chiama "il cosiddetto miracolo del coccige."

Si trattava di uno stato estremamente doloroso delle vertebre inferiori, analogo alla carie. Suo scopo era di rendere impossibile sedersi e persino distendersi. Insomma non mi era concesso di restare a lungo in una stessa posizione o di dedicarmi alla stessa attività: mentre camminavo si cercava di obbligarmi a distendermi e, quando ero disteso, si voleva cacciarmi via dal letto. I raggi sembravano non apprezzare per nulla che un essere umano davvero esistente si trovasse da qualche parte... Ero diventato per i raggi [per Dio] un essere che dava noia, in qualsiasi posizione mi trovassi o a qualsiasi occupazione mi dedicassi (Denkwürdigkeiten, p. 160).

PADRE:

Raccomanda a genitori ed educatori di combattere la tendenza del bambino di star seduto in modo scorretto perché, dice, danneggia la spina dorsale.

…Bisogna star attenti che i bambini stian sempre seduti diritti e che si appoggino contemporaneamente su entrambe le natiche... senza appoggiarsi né sul lato destro né su quello sinistro... Non appena comincino a inclinarsi indietro... o a piegare la schiena, è giunto il momento di cambiare almeno per qualche minuto la loro posizione seduta con quella supina, assolutamente immobile. Se non si fa così... la spina dorsale si deformerà... (1858, p. 100).

...Riposarsi a metà o stando sdraiati o rivoltolandosi non dovrebbe essere permesso: se i bambini sono svegli dovrebbero essere fatti alzare e stare in posizioni corrette ed attive e tenersi occupati; in genere ogni cosa che possa condurre a pigrizia e mollezza (per esempio il divano nella camera dei bambini) dovrebbe esser tenuta lontano dal loro cerchio di attività (ibid., p. 150).

Questi procedimenti e i seguenti facevano parte del programma del padre per mantenere in ogni momento diritto il corpo dei bambini, di qualsiasi età essi fossero: quando stavano in piedi o seduti, quando camminavano, giocavano, si distendevano o dormivano (figg. 1 e 2). Pensava che i bambini dovessero dormire soltanto in posizione supina, sulla schiena; i neonati sotto i quattro mesi dovevano giacere esclusivamente sulla schiena quando riposavano. È importante, insegnava, cominciare con i neonati, in quanto pensava che fosse più difficile abituare i bambini più grandi. Nel suo libro, Le posizioni del corpo e le abitudini dei bambini dannose e un’esposizione delle relative contromisure, presentava come dato medico la sua falsa convinzione che se un bambino giace troppo a lungo sullo stesso fianco il suo corpo da quel lato ne può risultare danneggiato, "la nutrizione sia ostacolata," il "fluire dei succhi gastrici sia impedito," il "sangue si arresti e si accumuli nei vasi" e i vasi sanguigni "perdano gran parte della loro tensione vitale" (1853, p. 12). Questo può in seguito portare, sosteneva, (ibid., p. 54), a una paralisi del braccio e del piede da quel lato.

FIGLIO:

Uno dei miracoli più terribili era il cosiddetto miracolo-della-compressione-del-petto... Consisteva in una tale compressione della cassa toracica, che lo stato di oppressione causato dalla mancanza di respiro veniva trasmesso a tutto il mio corpo (Dentkwürdigkeiten, p. 151).

PADRE:

Inventò un congegno chiamato Schrebersche Geradhalter (raddrizzatore di Schreber) per costringere i bambini a stare seduti diritti. Si trattava di una sbarra di ferro a forma di croce fissata al tavolo al quale il bambino stava seduto a leggere o a scrivere. La sbarra esercitava una pressione contro la clavicola e la parte anteriore delle spalle per prevenire movimenti in avanti o una posizione curva. Egli sostiene che il bambino non può stare appoggiato a lungo alla sbarra "a causa della pressione esercitata da questo oggetto duro contro le ossa e della conseguente scomodità; il bambino ritornerà spontaneamente alla posizione eretta" (1858, p. 204). "Avevo fatto costruire un Geradhalter che si dimostrò sempre utilissimo ai miei stessi bambini..." (p. 203).

Dice che anche la sbarra verticale che lo sosteneva era utile perché impediva ai ragazzini di incrociare le gambe. "Arresti nella circolazione del sangue e altre delicate ragioni" rendevano lo stare seduti con le gambe incrociate "particolarmente dannoso per i giovani" (p. 201). (Discuterò le sue opinioni sul piacere genitale dei bambini nel capitolo 6.)

FIGLIO:

Questo era forse il più abominevole di tutti i miracoli, dopo il miracolo-della-compressione-del-petto; l'espressione usata per definirlo, se ben ricordo, era "la macchina-schiacciatesta" [Kopfzusammenschnürungsmachine: letteralmente, la macchina-che-lega-insieme-la-testa]... I "diavoletti"... mi comprimevano la testa come in una morsa girando una specie di vite, facendo assumere alla mia testa per un certo tempo una forma allungata quasi a pera. Aveva un effetto estremamente terrificante, specie perché accompagnato da un forte dolore. Le viti venivano temporaneamente allentate ma solo molto gradualmente, cosicché lo stato di compressione di solito continuava per un certo tempo (Denktvürdigkeiten, pp. 158-9).

Soffro di mali di testa quasi continui di un tipo certamente sconosciuto agli altri esseri umani e a stento paragonabili ai normali mali di testa. Si tratta di dolori per cui mi sento strappare e tirare (p. 270).

Le figure qui riprodotte sono tolte dalla Kallipädie del dottor Schreber (1858).

Fig. 1. Il dottor Schreber pensava che un'inclinazione in avanti della testa e delle spalle del bambino mentre cammina fosse "una chiara espressione di debolezza, mutismo e codardia. Escogitò il "ponte," un esercizio per "rafforzare i muscoli della schiena e del collo."



Fig. 2. Per impedire che le spalle dei bambini si "incurvassero in avanti," il dottor Schreber raccomandava delle cinghie per le spalle da portarsi ogni giorno e per tutto il giorno, "finché la cattiva abitudine fosse domata." Le partì ombreggiate della cinghia sono molle metalliche che premono sulla parte anteriore delle spalle.

       

Fig. 3. Il Geradhalter. Sulla sinistra ve ne è uno portatile per uso domestico. Quello sulla destra era fissato ai banchi di scuola.

Fig. 4. Il Geradhalter in funzione.

Fig. 5. Una cinghia per legare al letto i bambini.

Fig. 6. La cinghia in funzione.



Fig. 7. Il Kopfhalter

   

Fig. 8. La fascia per il mento.

PADRE:

Inventò un Kopfhalter (reggitesta) per impedire alla testa del bambino di cadere in avanti o di lato. Il Kopfhalter era una cinghia fissata per un'estremità ai capelli del bambino e per l'altra alle mutande cosicché gli tirava i capelli se non teneva la testa diritta. Serviva di "promemoria" per tenere la testa diritta: "L'accorgersi che la testa non può venire abbassata oltre un certo punto diviene presto un'abitudine." "Questo strumento può essere ugualmente usato per correggere inclinazioni laterali della testa." Ammette che poteva produrre "un certo effetto di indolenzimento alla testa" e che di conseguenza doveva essere usato solo per un'ora o due al giorno (1858, pp. 198-9).

Aveva costruito anche una fascia per il mento che era legata alla testa da un apparecchio a forma di casco che serviva per assicurare la giusta crescita della mascella e dei denti (ibid. pp. 219-20).

FIGLIO:

Ogni parola pronunciata vicino a me o a me, ogni azione umana, per quanto piccola, unita a qualche rumore, come l'aprire la serratura del mio corridoio o lo spingere il chiavistello della porta della mia stanza... ecc., è accompagnata dalla sensazione di un doloroso colpo diretto contro la mia testa; è come un improvviso strappo all'interno della testa che causa una sensazione molto spiacevole... che può essere associata alla lacerazione di parte della sostanza ossea del cranio; almeno mi dà quest'impressione (Denktwürdigkeiten, p. 204).

Forse, sentendo un rumore, voltava la testa verso l'origine di esso e riviveva o ricordava lo strappo del Kopfhalter quando, da bambino, voltava la testa.

Questi paragoni mostrano inquietanti somiglianze. È come se il padre insegnasse al figlio un linguaggio di stimoli sensoriali mediante cui prendere coscienza delle diverse parti del proprio corpo.2

Niederland si domanda se le esperienze vissute da Schreber come quella di essere costretto e legato dal padre in apparecchi ortopedici siano all'origine dei "miracoli divini" di essere "attaccato alla terra" e "legato ai raggi."

Dio è inestricabilmente attaccato alla mia persona attraverso la forza di attrazione dei miei nervi che talvolta nel passato è stata irresistibile; non c'è nessuna possibilità che Dio si liberi dai miei nervi per tutto il resto della mia vita (Denktwürdigkeiten, p. 282).

Il figlio pensa che i "miracoli" si esplichino su oggettivi organi anatomici del suo corpo. Non vede invece che sta riproducendo il comportamento del padre nei riguardi del suo corpo.

Schreber soffre di reminiscenze. Il suo corpo incorpora il passato. Egli conserva il ricordo di quello che il padre gli fece da bambino; benché parte della sua mente sappia che è un ricordo, "lui" non lo sa. È considerato pazzo non solo a causa della qualità delle sue esperienze, ma anche perché ne fraintende il tono: ricorda, in alcuni casi in modo assolutamente preciso, come il padre lo trattava, ma pensa di percepire episodi che avvengono nel presente, dei quali immagina che Dio, i raggi, gli omuncoli, ecc. siano gli agenti. (Non uso il termine esatto quando dico che ricorda: uno ricorda eventi del proprio passato, in senso stretto, solo se, rivivendoli, crede che si riferiscano al passato.) Secondo la terminologia di David Hume, il filosofo scozzese del diciottesimo secolo, il figlio sperimenta delle "idee," ma crede di sperimentare delle "impressioni."

Schreber sa quasi tutto ciò che deve sapere, ma non sa di saperlo. Quando chiama le sue esperienze "miracoli," nega ciò che sa, nega di negare qualcosa, nega che c'è qualcosa da negare e nega anche queste negazioni. Qui la sua "dimenticanza," come nel caso della "dimenticanza" della lavagna delle punizioni paterna, non è la consueta amnesia degli episodi della prima infanzia; il padre usava cinghie che traversavano il petto dei bambini, mentre dormivano, all'età di sette o otto anni, e il Geradhalter e il Kopfhalter dall'età di sette anni fino ai sedici.

È come se una regola impedisse a Schreber di vedere la parte avuta dal padre nella sua sofferenza, un'altra regola gli impedisse di vedere che c'è qualcosa che egli non vede ed un'altra regola ancora gli impedisse di vedere quella regola o che una regola possa esistere. Per esempio, egli non dice mai che non riesce ad individuare il significato delle sue esperienze e che non può perché una regola glielo impedisce o che non può sapere e non sa perché non possa. È sicuro di conoscere il significato delle sue esperienze; benché ne discuta il significato nei minimi particolari, non le collega mai al padre.

L'uso della propria mente per cercare di capire il significato delle proprie esperienze può essere molto difficile. Ross Ashby (1956) diceva che quando un uomo non riesce a vedere alcune delle variabili di un sistema, il "sistema" rappresentato dalle variabili rimanenti può sviluppare delle proprietà notevoli, anche miracolose (p. 114). Una mente che si osserva è nello stesso tempo l'osservatore e il sistema osservato; le variabili che non può vedere possono essere quelle che non vuole vedere, sia o no a conoscenza del proprio desiderio. Esperienze provenienti da una regione della mente di cui solitamente non siamo consapevoli possono sembrare derivanti da origini straordinarie e dotate di qualità particolari. Perché Schreber trasformò dei ricordi in "miracoli"? La mia ipotesi è che ciò avvenne perché il padre gli aveva impedito di vedere la verità riguardo al suo passato. Il padre aveva richiesto che i bambini amassero, onorassero e obbedissero i genitori. Come dimostro in seguito, egli insegnò ai genitori un metodo esplicitamente elaborato per obbligare i bambini a non sentire rancore o rabbia nei loro confronti, anche quando i loro sentimenti potevano essere giustificati. Voleva infatti liberare i bambini da sentimenti così "pericolosi." Per collegare le proprie sofferenze al padre, Schreber avrebbe dovuto considerare il comportamento del padre nei suoi confronti come "cattivo." Ma suo padre, immagino, glielo aveva impedito. Egli non vuole, oppure è incapace di violare l'opinione del padre su quale dovrebbe essere la sua opinione del padre. Essendogli proibito di vedere la vera origine dei suoi tormenti, li chiama miracoli. Analogamente, essendogli vietato di ricordare la lavagna delle punizioni paterna come tale, la rivive come "sistema di scrivere" di Dio. Come risultato è considerato pazzo.

Più volte il figlio dice che non ha da fare "lamentele personali" contro alcuno, che non si propone alcun "rimprovero," non vuole "fare recriminazioni riguardo al passato," sollevare "lagnanze riguardo al passato," ecc. (vedi, ad esempio, Denkwürdigkeiten, pp. VII, 198, 425 e 432). È come se egli continuasse a ricordare a se stesso e agli altri che egli non prova ciò che vorrebbe provare, ma non può provare, riguardo al suo passato.

Via via che, nella sua "malattia di nervi," egli torna a modelli di esperienza e di relazione sperimentati prima nella sua vita (quantunque lo neghi), si può dire, ricorrendo al linguaggio clinico, che stia regredendo. Ma così facendo annulla in parte la rimozione.3 Sarebbe importante sapere come e perché Schreber smise di rimuovere e ricominciò a rivivere le sofferenze della sua infanzia dopo i quarantanni, quantunque non sapesse che le stava ricordando.

Cosa sono i "raggi," gli "omuncoli" e le altre allucinazioni che perseguitano Schreber? Ritengo che Schreber abbia bisogno o desiderio di credere che il pensiero espresso dalla frase "mio padre mi perseguitava" sia falso e cerchi di dimostrarlo introducendo come persecutori altri agenti che non siano il padre e che sono frutto delle sue allucinazioni. Le immagini, ha detto Sartre, sono definite dalle loro intenzioni. La mia ipotesi è che Schreber inventi delle immagini per arrivare alla prova che permetta di confutare l'affermazione "mio padre mi perseguitava."

Le allucinazioni che perseguitano Schreber e le sue immagini-ricordo (rimosse ) della persecuzione a cui fu sottoposto da parte del padre si riferiscono entrambe, credo, agli stessi fatti: agli atti persecutori del padre. Le immagini-ricordo delle persecuzioni paterne corrisponderebbero interamente ai fatti, le immagini allucinate no.

Si immagini che uno si presenti o venga presentato con l'affermazione che può essere espressa dalla seguente frase: "il mio genitore mi perseguitava" e che desideri o abbia bisogno di negarne la validità. Costui potrebbe rifiutare (1) il soggetto, (2) il verbo o (3) il complemento oggetto della frase e dire:

Il mio genitore non mi perseguitava:

(1) qualcun altro mi perseguitava;

(2) il mio genitore mi liberava, aiutava e amava ecc.;

(3) il mio genitore perseguitava qualcun altro.

Si ipotizzi che le immagini-ricordo della persecuzione a cui fu sottoposto dal genitore minaccino di sfilare sullo schermo costituito dalla propria mente cosciente e che il soggetto desideri o abbia la necessità di negare la loro validità. Costui potrebbe formare delle immagini corrispondenti ad ogni affermazione (1), (2) o (3) in sostituzione delle immagini-ricordo.

Le immagini ("affermazioni-immagine" nella terminologia di Bertrand Russell) sono necessariamente affermative, cioè possiamo fornire delle immagini solo per rappresentare delle affermazioni espresse da frasi aventi valore affermativo. Si immagini un uomo che leghi un congegno alla testa di un bambino. Possiamo, per esempio, cambiare il soggetto della frase "un uomo lega un congegno alla testa di un bambino" in modo che diventi "degli omuncoli legano un congegno alla testa di un bambino" e concepire un'immagine che rappresenti la nuova frase. Ma non possiamo tornire nessuna immagine della semplice frase negativa "nessuno lega un congegno alla testa di un bambino," "un uomo non lega un congegno alla testa di un bambino" o "un uomo lega un congegno a niente."

Ritengo che Schreber formi delle immagini di affermazioni ottenute trasformando la frase "mio padre mi perseguitava": egli annulla il soggetto ("mio padre") della frase e lo sostituisce con altri soggetti ("gli omuncoli," i "raggi," "le anime," "Dio," ecc.). Avrebbe potuto cambiare il verbo e costruire immagini del padre che mostrava (per esempio) affetto per lui, ma non abbiamo nessuna prova che lo facesse. Ho conosciuto parecchie persone, non ritenute paranoiche, i cui genitori, secondo me, le hanno perseguitate, che ripetutamente ricordano (o immaginano di ricordare) un genitore che finge di provare verso di loro ciò che essi (i figli) ritengono essere amore. Forse essi sostituiscono il verbo nella frase "il mio genitore mi perseguitava," così che divenga "il mio genitore mi amava." Forse rinnegano il rapporto vissuto con i loro genitori non meno di quanto faccia Schreber, ma nel linguaggio comune o nella terminologia psichiatrica non esiste alcun termine per descriverli; forse è per questo motivo che non sono stati identificati. Ho conosciuto anche alcune persone considerate paranoiche, che ritengo siano state perseguitate dai genitori e che formarono immagini basate, pare, su uno scambio sia del soggetto sia del verbo della frase "il mio genitore mi perseguitava": essi, come Schreber, creano immagini di altri agenti, diversi dai genitori, che li perseguitano e rievocano (o immaginano di rievocare) immagini-ricordo del genitore che li tratta, secondo l'opinione del figlio, in modo affettuoso.

In teoria Schreber avrebbe potuto anche aver distorto il complemento oggetto nella frase "mio padre mi perseguitava" e aver immaginato o "ricordato" che il padre perseguitasse qualcun altro; apparentemente non lo fece. Non riesco a pensare a nessun esempio veramente appropriato di questo tipo di sostituzione che si verifichi isolatamente. Forse tutti coloro che sentono come proibito pensare a un genitore che li perseguiti sentono anche che è loro proibito pensare al genitore che perseguita qualunque persona. Ritengo che molte persone cambino sia il soggetto che il complemento oggetto dell'affermazione espressa dalla frase "il mio genitore mi perseguitava." Per esempio, nei sogni o mentre si masturbano, essi immaginano una persona più vecchia, non il loro genitore, che picchia o comunque perseguita un bambino, non loro. Considero questa immagine come un doppio spostamento dell’affermazione-immagine "il mio genitore mi picchiava (o mi perseguitava)".

Si supponga che si verifichi nella mente di qualcuno un evento che contemporaneamente sia proibito da una regola preesistente che lo proibisca. Questo evento potrebbe in seguito costituire la base di un'allucinazione, se uno seguisse questa formula:

- Costruire una frase per esprimere questo evento in parole.

- Ritirare la coscienza dall'evento.

- Negare i precedenti passaggi, i seguenti e le negazioni.

- Cambiare il soggetto, il verbo o l'oggetto della frase e formare una nuova frase affermativa.

- Rappresentare la nuova frase con un'immagine.

- Proiettare l'immagine nello spazio percettivo.

Certamente le allucinazioni, come i sogni, non rivelano di essere state create come prodotti di operazioni compiute sulle esperienze passate. Ritengo che chi soffre di allucinazioni neghi quelle esperienze e le operazioni compiute su di esse.

Forse è per il fatto che scriviamo, leggiamo, parliamo e ascoltiamo parole che si succedono linearmente, ogni parola e ogni frase prima o dopo un'altra, che talvolta supponiamo che la nostra "linea" di pensiero segua una sequenza, logica o di altro tipo. Così, quando descriviamo un corso di pensieri, presumiamo che proceda per gradi, ognuno dei quali sia dipendente dai precedenti. La nostra opinione sulle modalità in cui pensiamo può, però, non corrispondere a come, in realtà, pensiamo. Nella formula precedente, l'ultimo grado deve succedere di qualche tempo al primo, ma tutti gli altri potrebbero avvenire in una sequenza qualunque, o tutti in una volta, in qualunque momento durante l'intervallo fra il primo e l'ultimo grado.

Per avere allucinazioni con una certa regolarità, bisognerebbe applicare questa formula a una serie di eventi avvenuti regolarmente nel proprio passato. Questo può non essere il solo modo di formare allucinazioni, ma mi sembra che sia uno molto usato.4

Si può anche servirsi di percezioni e ricordi normali che sostituiscano quelle percezioni e quei ricordi di cui è proibito essere consapevoli. Un mio conoscente ebreo, ogni volta che vede, sente o ricorda di vedere o di sentire, nella conversazione o in altri mezzi di comunicazione, dei riferimenti a nazisti, tedeschi, uomini biondi o di bell'aspetto, trae sostegno da queste esperienze per confermare la sua credenza più volte espressa che i nazisti perseguitano o perseguitavano gli ebrei o che i nazisti lo perseguitano o lo perseguitavano. Non ha mai conosciuto un vero nazista, secondo me era suo padre a perseguitarlo. Mi sembra che il suo puntare l'attenzione proprio su queste percezioni e su questi ricordi e il suo fare costruzioni su di esse sostituiscano le percezioni e i ricordi della persecuzione che il padre mise in atto contro di lui. Le percezioni, come i ricordi, sono in parte una scelta morale. Se si collegano così i sentimenti di persecuzione con le percezioni e i ricordi normali, è probabile che uno venga considerato, secondo il linguaggio psichiatrico, delirante o allucinato. Certo che uno può sia inventare nuove esperienze percettive (allucinazioni) sia adattare quelle normali e i ricordi ai propri propositi: può essere così considerato sia allucinato che delirante.5

Ciò che è chiamato allucinazione o delirio può essere un tentativo della mente di rivelarsi a se stessa, data la presenza di una regola, che essa stessa si impone, che le proibisce proprio di fare questo. Senza questa regola non avrebbe bisogno né di allucinazioni né di deliri.

La parola "allucinare" deriva dalla radice del participio passato del latino allucinari, vagare con la mente, fare discorsi oziosi. Se la mia formula è valida per qualcuno che ha allucinazioni, la sua mente non sta vagando, ma si sta muovendo lungo sentieri accuratamente tracciati, con degli scopi precisi. Egli non fa discorsi oziosi, ma anzi rivela, benché in codice, il nucleo del suo essere.

Ho suggerito che le allucinazioni rappresentino delle affermazioni che possono essere espresse anche con delle frasi. I modelli di linguaggio parlato o scritto in una data cultura, subcultura o famiglia potrebbero influenzare le allucinazioni o i sogni dei suoi membri? I modelli di linguaggio possono influenzare ogni esperienza percettiva, comprese le percezioni normali (vedi Whorf, 1964). Si consideri, per esempio, come si potrebbe vivere diversamente il mondo e noi stessi se la grammatica della nostra lingua non richiedesse che le frasi avessero dei soggetti e se perciò non presumessimo che le azioni avessero bisogno di agenti o soggetti.

"La luce balenò" si dice in italiano. Qualcosa deve essere lì per produrre quel balenio; "la luce" è il soggetto, "balenò" il predicato... Un indiano Hopi... dice Reh-pi — balena — una sola parola per tutta la rappresentazione, nessun soggetto, nessun predicato, nessun riferimento temporale. Spesso leggiamo nella natura di fantasmatiche entità che balenano e compiono altri miracoli. Forse che le introduciamo noi perché alcuni dei nostri verbi richiedono che gli sia posto davanti un sostantivo? (Prefazione di Stuart Chase, in Whorf, 1964, p. VIII).

Ammesso che la mia teoria delle allucinazioni di Schreber sia giusta, se egli fosse un Hopi non avrebbe bisogno di creare fantasmatici esecutori dei "miracoli," che fossero gli agenti della sua persecuzione; avrebbe potuto infatti rivivere sentimenti di persecuzione senza inventare persecutori immaginari.

Le allucinazioni consistono in immagini situate in uno spazio percettivo. Vedere (o sentire, toccare, odorare, gustare ecc.) è credere. Proverbialmente l'esperienza sensoriale è la meno sottoposta a discussione, è di per sé evidente. Così almeno pensa l'uomo della strada, come del resto anche il fisico, lo psicologo e il filosofo. Le allucinazioni sembrano reali a coloro che le provano, spesso più irresistibilmente reali delle altre esperienze percettive. Gli allucinati non cedono a nessun ragionamento, l'immediatezza della loro esperienza non lascia loro alcun dubbio.

Schreber afferma in un poscritto alle sue Denkwürdigkeiten, "Sulle allucinazioni."

Col termine allucinazione si intende, per quanto ne sappia, la stimolazione di nervi in virtù della quale una persona con una malattia di nervi crede di avere impressioni di eventi verificantisi nel mondo esterno... che in realtà non esistono. Pare che la scienza neghi ogni fondamento reale alle allucinazioni giudicando da quanto ho letto per esempio in Kraepelin... Secondo me ciò è completamente sbagliato, almeno se così generalizzato... Seri dubbi devono sorgere in tale atteggiamento razionalistico e puramente materialistico (se mi concedete questa espressione) nei casi in cui uno ha a che fare con voci "di origine soprannaturale"... Naturalmente posso parlare con certezza solo di me stesso quando affermo che esiste una causa esterna di queste sensazioni (pp. 306-7).

Sembra che Schreber si procuri un'esperienza percettiva per sostenere il suo desiderio di non credere alla persecuzione a cui il padre l'aveva sottoposto. È come se stesse dicendo: "Non sono le immagini-ricordo di mio padre a perseguitarmi, ma dei poteri soprannaturali." Certamente il fatto di affermare qualcosa a se stessi non prova che questo sia vero. Si può decidere di considerare valida la prova che delle esperienze abbiano origine al di fuori del nostro corpo solo se anche altri possono percepire queste esperienze. Nella nostra società occidentale, colui che trae conclusioni da esperienze percettive che egli inventa per confermare o confutare le proprie credenze è soggetto ad essere considerato pazzo, non scientifico, a seconda del contesto. Insomma, rompe delle regole fondamentali.

Schreber fu etichettato come pazzo e lo sarebbe oggi. Ma suo padre? Suo padre, basandosi su premesse false riguardanti i bisogni fisici e psicologici dei bambini, ne dedusse come i genitori dovrebbero trattare i bambini e trattò il suo in modo strano. Suo figlio sofferse del comportamento del padre e più tardi lo rivisse (senza rendersene conto) e trasse da quanto aveva sperimentato alcune inferenze che a loro volta lo condussero a false conclusioni sull'ordine spirituale del cosmo.

PADRE                                      FIGLIO

false premesse                      false conclusioni

↓                                                  ↑

inferenze                                 inferenze

↓                                                  ↑

strano comportamento    →    strane esperienze

Se la prova della sanità di una mente fosse la conoscenza della verità riguardo a se stessa, alle altre menti o al mondo, troverei difficile stabilire chi è più pazzo in questo caso, se il padre o il figlio. È assurdo considerare il figlio matto e il padre invece sano e degno di grande stima.

I resoconti dell'ospedale di Schreber (Baumeyer, 1956) e il rapporto di Weber (Appendice alle Denkwürdigkeiten) rivelano che i suoi medici consideravano la sua mancanza di consapevolezza della malattia come un sintomo di essa. Ma secondo me non c'è prova che essi avessero capito le sue esperienze meglio di lui, né altri medici di ospedali psichiatrici potrebbero farlo oggi; la loro opinione secondo cui la paranoia e la schizofrenia avrebbero origine da processi interni agli individui "malati" interferirebbe con la loro comprensione di Schreber.

Benché Schreber non connetta esplicitamente il comportamento del padre con gli avvenimenti della sua "malattia di nervi," talvolta accenna a dei legami con essa. Per esempio, accusa il dottor Flechsig, suo primo medico in ospedale: "Come molti medici, lei non ha saputo resistere completamente alla tentazione di usare un paziente affidato alla sua cura come oggetto di esperimenti scientifici" (Denkwürdigkeiten, p. X). Gli psichiatri che ebbero in cura Schreber non arrivarono così vicini alla verità riguardo alla sua relazione col padre. Schreber dice che il dottor Flechsig "voleva vincere la mia malattia esclusivamente [ ! ] avvelenandomi con bromuro di potassio, a causa del quale il dottor R., a S., alle cui cure ero stato affidato prima, era stato rimproverato" (ibid., p. 35). E il dottor Weber, uno psichiatra che lo ebbe in cura in seguito, dice che i "miracoli" di Schreber sono "indubbiamente dovuti a processi patologici del cervello" (Appendice alle Denkwürdigkeiten, p. 460).

Evidentemente non capitò mai a Flechsig, a Weber o ad alcun altro dottore che curò Schreber o che scrisse su di lui negli uhi mi cinquantanni di collegare le sofferenze di Schreber al comportamento del padre. Forse, anche se Schreber avesse potuto giacere nudo per mostrare a tutti come i suoi "miracoli" fossero ricordi, non avrebbe potuto trovare nessuno disposto a capire.

Note

1 "Cos'è dunque il fenomeno dell'idea delirante? Si tratta, diciamo, di mancato riconoscimento, con ciò che questo termine contiene di antinomia fondamentale. Perché mancato riconoscimento implica un riconoscimento, come chiarisce il mancato riconoscimento sistematico, dove bisogna naturalmente ammettere che ciò che è negato sia in qualche modo riconosciuto.

... Mi pare chiaro, in effetti, che nei suoi sentimenti d'influenza e di automatismo, il soggetto non riconosca come proprie le sue produzioni. È a questo proposito che siamo tutti d'accordo che un pazzo è un pazzo. Ma il problema non è piuttosto che lui lo sappia? E il fatto di conoscere ciò che egli sa di sé senza riconoscervisi?" Propos sur la causalité psychique (1950), pp. 53-34, citato da Wilden (1968), pp. 96-97.

2 La seguente citazione di Wilhelm Reich aiuta a chiarire questo concetto: “... Il processo di corazzamento che avviene nella prima infanzia rende ogni espressione di vita dura, meccanica, rigida, incapace di cambiamenti e adattamenti alle funzioni e ai processi vitali. Le sensazioni degli organi vitali, divenute inaccessibili alla percezione dell'individuo, costituiranno d'ora in avanti il regno delle idee centrate attorno al 'sovrannaturale'. Anche questo è tragicamente logico. La vita è oltre la nostra portata, 'trascendentale'. Così diventa il centro del desiderio religioso del salvatore, del redentore, dell' ‘ALDILÀ’” (L'etere, Dio e il diavolo, pp. 100-101, citato da Higgins e Raphael (1968), p. 82). Qui Reich si riferisce in generale alla nostra società occidentale.

3 R.D. Laing sostenne la stessa teoria nelle conferenze su Schizofrenia: malattia o strategia? tenute al William Alanson White Institute di New York nel 1967.

4 Per avere allucinazioni con una certa regolarità, è necessaria soltanto un po' di pratica. Ciò che è chiamato allucinazione può essere considerato una forma di pensiero; lo stesso, secondo Freud, vale per un sogno. La capacità di pensare per immagini, da svegli, è più diffusa nei bambini che negli adulti, almeno nella nostra società. Molte persone creative conservano questa capacità, ma la maggior parte delle persone no, aderendo probabilmente al punto di vista generalmente accettato secondo cui tali esperienze sono indesiderabili o "malate." Per riacquistare quella capacità è semplicemente necessario sbloccare l'inibizione.

5 Alcuni aspetti della mia ipotesi assomigliano formalmente alla teoria di Von Domarus (1944) sul pensiero paralogico, che, secondo lui, caratterizza il pensiero schizofrenico. Von Domarus dice che il pensiero paralogico accetta l'identità basata sull'identità dei predicati. Scrive: "Se A significa 'alcuni indiani sono veloci' e B significa 'i cervi sono veloci,' l'area di intersezione fra A e B simboleggia l'elemento comune della velocità. Ne segue, secondo il pensiero paralogico, che 'alcuni indiani sono cervi' e l'azione sarà direttamente guidata da questa conclusione" (p. 110). Chiarire le differenze e le somiglianze fra la teoria di Von Domarus e la mia posizione espressa qui richiederebbe alcune pagine e ci allontanerebbe dalla nostra direzione. La sua teoria non mostra i motivi o gli scopi che portano al pensiero paralogico. Allo stesso modo, Bleuler trascura di considerare il fatto che le persone il cui pensiero è, secondo lui, strano potrebbero avere dei motivi o degli scopi per pensare così.

Capitolo quinto
Natura e innatura

Nel mio caso la mancanza di sincerità morale sta nel fatto che Dio Si pone fuori dall'Ordine del Mondo dal quale Egli Stesso deve essere guidato...

                                             Daniel Paul Schreber, Denkwürdigkeiten, p. 60.

Alcune persone, fra cui il dottor Schreber, padre di Daniel Paul, considerano i loro ideali morali come delle leggi naturali. Ritengono che le azioni, i pensieri e i rapporti che si uniformano ai loro ideali morali siano naturali, mentre quelli che non vi si uniformano siano innaturali. Perciò pretendono che i loro ideali abbiano un'autorità universale, per quanto ristretti ed etnocentrici possano essere. Molti ritengono che la maggior parte delle possibili forme di rapporto sessuale fra esseri umani non siano naturali, quali il rapporto buco-genitale, il rapporto fra più di due persone in una volta, fra due persone dello stesso sesso o di differente colore, ecc.

Forse è necessario che gli uomini scelgano degli ideali morali di un qualche tipo. Ma considerare le proprie scelte come naturali e quelle degli altri come innaturali significa negare che i propri ideali morali siano in parte dipendenti dai propri programmi, che a loro volta sono influenzati dal proprio contesto sociale, passato e presente.

Uno dei principali scopi a cui mira il sistema educativo del dottor Schreber è che l'uomo ponga il suo "mondo sofisticato" in "armonia con le leggi di Natura che governano ogni cosa e con l'Ordine del Mondo" (1858, p. 308).

Un'educazione che segua la Ragione e la Natura dovrebbe dedurre da questi principi basilari tutti gli altri principi specifici e direttamente pratici e uniformarli perfettamente ad essi (ibid., p. 27).

Incoraggia i suoi lettori ad "obbedire" alla Natura. A proposito del "nostro sistema scolastico," afferma:

Tutte le più grandi mancanze derivano dal fatto che non tutte le leggi e le istituzioni sono basate sulle leggi di Natura e ancor più dal fatto che i singoli insegnanti non le adottano come guida del loro comportamento (p. 308).

Se la prende con gli "eccessi di qualsiasi tipo," che chiama un "modo di vita innaturale" (p. 235).

Le leggi morali, non quelle di Natura, determinano cosa gli uomini pensano debba accadere: la Natura (o l'Ordine del Mondo) determina cosa deve accadere. Ciò che è veramente innaturale non si verifica né lo potrebbe. Se ciò che il dottor Schreber chiama Natura fosse veramente Natura, non avrebbe bisogno di spingere i lettori ad "obbedire," poiché non potrebbero scegliere altrimenti. In effetti, tutto ciò che avviene nelle persone e fra loro è, in qualche modo, naturale; ma egli non se ne rende conto. Il figlio compie lo stesso errore; ritiene naturale ciò che egli considera morale e innaturale ciò che egli considera immorale:

Il complesso di idee costituenti la moralità può sorgere solo all'interno dell'Ordine del Mondo, cioè all'interno del vincolo naturale che tiene uniti insieme Dio e il genere umano; se l'Ordine del Mondo è spezzato, conta solo il potere e il diritto del più forte è decisivo. Nel mio caso, la mancanza di sincerità morale sta nel fatto che Dio Si pone fuori dall'Ordine del Mondo dal quale Egli Stesso deve essere guidato... (Denkwürdigkeiten, p. 60).

Qui il figlio critica il maltrattamento a cui Dio (leggi il padre) lo sottopone, ma non la premessa del padre riguardo al rapporto fra la moralità e l'Ordine del Mondo.

Il dottor Schreber padre ritiene che ciò che sono in realtà i suoi pregiudizi siano fatti "stabiliti dalla natura":

È stabilito dalla Natura che l'educazione di un maschio è di regola considerevolmente più difficile e richiede un grado più alto di energia di quella di una femmina (1858, p. 165).

"Consigli e spiegazioni" riguardo al "pericolo della sensualità" (che egli considera una "passione innaturale") devono essere "sia più circostanziati che più duri quando si tratta di maschietti piuttosto che di bambine" (ibid., p. 251). Può darsi che i suoi figli si siano sviluppati così a causa della maggiore "energia" che probabilmente dedicò alla loro educazione.

Egli fa significare alla Natura tutto ciò che vuole: per esempio accenna all'"innaturale pressione per una emancipazione completa delle scuole dalla Chiesa" (1860, p. 17). Malgrado la mancanza della minima prova scientifica a favore dei suoi precetti morali e della maggior parte di quelli pseudo-medici, si oppone al "rozzo empirismo" dei secoli precedenti con i suoi insegnamenti, presumibilmente superiori, tratti dalla "vita stessa," dal "Libro della Natura."

Il dottor Schreber afferma che un altro dei suoi scopi principali è che le persone "raggiungano quell'elevazione morale che è il coronamento della legge morale cristiana" (1858, p. 288). Suo scopo è guidare il bambino "verso una pienezza, una nobiltà, un calore di sentimenti e verso l'amore più puro in senso cristiano" (ibid., p. 26).

Non vede nessun conflitto, attuale o potenziale, tra la legge morale cristiana e ciò che egli chiama "la Natura e l'Ordine del Mondo." Ciò che egli considera come moralmente giusto è ciò che egli considera naturale. Le leggi morali sono così profondamente radicate in lui che considera le violazioni di esse come innaturali.

Egli crede di applicare la morale cristiana (secondo la sua interpretazione) all'educazione dei bambini e di farlo scientificamente. La teoria e i metodi delle cosiddette scienze sociali possono essere applicati allo studio della legge morale cristiana (in qualunque modo essa sia compresa o messa in pratica) come uno degli innumerevoli sistemi effettivi o possibili di legge morale. Ma non è questo che egli intende col termine di scienza. Ritiene infatti che la sua applicazione della legge morale cristiana all'educazione dei bambini sia una scienza. La "scienza dell'educazione," alla quale crede che il suo sistema appartenga, è "una delle scienze più importanti e più ricche fra le discipline intellettuali sorelle" (ibid., p. 24). Deplora il fatto che "nessuna università abbia istituito una cattedra di questa materia" (p. 24). Quando sostiene che i suoi precetti morali sono scientificamente validi, rende difficile per i bambini e per la maggior parte della gente comune sfidare la sua autorità, dal momento che egli è un medico. Anche oggi pochi si accorgono che i medici spesso confondono la morale con la scienza. Gran parte dell'attuale teoria e pratica psichiatrica è basata proprio su una tale confusione.1

Il dottor Schreber afferma di obbedire alle "leggi di Natura," ma in realtà si oppone alla Natura:

I nobili semi della natura umana germogliano nella loro purezza per lo più spontaneamente se quelli ignobili (le erbacce) sono trovati e sradicati in tempo. Bisogna farlo senza pietà e con energia (1858, p. 140).

La separazione di ogni singola pianta dall'erbaccia è un guadagno importante per la vita (ibid., p. 162).

Secondo la botanica, le erbacce non appartengono a nessuna specie in particolare; esse sono tutte quelle piante che crescono dove un giardiniere non vuole che crescano. Proprio come le erbacce esistono nella mente del giardiniere, si fa per dire, così il dottor Schreber definisce per conto suo le "erbacce" di cui parla. Sia le vere "erbacce" sia quelle di cui parla il dottor Schreber crescono naturalmente. Come può il dottor Schreber schierarsi con la Natura, mentre chiede di "sradicare" le erbacce?

Egli reprime severamente posizioni del corpo e movimenti naturali (nel senso che non sono costretti), abitudini naturali nel mangiare, forme naturali di sessualità, ecc. Per esempio, i bambini non devono mangiare fra un pasto e l'altro:

Conseguenza inevitabile è una formazione del sangue incompleta e malata. Questo sbaglio molto diffuso nell'educazione dei bambini va considerato come la causa fondamentale della salute cagionevole e della debolezza della nostra gioventù (p. 166).

In termini medici, tutto ciò non ha alcun senso. Ma pare che egli senta la necessità di sostenere la sua causa, come nelle discussioni riguardanti la posizione del corpo e la sessualità, facendola passare per un fatto medico.

Inoltre si oppone a che i bambini mangino fra un pasto e l'altro per una ragione morale: perché devono imparare l'"auto-negazione." Quando cerca di perseguire i suoi importanti scopi sa essere sadico. Si consideri questo sistema di abituare i bambini all'"autonegazione" prima che abbiano raggiunto l'anno di età. Nessuno deve dare al bambino una briciola di cibo all'infuori dei tre regolari pasti quotidiani. La sua bambinaia deve metterlo a sedere sulle ginocchia mentre lei mangia o beve ciò che vuole. Per quanto il bambino voglia mangiare o bere, non gli deve dare niente.

Un bambino abituato così starà seduto tranquillo, giocando allegramente o gingillandosi sulle ginocchia di chi lo sorveglia mangiando, senza dare il minimo fastidio a causa di ciò... Preoccupatevi di mantenere nel bambino abitudini solide e buone, facendo frequentemente uso di tali metodi. Se la persona incaricata di sorvegliare il bambino è stata sufficientemente scrupolosa, ciò risulterà senza dubbio evidente dal comportamento del bambino. Qualora un bambino mostri di desiderare una cosa o un'altra fuori luogo, se ne deve certamente dedurre che qualcuno si sia mostrato debole nei suoi confronti. Sono giunto a questa convinzione attraverso una sufficiente esperienza personale. E anche se tale infrazione è accaduta solo una volta (magari segretamente compiuta dalla bambinaia), apparirà senz'altro manifesta alla prima opportunità nel comportamento del bambino, che pretenderà di avere. Perciò non bisogna aver paura di accusare senza ragione l'ambiente circostante il bambino, che può così essere controllato con facilità e con sicurezza. Applicando questo metodo, un bambino non può mai ingannarci (p. 64).

E aggiunge:

Questa è solo un'esperienza di poca importanza presa dalla mia cerchia familiare. La bambinaia di uno dei miei figli, solitamente una persona molto dolce, diede una volta a un bambino qualcosa fra un pasto e l'altro, benché le fosse stato esplicitamente detto di non farlo... Si trattava di un pezzo di pera che lei stessa stava mangiando... Senza altro motivo fu immediatamente licenziata, perché avevo perso la necessaria fiducia nella sua incondizionata correttezza (p. 64 n.).

La notizia di questo episodio si diffuse fra le bambinaie di Lipsia e da quel momento, dice, non ebbe "ulteriori problemi di errori con alcun'altra donna o bambinaia."

Il metodo del dottor Schreber di insegnare a un bambino l'astinenza consiste nello stabilire una gerarchia mediante la quale trasmette il proprio potere alla bambinaia che lo trasmette a sua volta al bambino. Solo al bambino è negato tutto. È notevole che Schreber nel corso della sua "malattia di nervi," molti anni dopo, abbia vissuto "una gerarchia di poteri nel regno di Dio." Forse egli ha rivissuto la gerarchia di poteri nel regno del padre.

Il padre specifica dettagliatamente cosa devono mangiare e bere ad ogni pasto i bambini fino a sette anni, cosa non devono mai mangiare e bere, quando è permesso loro di bere acqua e quando no, e che frequenza e che orario devono avere i pasti. A giustificazione delle sue regole egli offre una mescolanza di ragioni morali e pseudomediche: "corretta formazione del sangue," "considerazioni morali," "giusta diluizione dei succhi gastrici," " protezione contro gli eccessi (e perciò contro la preponderanza delle funzioni animali su quelle spirituali)," giusto "grado di metabolismo," "costante regolarità," pericolo di "rimpinzare lo stomaco" e raggiungimento della "piena forza" da parte del sistema digerente (pp. 74-7, 166).

È indice di debolezza cedere ai gusti o ai capricci dei bambini. Se un bambino non vuol mangiare il cibo che gli viene dato, bisogna "con molta fermezza" farglielo "finire completamente."

A questi capricci non bisogna mai cedere fin dall'inizio; non bisognerebbe dare al bambino neanche un solo boccone di un altro cibo, finché egli non ha completamente mangiato il cibo che aveva rifiutato... Dopo poche applicazioni decise di questa massima, non ricapiterà più niente di questo genere al bambino. Anche qui perciò è valido il proverbio: un punto a tempo ne salva cento (pp. 76-77).

In questo modo ci si prende cura che il bambino non sia "sovraccaricato da una grande quantità di manie sue proprie che costituiranno inibizioni di vario tipo per la sua vita futura" (p. 77).

Uno stretto controllo dei genitori su cosa e quando i bambini mangiano e bevono deve continuare fino all'età di diciassette anni, e la "partecipazione a pasti esotici e stimolanti" è proibita prima dei vent'anni (p. 278). Esercizi della posizione del corpo ("le spalle dovrebbero essere tenute indietro e la schiena diritta") dovrebbero essere fatti regolarmente due volte al giorno per dieci-quindici minuti prima della colazione del mattino e della cena; costituiscono una difesa contro "la sregolatezza e la negligenza" ed è un "buon modo per ricordarlo ai bambini." "Se riceverà o no il suo pasto, sarà determinato dal suo comportamento durante gli esercizi per la posizione del corpo" (p. 209).

Il padre chiede che un bambino obbedisca al suo desiderio naturale di mangiare. Forse il figlio rivive gli attacchi del padre contro il suo appetito quando dice:

Per un certo periodo i miracoli erano diretti in preferenza contro il mio stomaco, in parte perché le anime mi invidiavano il piacere dei sensi connesso con l'ingerimento del cibo, in parte perché si consideravano superiori agli esseri umani che richiedevano nutrimenti terreni; perciò tendevano a guardare dall'alto in basso con un certo disprezzo tutti i cibi e le bevande (Denkwürdigkeiten, p. 151).

Per venire incontro alle richieste del sistema del padre, un bambino dovrebbe imparare ad ignorare e a dimenticare di stare ignorando tutti gli stimoli della fame (e anche della sazietà) provenienti dal suo sistema digerente. Effettivamente dovrebbe dimenticarsi, soprattutto fra un pasto e l'altro, di avere uno stomaco. Scrive Schreber:

Esistevo spesso senza lo stomaco; dicevo esplicitamente all'inserviente... che non potevo mangiare poiché non avevo stomaco. Talvolta, subito prima dei pasti, uno stomaco era, si fa per dire, prodotto ad hoc dai miracoli (ibid., p. 133-34).

Parlava anche dei suoi intestini scomparsi "in modo misterioso" (Baumeyer, 1956, p. 65).

Quando il dottor Schreber permette ai bambini di essere naturali, lo fa per "controllarli" e per imporgli più facilmente le sue opinioni, cioè per minare la loro naturalezza:

Quando il bambino si trova fra i suoi compagni di gioco, è il momento in cui la sua piena e spontanea individualità emerge maggiormente. La mancanza di coscienza di sé e di inibizioni apre i recessi più profondi della sua vita interiore. È a questo punto che il bambino può essere controllato quasi completamente... Genitori ed educatori... trovano qui un mezzo di osservazione e di affermazione del loro punto di vista educativo molto fruttuoso (1858, p. 120).

Aggiunge:

Quella che segue deve essere considerata come la prima regola dell'educazione, con particolare riferimento ai giochi dei bambini: si scelgano esclusivamente quei giochi che danno libero sfogo alla spontaneità del bambino all'interno dei limiti determinati da ciò che è concesso (ibid., p. 112).

Si noti come egli restringe la "spontaneità" dei bambini: i genitori (1) scelgono i giochi, (2) stabiliscono quello che è concesso é (3) decidono se un dato gioco si trova "nei limiti di ciò che è concesso." In questo contesto, parlare di "dare libero sfogo alla spontaneità del bambino" è una mistificazione. Suggerisce anche altre restrizioni:

Bisogna cercare di stabilire un corretto equilibrio e una giusta alternanza, che si accordino col temperamento del bambino, fra i giochi movimentati e quelli tranquilli (p. 113).

Così un certo numero di caratteristiche insoddisfacenti ed esagerate della personalità del bambino, che sarebbe difficile correggere successivamente, può ora venire controllato facilmente (p. 113).

Dunque i genitori dovrebbero decidere (4) quali giochi sono "tranquilli" e quali non lo sono, (5) quali "caratteristiche" sono "insoddisfacenti ed esagerate," (6) cos'è "il carattere del bambino" e (7) qual è il "corretto equilibrio" fra i giochi che "si accorda" con esso. Allo stesso modo l'uso dei giocattoli da parte dei bambini è sotto il controllo dei genitori.

Non si permetta al bambino di giocare con più di un giocattolo nello stesso tempo... Si faccia attenzione che il cambio sia fatto solo dopo che il bambino ha impiegato sufficiente energia (fisica o mentale) col giocattolo datogli... Soprattutto i giocattoli offrono la possibilità di trasformare la pulizia e la cura per la proprietà e l'ordine in regole ben precise (p. 115).

In breve, i genitori hanno la possibilità di manipolare i bambini attraverso i loro giochi. Forse è a questo che il figlio si riferisce quando dice di essere vittima del "maledetto" gioco-con-gli-esseri-umani [Menschenspielerei] (Denkwürdigkeiten, p. 86).

I genitori, non i bambini, scelgono eventualmente le rappresentazioni teatrali che i bambini possono vedere.

Come semplice mezzo di divertimento o di intrattenimento, le rappresentazioni teatrali, come i drammi o le tragedie, sono dei piaceri raramente consigliabili e dovrebbero essere concessi solo in occasioni molto limitate e dopo una scelta molto accurata (1858, p. 259).

Non dice mai perché le rappresentazioni teatrali siano "piaceri raramente consigliabili." Forse egli pensava di proteggere la "stabilità psichica" dei bambini:

Un'indulgenza smodata ai piaceri dell'arte o un coinvolgimento troppo esclusivo della vita nella sfera artistica alla fine esaurisce il sistema nervoso, produce una sensibilità patologica, ipocondria, isteria e fantasie e ostacola la stabilità fisica e psichica (ibid., pp. 292-93).

Per ironia i medici di suo figlio pensavano che egli fosse affetto proprio da quelle sofferenze che il padre gli voleva evitare.

Il dottor Schreber inoltre stabilisce delle regole sul bagno dei bambini: la temperatura dell'acqua per ogni età, i centimetri di acqua nella vasca, quanti minuti deve durare il bagno e, in estate, quanti minuti devono passare all'aperto prima di entrare nella vasca (pp. 80-1). Specifica quante ore al giorno i bambini sotto ai dodici anni devono passare all'aperto in ogni stagione. Se un giorno le "circostanze" riducono il numero di ore, il giorno seguente il bambino deve stare all'aperto un numero maggiore di ore. Le preferenze del bambino a questo riguardo non sono di nessuna importanza.

Ho già menzionato i timori del dottor Schreber a proposito dei danni che possono capitare a un bambino che stia sdraiato troppo a lungo sullo stesso fianco. Avvertimenti contro "l'unilateralità" sono molto frequenti nei suoi scritti; usa il termine "unilateralità" a proposito del maggior sviluppo fisico di un lato del corpo, destro o sinistro, rispetto all'altro. In molti casi interveniva nella vita del bambino proprio per prevenirla. Non c'è neppure bisogno di dire che i suoi allarmi sono privi di qualsiasi validità scientifica.

Se un bambino impara a camminare tenuto per mano:

bisogna osservare un'eguale alternanza della destra e della sinistra, poiché i muscoli del braccio e della spalla del bambino sono sottoposti a una maggior attività dalla parte da cui è tenuto... Se questa alternanza fosse trascurata ne risulterebbe una disuguaglianza nelle abitudini e nello sviluppo delle due parti del corpo (p. 85).

In un capitolo intitolato "Forma del corpo, portamento e abitudini" dice (1858), dei bambini fra uno e sette anni:

Un'abitudine molto cattiva consiste nell'appoggiarsi su di un solo piede, mentre l'altro sta sospeso e sfiora appena il pavimento e tutta la parte superiore del corpo viene ad assumere un portamento irregolare e fiacco... La posizione orizzontale dei fianchi è disturbata poiché la parte su cui si appoggia il peso del corpo si trova per forza a un'altezza maggiore dell'altra. Questo provoca un'incurvatura ad S della spina dorsale che causa un portamento spostato e irregolare di tutta la parte superiore del corpo... Solo attraverso un conseguente e, se necessario, severo rimprovero questa cattiva abitudine può essere controllata.

Quando salgono [o scendono] le scale... i bambini di età inferiore ai sei o sette anni non sanno fare un gradino dopo l'altro, a causa delle loro gambe corte, ma sono obbligati a spingere una gamba dietro l'altra, gradino per gradino. La maggior parte dei bambini sono abituati a farlo sempre dalla stessa parte, senza cambiare gamba... Ciò può essere la causa di una formazione disuguale del corpo fragile e flessibile del bambino... Bisogna fare attenzione che il bambino usi alternativamente entrambe le gambe salendo le scale (pp. 101-2).

Occupa tre pagine complete nella spiegazione del principio generale, di cui alcune frasi bastano a spiegare l'essenza:

È molto importante che le membra del bambino si sviluppino e si abituino esattamente nello stesso modo (p. 102; questo brano nell'originale è in corsivo).

Per rispettare questa regola, che offre un notevole vantaggio pratico per tutto ciò che concerne la salute e la futura occupazione, è importante che nessuna parte del corpo sia dimenticata, che nessun braccio o gamba siano trascurati in ogni movimento o attività... Il bambino deve imparare che tutto quello che fa con un braccio o con una gamba deve farlo anche con gli altri, alternandoli regolarmente (pp. 102-3; quest'ultima frase è in corsivo nell'originale).

Bisogna fare "speciale attenzione" che un bambino avente una età compresa fra uno e sette anni usi alternativamente entrambe le mani per raccogliere e trasportare le cose. Lo stesso vale per arrivare... alle maniglie della porta (che sono poste all'altezza degli adulti) che causa un sollevamento del braccio e della spalla e uno stiramento di tutta questa parte del corpo (p. 105).

"L'alternanza fra la destra e la sinistra è necessaria" nei giochi, specialmente della palla, della trottola e dei dadi, [che] richiedono lo sforzo muscolare di una sola parte del corpo... Le bambine devono tenere in braccio le bambole sia con la destra che con la sinistra (pp. 105-6).

Le seguenti affermazioni sono tratte da una parte dedicata ai ragazzi dai sette ai sedici anni: "Nuotare su un fianco... è particolarmente sconsigliabile." Avverte di non "stare seduti goffamente (su un solo fianco)":

In questa posizione, un gomito si appoggia al tavolo mentre l'altro rimane sospeso. A ciò si accompagna sempre una contorsione più o meno pronunciata del tronco e un esame più attento di un bambino che stia seduto così rivelerà sempre che una spalla è più bassa dell'altra... Questa abitudine difettosa è una delle cause più frequenti... della formazione di curvature della spina dorsale (p. 200).

Proibisce molti strumenti musicali per evitare l'"unilateralità":

Anche suonare il clarinetto, il corno o l'oboe potrebbe essere ritenuto dannoso a questo proposito se non fosse già sconsigliato ai bambini a causa dello sforzo a cui sarebbero sottoposti i polmoni. D'altra parte suonare qualunque strumento a corda (compresi l'arpa, il flauto, la cetra e la chitarra) è ovviamente dannoso per la posizione e lo sviluppo fisico del bambino (p. 211).

Per la stessa ragione sconsiglia " di portare i bambini più piccoli con un solo braccio, di portare cartelle pesanti o bidoni d'acqua, ecc." (p. 212). Vieta inoltre "di disegnare e dipingere al cavalletto poiché ciò fa assumere alle spalle una posizione notevolmente diseguale e non è possibile una reale alternanza" (p. 213).

Per prevenire "l'unilateralità" nelle bambine, critica la forma delle sottovesti:

È inevitabile che le stringhe, che sono spesso legate senza cura e irregolarmente sopra ai fianchi, siano tirate e stringano più da una parte che dall'altra, provocando la tendenza a tirare in dentro uno dei fianchi (p. 192).

A proposito del cucito, del ricamo e delle trecce, dice:

Oltre al fatto che in queste attività, come in tutte quelle che richiedono di stare seduti, bisogna evitare di incurvare la schiena, bisogna ricordarsi che cucire con un filo lungo non è adatto per delle ragazzine, a causa del regolare sollevamento del braccio e della spalla di uno stesso lato, che può facilmente portare a una deformazione della spalla. Per la stessa ragione il ricamo al telaio non è adatto per le bambine (p. 212).

Le bambine che si intrecciano i capelli devono farlo alternativamente dalla parte destra e da quella sinistra (p. 213).

Aggiunge molti altri esempi spesso accompagnati da spiegazioni pseudo-ortopediche, dicendo che non si tratta di una lista esauriente ma di un'illustrazione dei giusti principi e di una "guida" per tutte le attività.

In base a un resoconto dell'ospedale (Baumeyer, 1956) dirà, a proposito della condotta del figlio: "La sua posizione e la sua andatura sono rigide, i suoi movimenti duri e spigolosi" (p. 65). Forse egli stava cercando di evitare "il portamento irregolare e fiacco," "l'incurvatura della schiena," "la diversità nella posizione delle spalle," "l'incurvatura ad S della spina dorsale," "lo sviluppo unilaterale dei muscoli degli arti" ecc., tutto in una volta.

È divertente notare come il figlio sapeva ostacolare i fini del padre. Il dottor Weber, nel 1902, quando il figlio aveva sessanta anni, allude alla "strana posizione" della sua testa (Appendice alle Denkwürdigkeiten, p. 466). Baumeyer (1970) conobbe recentemente una donna di settantanove anni che era stata adottata all'età di tredici anni dalla moglie di Schreber figlio ed era vissuta con lui durante il periodo in cui non era in ospedale dal 1903 al 1907; disse che aveva sempre la testa inclinata da una parte. Che si trattasse di una sfida tardiva o di una beffa nei riguardi degli scopi del padre?

Come abbiamo visto, "l'unilateralità" non è l'unico tipo di malformazione fisica il cui timore porta il padre a limitare le attività dei bambini, né l'ansietà circa il cattivo sviluppo del corpo è l'unica ragione per limitarne i movimenti. Quasi tutti i movimenti che un bambino può fare dalla nascita fino alla vita adulta cadono sotto una di queste restrizioni, in quanto dovrebbero o essere "equilibrati" da movimenti uguali compiuti con l'altro lato del corpo, o essere proibiti. In queste condizioni suo figlio deve aver pensato che talvolta fosse meglio non muoversi affatto.

Parte del tempo che Schreber trascorse in ospedale psichiatrico fece esattamente questo:

La mia vita esterna era estremamente monotona a quell'epoca, i primi mesi della mia permanenza a Sonnenstein. Ad eccezione delle passeggiate quotidiane, la mattina e il pomeriggio, in giardino, stavo per lo più seduto immobile per tutto il giorno su una seggiola al mio tavolo... Anche in giardino preferivo rimanere seduto sempre nello stesso posto (pp. 140-1, corsivo nell'originale).

Si può considerare la sua immobilità come il "trasformato" di una posizione che da bambino avrebbe dovuto assumere o temere di non assumere.

Il dottor Weber dice che Schreber "sedeva per ore completamente rigido ed immobile" (Appendice alle Denkwürdigkeiten, p. 380). Weber non si rende conto che il comportamento di Schreber poteva essere comprensibile facendo riferimento alla sua educazione o mediante altre considerazioni di carattere psicologico; lo chiama "stupore allucinatorio." Il padre di Schreber gli aveva proibito non solo di stare seduto su un fianco ma anche di sedere col "petto compresso," con "la parte superiore del corpo piegata molto in avanti e la testa chinata in giù" e con le gambe incrociate (a causa di "arresti nella circolazione del sangue e di altre delicate ragioni") (1858, p. 200). La posizione seduta del figlio, "rigida e immobile," potrebbe essere un tentativo, o il ricordo di un tentativo, di adattarsi a un insieme di ingiunzioni miranti a comandare quasi tutte le sue posizioni e i suoi movimenti.

Schreber dice, a proposito della propria immobilità: "L'ho conservata spontaneamente per un certo tempo, finché non mi sono reso conto che era senza scopo." Dice di essere "convinto" di una sua necessaria "connessione" "con Dio che non sa come trattare un essere umano" e con le "idee più o meno assurde" di Dio "che erano tutte contrarie alla natura umana" (Denkwürdigkeiten, p. 141).

Note

1 Ho già sviluppato in precedenza questo concetto (Schatzman, 1970). In breve, questo è il nocciolo della questione: la tradizione della medicina scientifica insegna a un medico a tenere distinti il suo atteggiamento morale verso le persone malate e il suo atteggiamento oggettivo, non morale, verso le loro malattie. Ma le opinioni morali dello psichiatra e della società in cui vive determinano quali persone egli vede, etichetta e tratta come malati mentali; egli considera "innaturali" alcuni atti come l'omosessualità e la malattia mentale. Soprattutto se lavora in un ospedale psichiatrico, finisce per diventare un sorvegliante della morale e un mediatore di regole. Tuttavia parla del suo lavoro con termini presi a prestito dal modello medico: "sintomo," "trattamento," "remissione," "cura," ecc. (Vedi anche Szasz, 1970.)

Capitolo sesto
Il sesso: padre e figlio

Poche persone sono state educate secondo principi morali così rigidi come me e hanno seguito durante la loro vita una tale morigeratezza, particolarmente riguardo al sesso, quale io oso esigere da me stesso.

                                             Daniel Paul Schreber, Denkwüdigkeiten, p. 281.

Essere libero significa non essere sottoposto a costrizioni. Nessun comportamento, né alcuna esperienza, è casuale; ognuno è in parte non libero. Ma le persone subiscono diversi gradi di costrizione. Può accadere infatti che le costrizioni riguardino poche libertà, oppure molte. Quando si definisce qualcuno "rigido," "inibito," "costretto," "fissato," "legato," ecc., si vuole dire che egli evita possibilità di esperienza e di comportamento che noi ci concediamo.

Si osservi il comportamento di un individuo e si consideri un insieme di possibilità più ampio di quello messo in atto da questa persona. Perché il suo comportamento è limitato solo ad alcune possibilità? Perché questi limiti e non altri? Cosa sono e dove sono le costrizioni e quale ne è l'origine?

Una costrizione è una sorta di relazione fra due insiemi di elementi. Quando la varietà in un insieme visibile è minore di quella in un insieme possibile, ci troviamo di fronte a un caso di costrizione. Le costrizioni rendono un insieme più piccolo di quanto potrebbe essere. L'insieme più ampio sarebbe presente se non ci fossero le costrizioni. Teoreticamente è possibile (benché impossibile in pratica) specificare tutte le costrizioni che regolano il comportamento di un individuo in una data situazione. Più costrizioni ci sono, meno c'è possibilità di scelta, meno flessibilità.

Gli individui sottoposti a una diagnosi psichiatrica sono di solito severamente costretti. Fra le altre costrizioni, ce ne sono alcune che impediscono loro di evitare, o di capire come evitare, di porsi in una situazione in cui uno psichiatra possa affibbiare loro un'etichetta.

Un "fobico" è chiamato così poiché soffre di una costrizione per cui non può, per esempio, entrare in un ascensore o in una metropolitana senza avere paura. Un cosiddetto pervertito sessuale è chiamato così non solo per le sue azioni o i suoi interessi sessuali, ma perché si ritiene che sia costretto a non avere una relazione genitale eterosessuale. Succede più raramente che un individuo etichettato come schizofrenico o paranoico sia considerato rigidamente costretto. La cartella clinica di tale individuo generalmente registra ciò che egli dice e fa, quasi mai ciò che trascura di dire e di fare. Può darsi che qualcuno parli da schizofrenico, perché sente che non gli è permesso di dire quello che ha da dire in modo semplice e diretto.

Si può ritenere che gran parte della cosiddetta pazzia di Schreber sia il risultato della somma degli adattamenti alle costrizioni a cui il padre lo sottoponeva. Ho già mostrato come possa aver sofferto a causa di una regola che gli impediva di identificare il padre come suo persecutore.

Schreber, durante gran parte della sua "malattia di nervi," non mostrò alcun interesse, per quanto ne sappia, per le normali attività o sensazioni sessuali. I suoi medici non accennarono mai a questa assenza. Forse delle costrizioni impedivano loro di notare che delle costrizioni mantenevano la coscienza di Schreber lontana dalle sensazioni sessuali. In questo capitolo prenderò in esame la possibile origine del suo celibato, sia di pensiero e sia di fatto. Il trionfo dello spirito sulla materia: il dottor Schreber padre dice più volte che il suo sistema di educazione infantile incarna e può raggiungere questo scopo.

Secondo l'idea divina della creazione del genere umano... tutti gli sforzi individuali dovrebbero tendere a raggiungere direttamente o indirettamente questa meta altissima: la massima elevazione e il massimo rafforzamento della autoconsapevolezza della morale cristiana che sia umanamente possibile, la vittoria in continua ascensione della natura spirituale sulla natura corporale [Körper-Natur], l'illuminazione spirituale del genere umano (1860, p. 11).

La legge del progresso verso il meglio, il più nobile, il più perfetto, la legge della strenua lotta verso il divino, la legge della vittoria graduale dello spirito sulla materia... passa attraverso tutta la storia del genere umano come l'onnipotente spirito di Dio... Ogni nuova generazione ha il compito di confluire in questa corrente, visibile solo all'occhio spirituale... non solo di essere uguale ai propri genitori, ma di diventare più perfetta, per affidare alla generazione futura un patrimonio accresciuto (ibid., p. 15).

Scrive nel linguaggio millenario delle menti più aperte della umanità. "Lo spirito sopra la materia" è stato anche uno slogan degli apostoli ben intenzionati che vorrebbero semplicemente soffocare la nostra vita sessuale nel nome della purezza di Dio.

Il dottor Schreber aveva delle opinioni riguardo al sesso che erano in armonia con lo spirito del suo tempo e che ai nostri giorni sarebbero ritenute senz'altro strane in molti ambienti, benché non in tutti, e sostenne le sue opinioni con argomenti morali e con alcune idee sulla salute fisica e psichica, che scambiò per verità costituite. Per esempio, egli è contrario a che i vestiti delle ragazze siano "così scollati da poter facilmente scivolare giù dalle spalle":

Ciò produce una sensazione di scomodità, che induce un sollevamento continuo e disuguale delle spalle e un movimento di esse avanti e indietro che facilmente divengono, col passare del tempo, la causa dell'origine di permanenti abitudini e posizioni scorrette (1858, p. 189).

Parlando dell'apparire dei "semi della passione" nei bambini dai sette ai diciassette anni, dice:

Dovremmo applicare qui la regola generale; tutte le ignobili o immorali... emozioni devono essere soffocate al loro primo apparire con un'immediata diversione o una diretta soppressione. Generalmente, questa regola basilare si riferisce al controllo fisico e morale di tutti gli aspetti fisici della sensualità nel senso più ampio della parola... (ibid., p. 241).

Il figlio scrive nelle sue Denkwürdigkeiten:

In particolare una notte fu decisiva per il mio collasso mentale; durante la notte ebbi un numero abbastanza insolito di polluzioni1 (forse mezza dozzina). Da quel momento in avanti apparvero i primi segni di comunicazione con i poteri soprannaturali... (p. 44).

Le affermazioni del padre sulle "polluzioni" chiariscono perché una notte di "polluzioni" fu così "decisiva" per lui.

Il padre ritiene,che le "polluzioni" siano la causa o l'effetto (non è ben chiaro se l'una o l'altro) di "eccessiva tensione nervosa" e di "sovraffaticamento dei nervi"; raccomanda degli esercizi muscolari come "rimedio" e "cura." Nel suo libro, Ginnastica medica da camera, afferma:

L'esercizio muscolare sotto la guida di un medico... può diventare un rimedio importante o, comunque, un fattore indispensabile per la cura di tutti i casi di paralisi muscolare, sovreccitamento o fiacchezza del sistema nervoso, ipocondria del sistema nervoso e isteria, polluzioni malsane e debilitanti, disturbi mentali e alcuni attacchi convulsivi cronici come il ballo di San Vito, l'epilessia, ecc. (1898, p. 9).

In un capitolo intitolato "Prescrizione contro polluzioni insalutari, debilitanti e frequenti" (ibid., p. 79) suggerisce un regime di sedici esercizi per prevenire le "polluzioni" o i loro effetti immaginari. Gli esercizi devono essere fatti da quattro a cento volte al giorno, secondo il tipo di esercizio e secondo l'allenamento. Si tratta di "roteazione delle braccia," "sollevamento laterale delle braccia," "spinta indietro dei gomiti," "unire le braccia avanti, indietro, in alto," "movimento avanti e indietro," "battere le braccia insieme," "gettare le braccia da una parte," "mettersi seduti," "fare il movimento di falciare," "fregarsi con forza le mani," "fare il movimento di spaccare con l'ascia," "ondeggiamento laterale delle braccia" e "movimento avanti e indietro" (di nuovo). Egli illustra ogni esercizio con un disegno; specifica se bisogna fare intervalli "per respirare profondamente" e se bisogna usare i pesi. Precisa che gli esercizi non devono essere fatti "dopo il pasto serale." Nei casi "ostinati,"

È anche consigliabile prima di andare a letto... fare un semicupio a una temperatura compresa fra i 12 e i 15 gradi, per sei-otto minuti, o un semplice clistere di acqua alla stessa temperatura che dovrebbe essere trattenuto il più a lungo possibile (perciò non troppo abbondante) e durante la notte, in questo caso come eccezione, invece di dormire sulla schiena - si consideri quest'abitudine come un'alternativa - dormire su un fianco; e la mattina, non la sera, si lavino le parti attorno agli organi sessuali e il perineo con acqua fredda (ibid., p. 80, traduzione purgata).

Come è strano il comportamento del padre! Mi chiedo quale invenzione della sua immaginazione purificasse con i clisteri, e dove e come abbia imparato che i clisteri hanno questa funzione.

Con questi procedimenti il dottor Schreber si affida alla magia per affrontare le sue paure della "polluzione," ma non si accorge di affidarsi alla magia. In chiunque fosse stato abituato a farne uso, questi rituali avrebbero potuto generare delle paure riguardo agli effetti delle "polluzioni."

Alcuni uomini mettono in scena dei cerimoniali di tipo ossessivo per evitare la propria ansia. I loro rituali possono indurre ansia in altri, specialmente in coloro che ne sono testimoni da bambini e sono educati con questi mezzi. Le pratiche ossessive di un individuo possono creare negli altri un senso di pericolo.

Ritengo che l'elemento "decisivo" del "collasso mentale" del figlio non fossero le "polluzioni" in quanto tali, ma l'opinione che le "polluzioni" potessero essere "malsane" e "debilitanti." I rituali del padre rappresentavano e comunicavano questa opinione. Il padre, come tutti gli altri suoi contemporanei che cercavano di "curare" coloro che erano soliti avere "polluzioni," non si rendeva evidentemente conto che questa paura poteva aver indotto in loro proprio quegli effetti psicologici che le "cure" dovevano prevenire.

Il padre non approva nessun tipo di attività sessuale in nessuno dei suoi scritti. Questa omissione è particolarmente sorprendente nel libro Ginnastica medica da camera, dove incoraggia i lettori, almeno in linea di principio, ad usare i loro "poteri corporali," a non dimenticare "le richieste del fisico" e a "obbedire alla Natura," che "punisce coloro che le si oppongono," spesso "molto violentemente." "Saranno saggi coloro che comprendono e assecondano al primo cenno la Natura che reclama i propri diritti..." (p. 16).

In questo libro di 98 pagine egli menziona il sesso solo una volta (eccetto quando parla delle "polluzioni") e presenta, sbagliando, "l'esaurimento sessuale" come causa dei disturbi della mezza età - numerosi disturbi intestinali cronici, emorroidi, arresti del sangue, sintomi di gotta, attacchi di asma, ipocondria, isteria, melanconia, sintomi di paralisi, attacchi apoplettici e così via (pp. 15-16).

Discutendo nella Kallipädie il valore della ginnastica, afferma, sempre erroneamente:

L'esercizio di un movimento fisico vigoroso porta a questa età un altro importante vantaggio e previene uno sviluppo prematuro della maturazione sessuale, risultato di una vita indolente, molle e dissipata (1858, p. 177).

Proibisce la masturbazione, talvolta senza dire cosa proibisce, perché la proibisce, perché non dice cosa proibisce o che c'è qualcosa che non dice. Suppongo che, non specificando l'oggetto della sua proibizione, egli speri di incoraggiare i genitori e gli insegnanti a trovare il modo di dire a un bambino di non masturbarsi senza dirglielo esplicitamente; infatti reprimere il comportamento di qualcuno è più facile se costui non sa cosa è represso. Ma il dottor Schreber non dice nemmeno questo. Comunque, non lascia alcun dubbio sulle sue opinioni a proposito della masturbazione:

Bisogna fare una grande attenzione che i bambini si alzino immediatamente appena svegli la mattina e non stiano mai a letto svegli o semiaddormentati... Infatti a ciò è per Io più connessa la tentazione di pensieri impuri. Le segrete fantasie sessuali dei bambini e delle bambine, ben note ai medici, ci insegnano che bisogna fare una grande attenzione a questo punto, già molti anni prima dello sviluppo della pubertà. Proprio per questa ragione... è assolutamente preferibile che dormano, d'ora in avanti, a meno che non seguissero questa abitudine già da prima, in una stanza non riscaldata (ibid., p. 172).

Più avanti scrive:

Il carattere morale del bambino è esposto a seri pericoli derivanti dal suo stesso corpo. Le conseguenze più ampie di questi pericoli possono esercitare un effetto rovinoso sull'organismo del bambino. Tali sono gli impulsi collegati allo sviluppo sessuale (p. 256).

Secondo lui queste "spinte" possono sviare un bambino verso "peccati segreti." "Bisogna prestare costantemente un'osservazione molto attenta."

Il figlio dice che "miracoli molto dolorosi erano diretti" contro il suo "condotto seminale" (Denkwürdigkeiten, p. 153). Può essere che il figlio stesse vivendo le espressioni di ansia del padre riguardo alla masturbazione e all'emissione di sperma come attacchi rivolti contro il suo condotto seminale.

Il figlio non si masturbava. Riteneva che l'accusa che egli si masturbasse dovesse meritare una punizione al suo accusatore; questo implica il fatto che egli considerava la masturbazione come un crimine. Dice:

Il capo-sorvegliante dell'Istituto merita una menzione particolare. Proprio il giorno del mio arrivo le voci dicevano che... [egli aveva] dato delle prove false contro di me, apposta o per sbaglio, in una pubblica inchiesta, e, in particolare, mi aveva accusato di masturbazione; come punizione per questo ora deve essere il mio servo nella forma di un uomo-improvvisato-transitorio (ibid., p. 108).

Suppongo che il motivo per cui Schreber punisce il suo "accusatore" sia questo: Schreber pensa alla masturbazione, ma condanna il pensiero come cattivo, nega che il pensiero sia suo (benché lo sia), nega la negazione e nega che qualcosa sia negato, nega che la condanna del pensiero sia sua (benché lo sia) e sposta la condanna su una parte di se stesso (capo-sorvegliante) che separa da se stesso e immagina che pensi, "falsamente," che egli (Schreber) si masturbi. Questa parte di se stesso vede, giustamente, che egli (Schreber) pensa alla masturbazione, ma lo accusa di masturbarsi. Per l'"accusatore," come per Schreber che lo crea, pensare alla masturbazione è come masturbarsi. Ne deduco che Schreber non possa tollerare l'accusa perché ritiene così cattivo il pensiero di masturbarsi (o la masturbazione stessa). Per liberarsi completamente dal "cattivo" pensiero della masturbazione, che diede inizio a questa serie di operazioni, condanna l'accusa (cioè il pensiero del pensiero di essa) come falsa e punisce 1"'accusatore."2

Sia il padre sia il figlio si comportano come se una regola proibisse di pensare direttamente al piacere della masturbazione. Il padre descrive come evitare la "tentazione" dei bambini di cadere in questo pensiero; egli stesso deve avere pensato alla masturbazione; come si può infatti pensare al modo di aiutare altri a evitare la " tentazione " di pensare a qualcosa senza, in un certo senso, pensarci noi stessi? Il suo genere di pensiero, tipico della società occidentale, non è considerato patologico. Il figlio pensa alla masturbazione e ne fa menzione (benché non al piacere ad essa connesso), ma nega di essere lui stesso a pensarvi. Inoltre si libera dalla responsabilità di questo pensiero mediante la negazione della negazione, lo spostamento, la scissione e altre operazioni che insieme formano un prodotto complesso che è considerato patologico. Ritengo che etichettare come patologico un insieme di operazioni e non l'altro, sia semplicemente una convenzione.

Il padre pensa che i genitori devono anche "interrompere" [abschneiden] le relazioni sessuali di un bambino con altri.

Quando si avvicina per il bambino il passaggio alla vita adulta è un dovere dei genitori o dei sorveglianti tener lontani i numerosi pericoli del caso o le conoscenze casuali che comportino relazioni sessuali... L'esperienza dimostra che di gran lunga la maggioranza di coloro che hanno ceduto alla lussuria in un modo o nell'altro sono sprofondati in questo stato a causa dell'ignoranza originaria dei pericoli... Questi consigli esplicativi devono essere sia più particolareggiati che più pressanti quando si tratta di maschietti piuttosto che di bambine (1858, p. 251).

Il suo consiglio è di fare appello al "senso dell'onore" del bambino.

A quale "esperienza" si riferisce come "prova" di "pericoli," e di chi? Sembra che egli voglia alludere a un danno morale ("cedimento alla lussuria") dal suo punto di vista di medico, cioè di esperto di scienze applicate.

Il figlio, spiegando le sensazioni di "voluttà dell'anima" che prova anni dopo, mostra gli effetti della sua educazione sui suoi pensieri.

La semplice bassa sensualità non può... essere considerata un motivo nel mio caso; se la soddisfazione del mio principale orgoglio fosse ancora possibile, la preferirei di gran lunga; né mai tradirei alcuna lussuria sessuale a contatto con altre persone (Denkwürdigkeiten, p. 281).

Il padre di Schreber induceva i bambini a temere i sogni sessuali, impediva loro (con delle allusioni) di masturbarsi e tratteneva i loro desideri sessuali verso gli altri. Col figlio ottenne l'effetto desiderato:

Poche persone sono state educate secondo principi morali così rigidi come me e hanno seguito durante la loro vita una tale morigeratezza, particolarmente riguardo al sesso, quale io oso esigere da me stesso.

Le opinioni del padre riguardo al sesso appaiono come immagini negative nell'esperienza del figlio. Il padre non sottoscrive mai e neppure menziona il piacere sessuale genitale; così fa anche il figlio, tranne che per negare di averlo provato. Poiché il figlio descrisse accuratamente le sue sensazioni corporali, ciò che trascurò di dire è significativo.

Si sa che il figlio si sposò a trentasei anni e non divorziò; non sappiamo come fosse la sua vita sessuale prima di essere ritenuto pazzo. Durante la sua "malattia di nervi" ebbe un'unica relazione, simile a una relazione sessuale, con i "raggi" o i "nervi" di Dio (o con se stesso). Afferma di sentire "delle strutture a forma di stringa o di corda" sotto la pelle, per tutto il corpo e specialmente nel petto (p. 277) e pensa che attraggano i "nervi" o i "raggi" di Dio. Ritiene che, quando i "nervi" o i "raggi" di Dio si ritirano da lui, queste strutture

si allontanino per miracolo; ne consegue che le strutture da me chiamate "nervi di voluttà" sono spinte un po' sotto la superficie, cioè non sono così chiaramente palpabili sulla pelle, il mio petto diventa un po' più liscio, ecc. Ma quando poco dopo i raggi devono avvicinarsi di nuovo, i "nervi di voluttà"... diventano più manifesti, il mio petto si gonfia di nuovo, ecc. Attualmente questi cambiamenti avvengono in un periodo non più lungo di pochi minuti (p. 278).

Continua:

Posso provocare la sensazione di voluttà in qualunque momento mediante una leggera pressione di queste strutture. Perciò sono giustificato se uso l'espressione nervi di voluttà (p. 279).

Dice di esercitare una pressione su questi "nervi" "non per lussuria sessuale," ma perché è "assolutamente obbligato a farlo se voglio riuscire ad addormentarmi o proteggermi contro una pena altrimenti per lo più insopportabile" (p. 277). Questo è probabilmente tutto il "sesso" che il figlio considerava consentito a se stesso, data la somma delle proibizioni esplicite e implicite con cui egli era stato allevato.

Strane esperienze sessuali e un altrettanto strano comportamento possono sorgere da restrizioni imposte nei riguardi di piaceri sessuali spontanei durante i primi anni di vita. Quanto più strani sono i modelli di comportamento sessuale di un individuo, tanto più è probabile che altre sue forme di sessualità meno strane siano state compresse. Il modo insolito con cui una persona raggiunge un soddisfacimento sessuale (o quasi sessuale) può essere l'unico che ritiene consentito a se stesso.

Schreber si sente eccitato alla presenza di Dio e chiama questo stato voluttà dell'anima. Suo padre aveva chiuso o ostruito canali molto familiari di espressione sessuale nelle persone che controllava.

Ne deduco che la voluttà dell'anima sia una delle poche vie che il figlio consideri aperte alla sua energia sessuale.

Sia Bleuler che Freud discussero sulla sessualità delle persone considerate paranoiche. Bleuler (1924) diceva:

Probabilmente non è un caso che in tutti i paranoici osservati da vicino... ho trovato una sessualità particolarmente debole, il che può provocare un'insufficienza di impulsi in generale... (p. 531, corsivo dell'originale).

Freud riteneva che ciò che egli chiamava la "megalomania" di Schreber figlio e delle persone come lui fosse basata su un ritiro della libido, cioè dell'interesse erotico, dalle persone del proprio ambiente e dal mondo esterno in generale (Freud, 1911, p. 414 e 1914, p. 304).

Né Bleuler né Freud considerarono il fatto che una "debole sessualità" o un "ritiro della libido" potrebbero essere delle risposte a un'educazione che avesse reso difficile essere o comportarsi altrimenti.

Dobbiamo a Wilhelm Reich, che fu respinto dai suoi colleghi, il fatto di aver sottolineato le connessioni fra la repressione sessuale e il tipo di famiglia che egli chiamava autoritaria. I bisogni sessuali, proprio per la loro natura, richiedono contatti con persone estranee a se stessi e di solito anche alla famiglia d'origine. Alcuni genitori, reprimendo ogni atto e sensazione sessuale nei propri figli, li incapsulano all'interno della famiglia. Tutti i sociologi, orientali e occidentali, marxisti e capitalisti, hanno trascurato di studiare questo tipo di famiglia e il possibile rapporto fra il suo prevalere in una certa società e la forma di governo di quella società. Reich era sicuro che la famiglia " autoritaria " fosse la matrice dello stato totalitario. Stranamente, nessuno ha cercato di scoprire se aveva ragione. Il dottor Schreber, impedendo il libero sviluppo della sessualità del figlio, gli rese difficile tagliare i suoi legami con la famiglia di origine e sostituirli con altri. Ostacolò la relazione genitale del figlio col suo stesso corpo e con altre persone. Il figlio, in seguito al suo secondo ricovero in ospedale, tornò a vivere con la madre; egli aveva allora sessantanni (Baumeyer, 1965, p. 65). E, fatto ancor più significativo, durante la sua "malattia di nervi," nella sua relazione con Dio, rivela di essere ancora incastrato nella forma di rapporto che aveva avuto col padre da bambino.

Note

1 Sia il figlio sia il padre usano questo termine per ciò che chiamiamo "sogno bagnato," cioè emissione di sperma durante il sonno. Usare la parola "polluzione," che indica impurità e contaminazione, significa presupporre che sia dannosa. [Il termine inglese pollution significa fra l'altro "contaminazione," "inquinamento," "corruzione." (N.d.T.)]

2 Gli "uomini-improvvisati-transitori [flüchtig bingemachte Manner]”, dice Schreber, sono anime temporaneamente sotto spoglie umane. Sono esseri umani incompleti, improvvisati, transitoriamente-improvvisati, transitori nel loro essere. Dice che questo stato era "una umiliazione moderatamente insultante [che] doveva essere il destino di coloro che avevano peccato in vita" (p. 108 n.). La transitorietà della punizione del capo-sorvegliante potrebbe riferirsi alla transitorietà del pensiero di Schreber sulla masturbazione, e l'improvvisazione del suo stato al fatto che Schreber lo improvvisasse per quest'episodio.

Capitolo settimo
Il linguaggio del corpo

Il discorso dell'inconscio ha la struttura di un linguaggio. L'inconscio è il discorso dell'Altro.

                                                   Jacques Lacan

La prossima rivoluzione dell'uomo nel suo concetto di sé può venire da alcune conclusioni della scienza della linguistica. Forse la rivoluzione è già cominciata.

Recentemente alcuni hanno cercato di prendere in considerazione i vantaggi di considerare gli strani comportamenti e le strane esperienze di certi individui che finora sono rientrati nel dominio della psichiatria come prove non di malattia, ma di un modo insolito di parlare con gli altri e con se stessi. Jacques Lacan, psicoanalista francese, ha riesaminato i casi clinici originali di Freud in questa prospettiva e ha affermato che "il sintomo stesso ha la struttura di un linguaggio" (Wilden, 1968, p. 32) e che il linguaggio fornisce una "grammatica" che governa ciò che Freud chiamava l'inconscio. Lacan considera linguaggio l'Ordine, la Legge che i genitori, arruolati dalla società, impongono su ogni bambino come su una recluta. In America, Thomas Szasz (1961), psichiatra e psicoanalista, ha paragonato "la cosiddetta malattia mentale" ai linguaggi:

Benché il concetto di psichiatria come analisi della comunicazione non sia una novità, non tutte le implicazioni dell'idea che le cosiddette malattie mentali possano essere considerate come linguaggi, non già come malattie somatiche, risultano abbastanza esplicite... Noi siamo abituati a pensare che le malattie abbiano "cause," che comportino "trattamenti" e siano suscettibili di "cura." Se, tuttavia, un individuo parla una lingua che non è la nostra, di solito noi non ci mettiamo alla ricerca della "causa" del suo particolare comportamento linguistico. Sarebbe sciocco e, va da sé, inutile, occuparci dell' "eziologia" del fatto di parlare francese; per comprendere il comportamento relativo, dobbiamo pensare in termini di apprendimento e di significato...

Se un cosiddetto fenomeno psicopatologico è più affine a un problema di linguaggio che a una malattia, ne consegue che non possiamo parlare sensatamente di "trattamento" e "cura." Per quanto sia ovvio che, in determinate circostanze, può essere desiderabile, per un individuo, passare da una lingua all'altra - ad esempio, smettere di parlar francese e cominciare a parlare inglese -, tale mutamento di solito non è formulato in termini di "trattamento." Parlare di apprendimento anziché di eziologia dà modo di constatare come ognuna delle diverse forme di comunicazione abbia la sua propria raison d'ètre... (pp. 15-16).

Alcuni ritengono che ciò che viene chiamato oggi malattia mentale possa un giorno appartenere non al dominio dei medici ma a quello dei linguisti e degli studiosi di comunicazione. In questo capitolo cerco di collegare alcune esperienze considerate segni e sintomi di una malattia mentale con modelli di linguaggio. Non sono il primo a fare questo tentativo, ma il mio modo di affrontare il problema si scosta in parte dai precedenti. Passo qui dai dati alle inferenze che ne traggo. Inoltre do qualche indicazione per la costruzione di una teoria che colleghi il linguaggio a quelle che sono state chiamate allucinazioni somatiche.

Alcune delle strane esperienze di Schreber possono essere viste come trasformanti dei modelli di linguaggio del padre. Le espressioni del padre sono basate sulla struttura della lingua tedesca del diciannovesimo secolo. Alcuni discorsi del padre, che hanno luogo in questo contesto, hanno uno stile che gli è tipico; spesso egli sceglie delle frasi insolite parlando dell'educazione religiosa di un bambino e della sua relazione con Dio (e con i "raggi"). Ritengo che la sua scelta del linguaggio non sia accidentale, né senza significato o senza effetto sul figlio. Esistono dei paralleli fra certe parole usate da lui e alcuni eventi che si verificano nel corpo del figlio, che quest'ultimo costruisce come una sua diretta esperienza di Dio (e dei "raggi").

Il padre pensava che i bambini dovessero essere in intimità con Dio:

Mediante pro-memoria ripetuti frequentemente in modo gentile bisognerebbe abituare il bambino a inchinarsi davanti a Dio alla fine di ogni giorno da solo e nella sua mente... per riflettere la sua interiorità nei puri raggi del concetto di Dio (dell'amoroso Padre Universale) ed essere ricompensato da una forza di volontà affinata. Un simile sguardo pieno di serenità, di gioia e di gratitudine dovrebbe essere rivolto la mattina verso il cielo (1858, p. 249).

Il figlio, durante il suo "tempo santo" e in seguito, percepisce le anime, Dio e i "raggi" di Dio mediante ciò che egli chiama "vedere con l'occhio della mente" (Denkwürdigkeiten, p. 123 n.). La sua esperienza rispecchia le parole del padre:

Siamo abituati a pensare che tutte le impressioni che riceviamo dal mondo esterno sono mediate dai cinque sensi, in particolare che tutte le sensazioni luminose e acustiche sono mediate dall'occhio e dall'orecchio. Questo può essere vero in circostanze normali. Tuttavia, nel caso di un essere umano che come me sia entrato in contatto con i raggi e la cui testa sia, di conseguenza, per così dire, illuminata dai raggi, questo non è tutto. Ricevo sensazioni luminose e acustiche che sono proiettate direttamente dai raggi sul mio sistema nervoso interno; per percepirle non sono necessari gli organi esterni della vista e dell'udito (ibid., p. 123 n.).

Si notino le somiglianze:

Lo scopo del padre è che il figlio " si rifletta interiormente " nei "puri raggi del concetto di Dio."

Il "sistema nervoso interno" del figlio è "illuminato" dai "raggi" di Dio.

Ancora, il padre chiama Dio "Padre."

Il padre, come molti genitori, condannava le sensazioni sessuali legate alle cose terrene; voleva che i fanciulli fossero penetrati da Dio e si unissero a lui:

Non bisogna che la parola della religione aderisca semplicemente all'orecchio e alla bocca, ma il suo senso profondo, lo spirito della parola dovrebbe penetrare nell'anima della persona e unirsi a lei. La rivelazione esterna e quella interna (la ragione nelle sue forme di sviluppo più alte) sono i due raggi [Strahlen] che più confluiscono, più sono purificati da tutto quanto di umano gli era stato attaccato, finché arrivano alla fine a uno stesso punto, il punto della completa fusione (1858, p. 254).

Scrive il figlio:

In questo libro ho fatto spesso dei riferimenti alla stretta relazione che esiste fra la voluttà e la Beatitudine eterna... Per non essere frainteso, devo precisare che quando parlo del mio dovere di coltivare la voluttà, non intendo mai alcun desiderio sessuale verso altri esseri umani (femminili) e meno di tutto alcun rapporto sessuale, ma il fatto che devo immaginare me stesso come un uomo e una donna in una persona sola che abbiano un rapporto con me o almeno abbiano ottenuto con me un certo eccitamento sessuale, ecc., ciò che forse potrebbe essere considerato immorale in altre circostanze, ma che non ha niente a che fare con alcuna idea di masturbazione o con alcunché di simile (Denktwürdigkeiten, p. 282, corsivo dell'originale).

Qui il figlio collega esplicitamente la masturbazione con l'immoralità. Questa sua straordinaria esperienza di tipo quasi sessuale può essere vista come una funzione della proibizione paterna riguardante altre relazioni sessuali.

Si noti ancora la somiglianza fra lo scopo del padre e l'esperienza del figlio:

Scopo del padre: una "completa fusione" di "due raggi," "purificati da alcunché di umano."

Esperienza del figlio: immagina di avere dei rapporti come di due persone con lui stesso e dice che non intende "mai" "desiderio sessuale verso altri esseri umani."

Il padre dice di volere che la "vera religione" "penetri" e "riempia" i bambini (1858, p. 241). Il figlio parla dei "raggi divini" e dei "nervi" di Dio che "entrano" nel suo corpo (Denkwürdigkeiten, pp. 180, 279, 282, ecc.) e del suo corpo che viene "riempito" dai "nervi di voluttà attraverso il continuo influsso dei raggi o dei nervi di Dio" (ibid., p. 279). Il padre e il figlio usano la stessa parola, Strahlen, tradotta qui con raggi.

Un motto tratto dalla prima pagina di un libro del dottor Schreber comincia così: "Ricorda che Dio vive nel tuo corpo..." Il padre parla ripetutamente di penetrare un bambino; in settantacinque pagine di un libro (1858) raccomanda esplicitamente per dieci volte di penetrare (dringen o eindringen) un bambino.

Credo che le parole del padre rivelassero degli atteggiamenti verso il figlio che egli poteva avere attuato anche con altri mezzi che non con le parole. Per esempio: trattava le "polluzioni" con un clistere, collegando così nella mente del bambino il piacere sessuale con la penetrazione.

Un bambino, quando si trova nella posizione che assume per essere penetrato, ha la parte che attualmente, nella vita sessuale adulta, è svolta da una donna. Si noti l'effetto dei raggi sul figlio: " I raggi... hanno il potere di produrre il miracolo dell'evirazione [Entmannung]" (Denkwürdigkeiten, p. 54). Più oltre il figlio scrive: "A causa dei miracoli diretti contro di me, avevo tra le gambe una cosa che difficilmente poteva assomigliare a un organo maschile di forma normale" (ibid., p. 58 n.). Le relazioni dell'ospedale dicono che egli affermava di essere "una ragazza spaventata da assalti indecenti" (Baumeyer, 1956, p. 62).

Il figlio scrive spesso di essere stato o di essere "evirato." Sentiva l'"evirazione" come un chiaro insulto (Denkwürdigkeiten, p. 127) e un'"ignominia minacciosa" (ibid., p. 128). L'"evirazione" consisteva in parte nel fatto che "i genitali maschili (esterni) (scroto e pene) erano ritratti nel corpo..." (p. 53). Il padre deve avere "evirato" il figlio, in un certo senso, molto prima che il figlio lo potesse realizzare.1

Nel brano seguente sembra che il padre stia parlando di eccitare sessualmente una donna; egli afferma invece di star parlando dell'educazione dei bambini:

Il terreno da coltivare deve essere morbido, recettivo, penetrabile, pieno di energia e di forza, se un seme di grano [Samenkorn] deve essere piantato e crescere (1860, p. 33).

Samenkorn ha delle associazioni col sesso, in quanto Samen significa seme, sperma.

Nel suo rapporto con Dio il figlio assume un ruolo di donna, non perché lo desideri ma perché deve farlo. È suo "dovere," dice, "coltivare sensazioni femminili" (Denkwürdigkeiten, p. 281). "Dio richiede una gioia costante... È mio dovere fornirgliela sotto forma di voluttà dell'anima altamente sviluppata..." (ibid., p. 283). Esiste una "stretta relazione" "tra voluttà e Beatitudine eterna" (p. 208).

Questo stato di Beatitudine è per lo più uno stato di gioia voluttuosa che richiede, per il suo sviluppo completo, la fantasia di essere o di volere essere un essere femminile, che naturalmente non è di mio gusto (p. 337).

Considero quel "coltivare sensazioni femminili" del figlio in relazione a Dio come un'immagine, una versione adulta, un'espressione travestita degli episodi che le parole del padre potrebbero avere suscitato nel suo corpo molti anni prima.

Secondo l'opinione del padre, un bambino è come una donna di Dio anche per un altro motivo; riceve infatti da Dio "semi" che crescono dentro di lui.

Fin dalla più tenera età bisogna preparare il terreno perché riceva il seme [Keim] più nobile dello spirito umano (ibid., p. 154).

Il presentimento della Devozione, la lieve consapevolezza di Dio è il seme [Keim] più nobile dello spirito umano (ibid., p. 154).

È compito dei genitori indirizzare correttamente i nobili semi [Keime] [del bambino]... Questi semi [Keime] sono la dote dell'uomo (p. 23).

Keim (al plurale Keime) ha delle connotazioni di carattere sessuale. È un sostantivo maschile che significa seme, germe, gemma. Come sostantivo femminile Keim vuole dire gonade e Keimzelle significa cella germinale.

La metafora della dote, usata spesso dal padre, trasforma il figlio in sposa di Dio. Se il padre avesse vissuto più a lungo, sarebbe stato stupito (e sbigottito) di vedere come "avesse preparato" veramente bene il "terreno" per il "seme della Beatitudine" nel corpo del figlio. Il figlio dice che sentiva in sé un'

animazione simile ai primi segni di vita che compaiono in un embrione umano: per un miracolo divino i nervi di Dio corrispondenti al seme maschile sono stati gettati nel mio corpo (Denkwürdigkeiten, p. 4 n.).

Il figlio dice che una "conseguenza dell'evirazione" è la "fecondazione ad opera dei raggi divini" (ibid., p. 177). Il padre chiama l'educazione "la seconda procreazione" (1860, p. 10).

Il dottor Schreber istruiva (implicitamente) il figlio a compiere l'operazione di "assimilare" le parole nell'esperienza del corpo.

Perfino nei linguaggi umani delle culture più elevate, una parola che serva ad indicare condizioni puramente spirituali, sensazioni o concetti astratti, immateriali o figurativi, raggiunge il concetto che si suppone debba esprimere in modo approssimato, mai completo; la parola non può comunicare il concetto in una forma completamente incorporata [verkörpert] da un uomo a un altro; piuttosto, si richiede l'attività indipendente dell'altro uomo per rendere il concetto afferrabile dalla sua comprensione individuale al fine di estrarre il concetto dalla parola... Ogni concetto più elevato è, rispetto alla sua parola, come lo spirito al corpo... Come una sonda introdotta nel corpo non può nutrirlo direttamente, ma piuttosto Io fa quando la sostanza subisce i processi della digestione, della formazione del sangue, ecc., e in questo modo è assimilata, così avviene anche per la parola, specialmente per quelle che indicano dei concetti astratti (1858, p. 253. Il dottor Schreber usa il corsivo in tutto questo brano.).

Abbiamo le prove che il figlio "incorporò" veramente le parole del padre, benché non secondo le modalità previste dal padre.

Mi chiedo come e con che frequenza alcuni genitori insegnino ai bambini a incorporare le parole e se i genitori di bambini con disturbi somatici lo facciano in modo particolarmente efficace.

Coloro che parlano una lingua indo-europea, come l'inglese o il tedesco del diciannovesimo secolo, per esprimere fatti che si verificano nell'intelletto e nelle relazioni fra intelletti, spesso usano parole e espressioni che alla lettera indicano fatti che avvengono nei corpi e nelle relazioni fra corpi (Whorf, 1964). In italiano si dice che uno è un po' tocco, o toccato di mente, che ha il cervello in acqua, che ha il cuore grosso o il cuore spezzato, che ha o non ha fegato o spina dorsale, che si sente rivoltare lo stomaco o scoppiare la testa, ecc. Suppongo che questi termini indichino e riflettano dei fatti che si verificano quasi contemporaneamente, di solito al di fuori della consapevolezza, nel corpo di coloro che li usano. Se io dico che qualcosa ti ha toccato il cervello, che qualcuno ti ha spezzato il cuore ecc., posso creare degli eventi nel tuo corpo.

Certe parole udite, specie se di frequente e nell'infanzia, possono essere codificate o trasformate, immagazzinate e più tardi, sotto altra veste, recuperate e rivissute. Penso che ognuno di noi qualche volta, e qualcuno quasi sempre, abbia periodicamente vissuto nel proprio corpo o col proprio corpo il significato letterale di certe espressioni che abbiamo udito ripetere spesso nell’infanzia. Cioè, si ritraducono di nuovo le parole nelle stesse modalità di esperienza corporale da cui le trassero coloro che introdussero quelle espressioni nel linguaggio, avendole vissute nel proprio corpo. Possiamo dire che questo sia un "immaginare" di trasporre il linguaggio parlato in altre modalità di esperienza e vivere il linguaggio così trasposto.

Alcuni, forse tutti, riecheggiano nel corpo le parole pronunciate da altri, scolpiscono dentro di sé i trasformati delle parole, li immagazzinano e in seguito li rivivono. Alcune persone che compiono questo tipo di operazioni spesso e volentieri non sembrano esserne consapevoli. Penso che coloro che sono chiamati ipocondriaci siano più dotati in queste operazioni (e siano inconsapevoli di esserlo) o abbiano udito più discorsi "fisicalistici" della maggior parte della gente nella propria infanzia o che entrambe le cose siano vere. I medici di Schreber lo consideravano ipocondriaco.

Forse la prevalenza di certe sofferenze fisiche in una determinata cultura è connessa con il tipo di linguaggio che le è proprio. Per esempio, il mal di schiena e i dolori dorsali sono molto diffusi negli Stati Uniti e in Inghilterra. Gli americani o gli inglesi usano espressioni del tipo: stare sul gobbo a qualcuno, esser pugnalalo alla schiena, rompersi l'osso del collo, essere privo di spina dorsale, raddrizzare la schiena a qualcuno, aver la schiena rotta, parlare male alle spalle di qualcuno e vari composti del termine back, schiena. Gli americani e gli inglesi esprimono un gran numero di sollecitazioni interpersonali in un linguaggio che mi sembra possa rispecchiare e produrre delle sensazioni alla schiena. Forse ai nostri giorni si può parlare di malattia linguosomatica o psicosemantica piuttosto che psicosomatica.

In teoria è facile dimostrare o confutare il fatto che i genitori, attraverso il linguaggio, possano più tardi indurre nei figli strane esperienze fisiche. Si ascoltino i discorsi dei genitori e si facciano, se possibile, delle congetture sulle strane esperienze corporali che potrebbero verificarsi nei figli. Si interroghino i figli qualche anno più tardi sulle loro esperienze. Si confrontino le congetture con i dati ottenuti. La mia impressione, basata sulla profonda conoscenza di molte famiglie (compresa la mia), è che con queste ricerche si possano ottenere un'alta percentuale di congetture giuste a proposito di alcune famiglie. Uno studio di questo tipo non è stato fatto, ragione per cui devo considerare la teoria che espongo qui come provvisoria.

In questo libro mi sono in generale limitato a fare delle illazioni sul comportamento del padre di Schreber verso i figli. Solo occasionalmente gli ho attribuito determinate esperienze, ma non ho usato queste attribuzioni come dati primari, né intendo farlo qui. Tuttavia vorrei far notare che il padre, col suo linguaggio e col suo comportamento, implicava che poteva aver desiderato di penetrare i bambini. Forse viveva i figli, almeno in parte, come donne e in qualche modo comunicava loro questa idea. Sarebbe interessante sapere come fosse la sua vita sessuale.

Mentre sembra che il padre stia dando degli ordini ai bambini, forse sta riferendo nello stesso tempo dei fatti che si verificano nel suo corpo, pur senza rendersi conto di farlo. Forse l'autore delle Denkwürdigkeiten lo capiva e, quando attribuiva a Dio certi desideri e certi moventi nei suoi confronti, ricordava i desideri e i moventi che una volta aveva attribuito al padre.

Il padre di Schreber, parlando delle relazioni fra figli adolescenti e genitori, scrive:

Una volta che la mente infantile sia completamente penetrata dall'amore, dal rispetto e da tutti i caldi raggi che sgorgano fuori da loro, la volontà del bambino è governata sempre più da questa prospettiva ed è condotta gentilmente verso mete pure e nobili (1858, p. 235).

Il contesto di questo brano chiarisce come siano i genitori a dover "penetrare completamente," in qualche modo, i bambini - maschi e femmine - con i "caldi raggi" che "sgorgano." L'adolescente, udendo queste parole del padre, potrebbe supporre "coscientemente" o no che esse contengano e riflettano dei fatti sperimentati dal padre nel suo pene. Il ragazzo potrebbe anche vivere esperienze corrispondenti, reciproche, nel suo corpo, so-prattutto se gli è stato detto di trasformare le parole in esperienze del corpo.

In campo clinico l'opinione corrente sostiene che coloro che sono considerati schizofrenici sono più consapevoli dell'"inconscio" degli altri di quanto non avvenga di solito. Forse sono più sensibili e ricettivi nei confronti di messaggi che chiunque altro vive nella loro stessa posizione, ma da cui solo pochi sarebbero colpiti o addirittura di cui pochi sarebbero in grado di rendersi conto.

Se il padre di Schreber trasmetteva messaggi di tipo sessuale ai suoi bambini, lo faceva di nascosto, non esplicitamente. Suppongo inoltre che lo avrebbe negato di fronte a tutti gli altri e perfino a se stesso. Considerato l'atteggiamento repressivo ufficiale della famiglia Schreber e della società della sua epoca nei confronti del sesso, sembra probabile che il padre e i figli avrebbero tenuto segreta a se stessi e ognuno nei confronti dell'altro sia l'emissione dei messaggi sessuali sia la loro ricezione.

Se i sentimenti del padre verso il figlio sono soltanto impliciti e non sono mai riconosciuti apertamente, il figlio potrebbe trovare difficile collegarli con qualsiasi effetto potessero avere su di lui.

L'opinione di un bambino sui sentimenti dei suoi genitori verso di lui (siano essi espliciti oppure no) di solito è, o diviene, una dimensione critica dell'opinione che il bambino ha di se stesso.

L'opinione che i genitori hanno di noi durante la prima infanzia può influenzare il modo in cui ci vediamo per tutta la nostra vita.

Si può rifiutare di sostenere il ruolo che un genitore ci assegna, per quanto ciò possa riuscire difficile, ma non si può evitare il fatto che i genitori ci assegnino quella posizione, specialmente se ciò avviene spesso. Se un bambino sente che il padre lo considera come qualcuno da penetrare, coltivare o seminare, questa può diventare la sua forma di rapporto personale col desiderio di sentirsi, o sentirsi e desiderare di non sentirsi, penetrato, coltivato o seminato.

Ecco uno schema del mio insieme di inferenze:

Vissuto corporeo del padre in relazione al figlio Vissuto corporeo del figlio (probabilmente dimenticato e ricordato solo molti anni più tardi)

↓                                                                                             ↑

Parole del padre indirizzate al figlio        →       Percezione delle parole del padre da parte del figlio

Ciò che disse il linguista americano Edwin Sapir può applicarsi a questa situazione: "La parola, come ben sappiamo, non è solo una chiave, può essere anche una catena." È come se i suoni delle parole del padre, che intrappolano il corpo del figlio e contemporaneamente ne sono intrappolati, parlassero silenziosamente. Essi appaiono trasformati di nuovo in parole nel resoconto che il figlio fa delle esperienze che vive nel suo corpo. Il corpo del figlio parlava, ma nessuno lo ascoltava.

Forse, per liberarsi dal suo strano rapporto con Dio, il figlio può aver avuto bisogno di riconoscere che certe sensazioni del corpo erano i trasformati delle parole del padre e che egli obbediva ai desideri del padre di trasformarle così.2 (In tedesco udire [hören] o ascoltare [horchen] hanno la stessa radice di obbedire [gehor-chen].) Non avrebbe avuto bisogno di ricordarsi a memoria quali fossero quelle parole; esse si trovavano in libri diffusi in tutta la Germania. Né lui, né i suoi dottori, né alcun altro pensarono di andare a guardare li dentro.

Noi usiamo parecchi canali conosciuti per riferire fatti che si verificano nel nostro stesso corpo e, ritengo, per dare origine a certi fatti nel corpo di altri. Per esempio, le persone non parlano solo con le parole, ma con il ritmo, il tono e il volume del loro discorso, con suoni paralinguistici (borbottii, colpi di tosse, respiri rumorosi, ecc.) e con posizioni e movimenti del corpo. Possiamo anche usare canali chimici sconosciuti: Harry Wiener (1966), fisico americano, avanza la probabilità di emettere e ricevere messaggi mediante "messaggeri chimici esterni" (l'espressione è sua) contenuti nel sudore, nell'orma, nella saliva, nelle lacrime, nel respiro e in altri rifiuti del corpo. Usiamo parole per rafforzare, negare e nascondere i messaggi che comunichiamo, spesso contemporaneamente, mediante altri canali.

Ray Birdwhistell (1970), antropologo americano, dice che se due esseri umani fossero messi in un elaboratore per registrare tutte le unità di segnali e di informazioni - "cambiamenti appena percettibili del flusso dei suoni, della luce e degli odori" - che essi emetterebbero e potrebbero ricevere potenzialmente,

forse occorrerebbero gli sforzi di tutta una vita di circa la metà della popolazione adulta degli Stati Uniti per classificare le unità registrate in un nastro nel corso di un'ora di interazione fra i due soggetti! (pp. 3-4).

Certo non potremo mai recuperare questo tipo di informazioni dalla famiglia di origine di Schreber. Indico delle vie lungo le quali è già cominciato lo studio del linguaggio della follia e della sanità.

In molti resoconti autobiografici di esperienze religiose, sembra che il soggetto descriva ciò che è in pratica un'esperienza sessuale; il partner "sessuale" è presente spiritualmente, non in carne ed ossa. La Chiesa cattolica ha fatto santi alcuni soggetti di questo tipo, in parte a causa delle loro esperienze spirituali (o quasi sessuali).

Forse che tutte le esperienze religiose, siano o no di tipo quasi sessuale, dovrebbero essere considerate soltanto come trasformati di episodi interpersonali avvenuti nell'infanzia dei soggetti? È questo tutto ciò che rivelano le "rivelazioni"? Jung pensava che l'esperienza religiosa non ricalcasse gli eventi post-natali, ma fosse parte del nostro patrimonio trans-individuale. (Conosceva le Denkwürdigkeiten di Schreber e dice [1952, p. 296 n.] che vi attirò l'attenzione di Freud; comunque non menziona gli scritti del padre.) Alcuni studiosi hanno cominciato a classificare le diverse varietà di esperienza religiosa. Quali di queste sono basate su ricordi dell'infanzia rimossi? Se non lo è nessuna, cosa (o Chi) sta alla loro origine?

Note

1 È possibile intendete la "ritrazione" dei genitali del figlio in modo diverso, anche per quanto riguarda il comportamento del padre. Il padre mise nei suoi libri parecchie illustrazioni del corpo umano in una grande varietà di posizioni e di esercizi fisici. Niederland (1959) ha messo in evidenza che per la maggior parte si tratta di illustrazioni di corpi umani maschili privi di genitali e che pochi disegni appartenenti alla sezione che tratta delle funzioni urinarie dell'uomo mostrano i genitali, ma come una sezione separata dell'anatomia umana. Ritter (1936, p. 11) dice che il padre stesso fece i modelli di tutte le illustrazioni del suo Pangymnastikon (1862). Le allucinazioni negative del figlio, relative al fatto che aveva perso o che perdeva i genitali, possono essere collegate alla sua (possibile) opinione dell'opinione che suo padre aveva del corpo del proprio padre. Possiamo qui parlare di identificazione col padre.

Sottolineiamo che il figlio, come la maggior parte di coloro che appartengono alla tradizione occidentale, i quali pure considerino Dio come un maschio, non fa mai menzione del Suo pene.

Una sindrome chiamata koro (Yap, 1965) si verifica negli abitanti della Cina meridionale e di altre zone dell'Asia sud-orientale; essi ritengono erroneamente che il loro pene si ritiri nell'addome. Non conosco nessuno che abbia tentato di collegare il koro con l'educazione e i modelli di vita sociale e di linguaggio degli uomini di questa cultura.

2 Nella tradizione yoga si suppone che un mantra, cioè la formula di un suono mistico, dia origine a una vibrazione distinta mediante la quale colui che lo pronuncia può fare apparire la cosa o la divinità che vibra secondo quella frequenza. "Secondo la Scuola Mantrayana [Sentiero del Mantra], una particolare intensità di vibrazione... è associata ad ogni oggetto ed elemento della natura e ad ogni creatura organica, sub-umana, umana e super-umana, compresi gli ordini più alti di divinità. Se essa fosse conosciuta e formulata come suono in un mantra e usata sapientemente da un perfetto yogi... si ritiene che egli sarebbe capace... nel caso di esseri spirituali, di costringere le divinità superiori ad emettere telepaticamente la loro divina influenza sotto forma di raggi di grazia" (Evans-Wentz, 1928, p. 37 n.). Di solito si usa il suono mantrico per fare apparire a se stessi la divinità e i suoi raggi di grazia. Credo che i suoni del dottor Schreber abbiano fatto apparire Dio al figlio. Non conosco nessuna parola nella tradizione mantrica o in qualunque altra tradizione per indicare questa manovra.

Capitolo ottavo
L'analisi di Freud

Spetta al futuro decidere se nella mia teoria ci siano più allucinazioni di quanto non voglia ammettere, o se ci sia più verità nelle allucinazioni di Schreber di quanto gli altri non siano ancora preparati a credere.

Coloro che furono più cauti di me nel dare interpretazioni, o che furono in contatto con la famiglia di Schreber e di conseguenza più informati a proposito della società in cui si muoveva e dei piccoli episodi della sua vita, troveranno facile risalire dai numerosi particolari delle sue allucinazioni alla loro fonte e scoprirne così il significato...

                                                  Sigmund Freud

Freud elaborò una teoria globale dell'Homo psychologicus. Tuttavia, per capire come le persone si influenzano a vicenda, è necessario modificare il sistema teorico fornitoci da Freud e dai suoi seguaci.

Gli psicoanalisti dicono che i loro pazienti (e tutte le persone) sono in relazione con oggetti, interni ed esterni. Col termine oggetti intendono quasi sempre persone o parti di persone — non cose — che sono gli oggetti delle azioni o dei sentimenti dei loro pazienti (e di altre persone). Quando gli psicoanalisti definiscono una persona "oggetto," si tratta di un tipo di persona che non è e non potrebbe essere viva. Per esempio, l'oggetto, nella teoria psicoanalitica, non agisce né ha esperienze; non può influenzare né essere influenzato da nessuno; non può vedere, sentire, conoscere, progettare, desiderare, sperare o agire. Gli psicoanalisti usano questo termine per rappresentare una persona, ma la persona rappresentata non è reale.

L'evoluzione di un individuo avviene nel contesto delle sue relazioni con gli altri, e da queste l'individuo può venire definito. Nella realtà gli altri sono agenti come noi stessi. Se voglio capire qualcuno, devo presumere che sia vissuto tra persone impegnate nello stesso genere di attività che attribuisco a lui. Certamente gli psicoanalisti sanno che altre persone agiscono sui loro pazienti e che alcune persone che hanno avuto a che fare con i loro pazienti da bambini li hanno ampiamente influenzati con il loro comportamento. Ma, finché essi parlano di relazioni oggettuali, la loro teoria non spiega sufficientemente questa influenza.

Le teorie delle relazioni oggettuali hanno raggiunto la loro forma attuale molto tempo dopo lo studio di Freud su Daniel Paul Schreber, del 1911, ma alcune parti dell'analisi freudiana di Schreber possono essere viste come precorritrici di queste teorie.

Freud scelse come dati alcune esperienze coscienti di Schreber, per spiegare le quali egli attribuiva alla mente di Schreber dei processi di cui egli stesso era inconsapevole. Freud trascurò gli scritti del padre come dati.

Egli definì Schreber paranoico. Nel suo scritto su Schreber disse: "Questa fantasia omosessuale di amare un uomo costituisce il centro del conflitto della paranoia dell'uomo..." (Freud, 1911, p. 406).

Freud riteneva che l'uomo paranoico nascondesse il suo amore omosessuale odiando l'oggetto del suo desiderio:

"Io non l'amo — io l'odio." Questa contraddizione, che nell'inconscio non potrebbe suonare altrimenti, non è suscettibile tuttavia di divenire in questa forma cosciente nel malato. Il meccanismo di formazione del sintomo nella paranoia esige che i sentimenti, le percezioni interiori siano rimpiazzati da una percezione proveniente dall'esterno. Cosicché la proposizione "Io l'odio" si trasforma grazie a un meccanismo di proiezione nell'altra "Egli mi odia (perseguita) e ciò giustifica il mio odio contro di lui." In tal modo il sentimento interiore, che è l'autentica causa, si presenta sotto l'aspetto di conseguenza di una percezione esterna: "Io non lo amo affatto. Io lo odio perché EGLI MI PERSEGUITA" (ibid., p. 406, corsivo dell'originale).

Per parafrasare Freud, se un uomo ama un altro uomo e sente che questo gli è proibito, nega il suo amore e lo cambia nel suo opposto; "Io lo amo" diventa per negazione e conversione "Io lo odio". Se si sente ingiustificato nel suo odio, lo cambia nel suo inverso: "Io lo odio" diventa per proiezione "Egli mi odia." Questo tipo di proiezione, benché non tutti i tipi, può essere considerato come un'inversione sintattica: il soggetto e l'oggetto della frase "Io lo odio" si scambiano il posto.

Un uomo che si ritiene perseguitato arriva a quella posizione mediante tre operazioni compiute sul suo amore omosessuale: negazione, conversione e proiezione. Questi tre passaggi gli tolgono la consapevolezza dei suoi pensieri "cattivi." Egli non è cosciente di amare un uomo, dei passaggi che fa per mantenere quest'amore inconscio e, penso, dei motivi che ha per mantenerlo inconscio e per mantenere inconsci i passaggi che compie per mantenerlo inconscio.

Ritengo che ognuno possa usare la stessa sequenza di operazioni — negazione, conversione e proiezione1 - in relazione ad ogni desiderio che uno si proibisca.

Nell'analisi di Freud su Schreber, il padre non è un agente. Secondo Freud, egli è un oggetto verso il quale è diretto il desiderio del figlio. Ma egli (o esso) non stabilisce in nessun modo, non determina, non limita, non ostacola, non sopprime, non teme, non incoraggia, non infiamma, non sostiene, non riconosce né conosce il desiderio del figlio verso di lui; lo stesso avviene per qualunque desiderio il figlio possa mai avere. Benché la teoria di Freud che spiega perché Schreber si sentisse perseguitato concordi con la mia opinione che il padre di Schreber debba avere segretamente eccitato sessualmente il figlio, la sua teoria non tratta del probabile comportamento del padre.

Ogni relazione fra padre e figlio è unica. Per capire una relazione data è meglio partire da un minimo di presupposti e conoscere il maggior numero possibile di fatti. Se si vuole accertare un dato campo di relazioni, come i sentimenti del figlio verso il padre, sarebbe utile avere un'idea di come questo genitore percepisce e tratta il figlio. Per capire i sentimenti di Schreber verso il padre reale o verso la figura paterna interiorizzata, è utile conoscere quali sentimenti, in particolare il comportamento del padre, avrebbe potuto risvegliare in lui.

Il padre di Schreber, infatti, continuò a lungo a insegnare ai genitori come persuadere, istruire, lusingare e convincere con l'inganno i loro figli ad amarli cominciando "molto presto... molto prima dello sviluppo del linguaggio" (1858, pp. 131-4). Più importante è il fatto che egli, come abbiamo visto nell'ultimo capitolo, ha anche, probabilmente senza volerlo, eccitato i suoi figli sessualmente.

Considerato ciò che può essere ragionevolmente dedotto dal comportamento del padre verso i figli in altre circostanze, è probabile che essi lo avrebbero odiato se avessero potuto (e si fossero sentiti giustificati nel loro odio). Il padre insegnava ai genitori ad impedire ai bambini di sentire "rancore," "rabbia" e "amarezza" verso i genitori; questi sentimenti possono essere classificati come odio. Perciò i suoi figli possono avere avuto bisogno di preoccuparsi di come non odiare il padre. Karl Menninger (1942), riferendosi all'analisi di Freud su Schreber, scrisse:

Colui che si sente perseguitato ovviamente non si difende tanto contro l''amore per qualcuno quanto contro il suo odio per qualcuno, qualcuno che il persecutore rappresenta. Si difende dicendo: "Non sono io che l'odio, ma è lui che odia me" (p. 262 n.).

La conclusione a cui egli giunge, attraverso un ragionamento diverso dal mio, è compatibile con le mie scoperte.

Certamente, secondo l'opinione di Freud, odiare o amare qual-cuno significa odiare e amare quella persona. Forse che Schreber temeva il suo amore per il padre? Forse sì: tuttavia non trovo che ci sia alcun bisogno di fare questa supposizione per spiegare il suo senso di persecuzione dal momento che esso può essere spiegato benissimo come trasformato della persecuzione reale a cui fu sottoposto.

Freud aveva già stabilito che la paranoia nasceva come una "difesa" contro un amore omosessuale prima di studiare il caso Schreber. Scrisse: "Posso... dimostrare, con la testimonianza di uno dei miei amici e colleghi, che avevo costruito la mia teoria della paranoia prima di conoscere il libro di Schreber" (op. cit., p. 423). Scelse come dati quei brani delle Denkwürdigkeiten che pensava confermassero la sua tesi. Certo ogni scienziato prende come dati una parte, di solito un minuscolo frammento, della realtà; quelli che di solito vengono chiamati dati, potrebbero forse-essere chiamati "capti," cioè presi. È raro, specialmente in psicologia e nelle scienze sociali, che uno studi qualcosa senza scegliere dalla realtà soprattutto il materiale che confermi l'opinione già sostenuta. Freud non si occupa dei "miracoli" di Schreber, benché quest'ultimo affermi che essi sono la fonte maggiore della sua sofferenza. Va detto a onore di Freud che nell'introduzione alla sua discussione su Schreber egli chiede ai lettori di leggere le Denkwürdigkeiten almeno una volta prima di iniziare la lettura della sua analisi (ibid., p. 354).

Alcuni dati di Freud si accordano con la sua teoria solo se si presuppone che sia la sua costruzione sui dati che la sua teoria siano vere. Gli stessi dati, se costruiti differentemente, potrebbero sostenere altre teorie. Si consideri per esempio questo brano di Freud:

... riteniamo di potere fin da ora attribuire la causa dell'infermità di Schreber all'esplosione di impulsi omosessuali. Con questa premessa si accorda un notevole particolare della storia del malato che non troverebbe altrimenti spiegazione plausibile. Un nuovo collasso nervoso, decisivo per il decorso del male, si manifestò nel paziente allorché sua moglie prese un breve periodo di vacanza per riposarsi. Essa aveva fino allora trascorso quotidianamente parecchie ore in compagnia del marito ed era stata sua commensale. Rientrando dopo un'assenza di quattro giorni, trovò che Schreber aveva fatto un così triste cambiamento da non volerla neppure vedere. "Decisiva per lo sfacelo della mia mente fu una certa notte nella quale io ebbi un numero esagerato di polluzioni [almeno una dozzina]" (Denkwürdigkeiten, p. 44). È ben comprensibile che la semplice presenza di questa donna spiegasse un'influenza protettiva contro il fascino che sul paziente esercitavano gli uomini che lo circondavano; ora, se ammettiamo che negli adulti una polluzione non possa prodursi senza partecipazione psichica, siamo autorizzati a porre quelle polluzioni in connessione con fantasie omosessuali inconsce (pp. 388-89).

Questo insieme di fatti "si accorda" con l'"ipotesi" di Freud che attribuisce "la causa dell'infermità di Schreber all'esplosione di impulsi omosessuali" solo se supponiamo che (a) le polluzioni di Schreber fossero accompagnate da "partecipazione psichica" e (b) la presenza della moglie "esercitasse un'influenza protettiva" contro i suoi desideri omosessuali. Entrambe le supposizioni si basano sull'ipotesi che Schreber avesse desideri omosessuali. Freud, in questa parte del suo saggio, cerca prima di stabilire l'omosessualità di Schreber e offre questi dati quali prova evidente. Ma questi dati traggono la loro forza come testimoni a favore della premessa di Freud dalla premessa che Freud suppone essi sostengano. La sua interpretazione di questo episodio fa parte della prova della teoria sulla quale poggia la sua interpretazione. Questa particolare debolezza logica nell'uso che Freud fa dei dati non è insolita nei suoi scritti. È un esempio di ciò che i logici chiamano petitio principii: l'errore di prendere per garantita, in una successione di argomentazioni, una premessa che dipende dalla conclusione.

Questo brano delle Denkwürdigkeiten non rimane senza "spiegazione plausibile," se si usano gli scritti del padre di Schreber come dati. Per esempio, ho già collegato il verificarsi del "collasso nervoso" di Schreber, dopo una notte caratterizzata da molte polluzioni, con la campagna anti-polluzioni del padre. Forse la presenza della moglie l'aveva protetto fino a questo momento dalla influenza dei decreti del padre contro il sesso. Forse, durante la sua assenza, si ricordò delle paure del padre riguardo alle polluzioni e degli editti del padre rivolti anche contro altre forme di sessualità. E forse è per questo motivo che non voleva più vederla.

Freud riconosce di non sapere niente dell'infanzia di Schreber. Eppure dice di Schreber:

La minaccia paterna maggiormente temuta, e cioè quella della castrazione, ha fornito materia alla fantasia erotica avente per oggetto la trasformazione in donna, fantasia originariamente combattuta ma infine accettata (p. 399).

Qual è la prova fornita da Freud? Penso che Freud arrivi a pensare questo a proposito di Schreber perché ritiene che la paura della castrazione sia praticamente universale.

Da dove viene questa paura? Freud afferma forse che i figli immaginino che i padri li minaccino di castrazione anche se i padri non lo fanno? Se è così, i figli, secondo l'opinione di Freud, sono paranoici. Forse egli ritiene che i padri minaccino i figli di castrazione? Letteralmente o metaforicamente? Solo i figli o anche le figlie? Tutti i padri o solo alcuni? Se lo fanno, perché lo farebbero? E se lo fanno, letteralmente o metaforicamente, perseguitano i loro figli? Se è così, perché Freud lo ignora nella sua teoria della paranoia? Si ricordi: Schreber pensava di essere stato "evirato." Se Freud avesse ritenuto che Schreber padre aveva minacciato il figlio di castrazione, non avrebbe forse potuto convenirgli di cercarne degli accenni negli scritti del padre? O pensava che Schreber avrebbe temuto "naturalmente" la castrazione, non importa cosa suo padre pensasse o facesse?

Ci occuperemo di questi argomenti introducendoli nel contesto di (i) alcune opinioni di Freud riguardo allo sviluppo della mente, (ii) le credenze dei medici e dei genitori del diciannovesimo secolo riguardo alla masturbazione e i relativi metodi di trattamento da essi usati e (iii) il caso clinico del "Piccolo Hans" studiato da Freud.

(i)

Freud riteneva che tutti gli uomini e tutti i bambini temessero la castrazione, per quanto rimossa fosse questa paura. Egli chiamò questa paura "complesso di castrazione." Lo collegò con un gruppo di sensazioni che chiamò complesso di Edipo. Pensava: "Il complesso edipico è ritenuto, a ragione, il nucleo delle nevrosi" (1917, p. 304). Dal suo punto di vista, esso è anche il "complesso nucleare" delle persone non nevrotiche. Supponeva che i padri, sia nel complesso di castrazione sia in quello di Edipo, giocassero il ruolo del "nemico temuto" che minaccia la castrazione.

Ognuno, afferma Freud, è destinato fin da prima della nascita a sopportare ed affrontare il complesso di Edipo durante l'infanzia: ognuno ama il genitore del sesso opposto e teme e odia il genitore dello stesso sesso. Inoltre ognuno è sottoposto, di solito con minor intensità, a un complesso di Edipo "invertito": cioè ama il genitore dello stesso sesso e teme e odia il genitore del sesso opposto; Freud suggerisce che questo stato prevalga nei Bambini che più tardi diventeranno omosessuali e ritiene che porti un bambino o un uomo ad augurarsi la perdita dei suoi genitali maschili.

Freud pensava che

a sostegno di questa conoscenza l'antichità ci ha trasmesso un materiale leggendario... Intendo la leggenda del re Edipo e l'omonimo dramma di Sofocle.

Edipo, figlio di Laio re di Tebe e di Giocasta, viene esposto lattante perché un oracolo ha predetto al padre che il figlio non ancora nato sarà il suo assassino. Edipo viene salvato e cresce come figlio di re in una corte straniera, sinché, incerto della propria origine, interroga egli stesso l'oracolo e ne ottiene il consiglio di star lontano dalla patria, perché sarebbe costretto a divenire l'assassino di suo padre e lo sposo di sua madre. Sulla strada che lo porta lontano dalla presunta patria, incontra il re Laio e lo uccide nel corso di una repentina lite. Giunge poi davanti a Tebe, dove risolve gli enigmi della Sfinge che sbarra la via; per ringraziamento i Tebani lo eleggono re e gli offrono in dono la mano di Giocasta. Per lungo tempo regna pacifico e onorato, genera con la madre a lui sconosciuta due figli e due figlie, finché scoppia una pestilenza che induce ancora una volta i Tebani a consultare l'oracolo. Qui comincia la tragedia di Sofocle. I messi portano il responso che la pestilenza avrà fine quando l'uccisore di Laio sarà espulso dal paese. Ma dove si trova costui?

E dove potrà scoprirsi l'indistinta traccia che testimoni della colpa antica?

Ora, l'azione della tragedia non consiste in altro che nella rivelazione gradualmente approfondita e ritardata ad arte — paragonabile al lavoro di una psicoanalisi — che Edipo stesso è l'assassino di Laio, ma anche il figlio dell'assassinato e di Giocasta. Travolto dalla mostruosità dei fatti commessi inconsapevolmente, Edipo si acceca e abbandona la patria. L'oracolo si è avverato (1899, pp. 100-1).

Freud pensa che l'accecamento di Edipo, come generalmente l'accecamento nelle fantasie e nei miti, stia al posto della castrazione.

Se il re Edipo riesce a scuotere l'uomo moderno non meno dei Greci suoi contemporanei, la spiegazione può trovarsi soltanto... nella peculiarità del materiale... Deve esistere nel nostro intimo una voce pronta a riconoscere la forza coattiva del destino di Edipo... E realmente, nella storia di Edipo è contenuto un momento determinante di questo tipo. Il suo destino ci commuove soltanto perché sarebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della nostra nascita l'oracolo ha decretato la medesima maledizione per noi e per lui. Forse a noi tutti era dato in sorte di rivolgere il primo impulso sessuale alla madre, il primo odio e il primo desiderio di violenza contro il padre: i nostri sogni ce ne danno la convinzione. Il re Edipo, che ha ucciso suo padre e sposato sua madre Giocasta, è soltanto l'appagamento di un desiderio della nostra infanzia... Portando alla luce nella sua analisi la colpa di Edipo, il poeta ci costringe a prendere conoscenza del nostro intimo, nel quale quegli impulsi, anche se repressi, sono pur sempre presenti (1899, p. 244).

Freud dice che il "destino" di Edipo "ci mostra il soddisfacimento dei nostri desideri infantili." Che cosa ci mostra il comportamento di Laio? In alcune versioni del mito, inclusa quella accolta da Sofocle, Laio, temendo che il figlio appena nato volesse ucciderlo, lo strappò dalle braccia della nutrice, gli forò i piedi con un chiodo, legandoli assieme, e lo abbandonò alla morte (Graves, 1960, vol. 2, p. 9). Edipo significa "piede gonfio."

Laio era stato prima un attivo omosessuale. George Devereux (1953), antropologo americano, scrive:

Numerose fonti e frammenti greci rivelano che Laio era ritenuto l'inventore della pederastia. In gioventù, prima di sposare Giocasta e di generare Edipo, Laio si innamorò violentemente di Crisippo, figlio del re Pelope... Decise di rapirlo... Adirato Pelope... lanciò su Laio la maledizione che suo figlio l'avrebbe ucciso e poi avrebbe sposato sua madre. Seguendo una versione più tarda, è per... decisione di Zeus che Laio sarebbe stato ucciso dal figlio per punizione del rapimento di Crisippo. Questa maledizione sembra suggerire che la tradizione greca collegasse Edipo a Crisippo, deduzione che è inoltre confermata da un'altra versione del mito, secondo la quale Era fu così fortemente adirata per il rapimento di Crisippo che mandò la Sfinge a devastare Tebe, per punire i Tebani che avevano tollerato l'avventura omosessuale di Laio. L'Edipedeia è ancora più precisa nel collegare i destini di Crisippo e di Edipo. Secondo questo poema epico, Edipo fu esposto come sacrificio propiziatorio, per placare la collera di Era causata dalla vicenda omosessuale di Crisippo. In altre parole, Era fece perdere a Laio non solo il giovane compagno di letto Crisippo, ma anche il figlio Edipo (p. 133).

Freud quasi certamente conosceva questa parte del mito. Otto Rank, suo allievo e stretto collaboratore per molti anni, lo riferiva (1912). Tuttavia Freud non ne fa menzione in nessun luogo discutendo il mito o il complesso di Edipo.

Se la sensazione di persecuzione di un figlio può essere ritenuta una difesa contro un amore omosessuale, secondo le stesse regole di inferenza, anche la persecuzione paterna del figlio può essere ritenuta una difesa contro un amore omosessuale.

L'analisi freudiana del mito di Edipo trascura la persecuzione di Laio verso Crisippo e Edipo. Tuttavia Freud avrebbe potuto applicare il suo schema per paragonare Schreber a Laio con la stessa validità:

Il centro del conflitto di Laio è la fantasia omosessuale di amare un ragazzo...

Laio contraddice il suo amore per il ragazzo col perseguitarlo ("Io non lo amo — io lo ucciderò") e sostituisce "percezioni - sentimenti interni" con "percezioni esterne."

Di conseguenza l'affermazione "Io lo ucciderò" si trasforma per proiezione nell'altra "Egli mi ucciderà (mi perseguiterà) e ciò giustifica che io lo uccida." In tal modo il sentimento interiore, che è l'autentica causa, si presenta sotto l'aspetto di conseguenza di una percezione esterna: "Io non lo amo affatto. Io lo ucciderò perché EGLI DESIDERA UCCIDERMI (PERSEGUITARMI)."

Come Schreber sposta il suo "oggetto" dal padre, all'inizio dello schema, a Dio, alla fine, così Laio sposta il suo "oggetto" da Crisippo a Edipo.

Dice Devereux: "È sorprendente notare come la teoria psicoanalitica riservi un'attenzione veramente troppo scarsa a certi complessi che, in effetti, completano il complesso di Edipo" (1953, p. 132). Egli afferma che gli studiosi di psicoanalisi generalmente trascurano le componenti sadiche ed omosessuali di quello che, secondo lui, "può essere chiamato il complesso di Laio" e ritiene che la mancata considerazione del "complesso di Edipo complementare"

sia radicata nel profondo bisogno dell'adulto di ricondurre ogni responsabilità al complesso di Edipo del bambino e di ignorare, finché possibile, certi atteggiamenti dei genitori che in realtà stimolano le tendenze edipiche infantili. Questa intenzionale scotomizzazione ha probabilmente le sue radici nella atmosfera autoritaria, caratteristica della vita familiare del diciannovesimo secolo... (ibid., p. 132).

Molti fra i primi pazienti che Freud diagnosticò come isterici (la maggior parte sarebbero ora ritenuti schizofrenici) gli raccontavano che degli adulti li avevano sedotti durante l'infanzia. Dapprima Freud credette loro e pensò che i loro sintomi isterici derivassero dal ricordo di queste esperienze; in seguito arrivò a non prestare loro fede; più tardi ancora giunse a pensare che i suoi pazienti non stessero ricordando delle seduzioni reali, bensì le loro fantasie di seduzione. Paragonò queste fantasie alle "produzioni immaginarie, divenute coscienti sotto forma di deliri della paranoia" (1906, p. 220).

Forse i suoi pazienti stavano riportando alla memoria le fantasie sessuali dei genitori verso di loro espresse attraverso giri di frase (del tipo usato dal dottor Schreber), occhiate, espressioni del volto e simili.

(ii)

L'elenco dei medici convinti che la masturbazione danneggiasse la mente, il cervello o il fisico, comprende i più famosi psichiatri del 1800.2 Ho compilato questa lista (che è solo un esempio) delle conseguenze che si supponeva derivassero da un" abuso di sé, " traendole dagli scritti dei medici più importanti, soprattutto psichiatri, del secolo scorso:

Apatia, disperazione, irascibilità, malumore, opacità dei sentimenti, perdita del rispetto di sé, ossessioni, azioni coatte, presunzione, carattere dispettoso, pigrizia, eiaculazione precoce, impotenza, frigidità, avversione al coito, ipocondria, agitazione, melanconia, isteria, nevrastenia (cioè debolezza di nervi), deliri! allucinazioni, mania, catatonia, pazzia, tendenze omicide e suicidio; troppa (e troppo poca) circolazione di sangue nel cervello, esaurimento nervoso, stupore, paralisi, tabe dorsale, deterioramento della vista, epilessia, vertigini, perdita della memoria, debolezza di mente, idiozia, imbecillità, demenza;

asma, dispepsia (cioè cattiva digestione), disuria (cioè orinazione difficile o dolorosa), tubercolosi, disfunzioni cardiache, cancro, emorragia uterina, leucorrea (cioè perdite vaginali), abbassamento dell'utero, arresto della crescita, debolezza, deperimento, marasma (cioè deterioramento del corpo) e morte.

La masturbazione era anche considerata conseguenza della pazzia: chiunque valutasse così poco la sua salute mentale da masturbarsi non poteva essere stato sano fin dall'inizio.

E. H. Hare (1962), psichiatra inglese, delinea la storia del sorgere e del venir meno della credenza che la masturbazione fosse una causa importante dei disordini mentali:

C'erano danni più subdoli. Si riteneva che ogni giovane che si masturbasse danneggiasse la vitalità dei suoi futuri bambini; per duecento anni il temibile fantasma della decadenza della razza terrificò medici ed educatori del mondo occidentale... I medici si ritennero i guardiani della civiltà; affermavano che fosse un dovere dei genitori e degli insegnanti impedire con ogni mezzo l'abitudine della masturbazione nei giovani; ritenevano inoltre che, se per gli adolescenti poteva essere sufficiente un appello alla ragione o il quadro della futura malattia, per i bambini il metodo di prevenzione più soddisfacente era la minaccia di una punizione immediata ed allarmante (pp. 16-17).

Dottori, insegnanti e genitori prescrivevano, minacciavano ed applicavano trattamenti per impedire la masturbazione a masturbatori sospetti o confessi di ogni età, specialmente bambini ed adolescenti. Poiché i medici ritenevano che molti divenissero malati di mente o rimanessero tali a causa della masturbazione, imposero loro rimedi antimasturbazione. I metodi usati per entrambi i sessi includevano:

Castrazione; circoncisione; cinture di castità accuratamente chiuse; punizioni corporali; faradizzazione (cioè applicazione di elettricità) alla spina dorsale; cauterio alla spina dorsale e ai genitali; inoltre, prima di andare a dormire, si legavano le mani o si rinchiudevano in sacchetti e si legavano sacchi di ciottoli alla schiena per impedire la posizione supina.

Contro uomini e ragazzi:

Chiusura del pene in bende; infibulazione (cioè applicazione di fili di metallo o anelli attraverso il prepuzio per impedirne la ritrazione oltre il glande); resezione dei nervi dorsali del pene per impedirne le sensazioni e l'erezione; applicazione di un vescicante al prepuzio; rivestimento notturno del pene mediante anelli spinati o dentati che lo pungessero in caso di erezione.

Contro donne e ragazze:

Ovariectomia (cioè asportazione di un'ovaia); clitoridectomia (cioè rimozione del clitoride); infìbulazione del prepuzio e delle grandi labbra; separazione chirurgica del cappuccio del prepuzio dal clitoride; applicazione di un vescicante al prepuzio, alla vulva e all'interno delle cosce; inoltre, prima di andare a dormire, si costringevano le gambe in stecche o si legavano ognuna a una sponda del letto.

René Spitz (1953), psicoanalista americano che ha ampiamente esaminato la letteratura sulla masturbazione, dice che "...fra il 1850 e il 1879 il trattamento chirurgico era consigliato più spesso di ogni altro rimedio..." (p. 120). Un presidente del Royal College of Surgeons, James Hutchinson (1891), raccomandava la circoncisione per i masturbatoti e diceva: "Misure più radicali della circoncisione sarebbero... una vera gentilezza verso molti pazienti di entrambi i sessi" (citato da Hare, 1966, p. 22). Alex Comfort (1967), scrittore e biologo inglese, dice che nell'ultima parte del diciannovesimo secolo

ci fu veramente un notevole aumento di ciò che può essere definito solo come sadismo da fumetti. La difesa di queste bizzarre terapie non era limitata agli eccentrici. Verso il 1880 coloro che desideravano per motivi inconsci legare, incatenare o infibulare i bambini attivi sessualmente o i malati mentali - i due tipi di prigionieri più facilmente disponibili -, adornarli con applicazioni grottesche, rinchiuderli in solfato di calcio, cuoio o gomma, picchiarli, spaventarli o perfino castrarli, cauterizzare o privare delle innervazioni i genitali, potevano trovare un'autorità medica umanitaria e rispettabile per fare tutto ciò in buona coscienza. La follia masturbatoria esisteva realmente, colpiva la stessa classe medica (pp. 103-4).

Paul Emil Flechsig (1847-1929), eminente neuroanatomista e psichiatra, fu il medico di Schreber durante il primo attacco della "malattia mentale" e le prime fasi del secondo, fu il direttore della clinica dove Schreber fu curato. Per curare i loro disordini nervosi e psicologici, sottopose a castrazione (1884) almeno tre degenti della clinica. Flechsig, riferendo il "successo" ottenuto nella terapia di questi casi e passando in rassegna la letteratura corrente sul valore della castrazione in psichiatria, conclude: "Io penso che ci siano validi motivi per giustificare l'uso della castrazione come trattamento sicuro contro nevrosi e psicosi" (p. 468).3

Bloch (1908) dice che i medici, per curare la masturbazione, "apparivano davanti al bambino armati di lunghi coltelli e di forbici e minacciavano di sottoporlo a una dolorosa operazione o perfino di tagliargli via i genitali" (citato da Hare, op. cit., p. 23). Alle bambine veniva anche detto che sarebbero state loro amputate le mani. Hare scrive:

È certo che nella seconda metà del diciannovesimo secolo i bambini (e anche le bambine) comunemente erano sottoposti alla minaccia dell'amputazione dei genitali e possiamo dedurne che la frequenza con cui i primi pazienti di Freud ricordavano questa minaccia era il riflesso dell'importanza che i genitori di solito attribuivano al divieto della masturbazione (ibid., p. 23).

Dati i procedimenti messi in atto contro i masturbatoti e i malati mentali, le minacce di castrazione erano credibili.

Struwwelpeter (Pierino-Porcospino) è un famoso libro per bambini del 1800. Fu scritto in tedesco nel 1845 dal dottor Heinrich Hoffman, pediatra di Francoforte, e fu ristampato numerose volte e tradotto in molte lingue. Eccone un brano intitolato "La storia del bambino che si succhia i pollici."

Dice la mamma: "Mio buon Corrado,

Per pochi istanti io me ne vado,

Vo' che tu sia studioso e buono,

Non far disordine, non far frastuono.

E guai se il pollice succhiar vorrai!

In modo orribile ten pentirai.

Tu non l'aspetti, ma, di soppiatto,

Entrerà il sarto tutto ad un tratto,

Taglierà il pollice col forbicione,

Come se panno fosse o cartone."

La mamma appena la soglia ha tocca,

Ed ecco il pollice è nella bocca!

S'apre la porta ed il sartore

Entra a gran salti pien di furore.

Col forbicione, zig zag, recide

Al bimbo i pollici; il bimbo stride,

Invan, che il sarto se n'è già andato

Col forbicione insanguinato!

La mamma attonita e sbigottita

Vede Corrado senza due dita,

E quei due pollici, così tagliati,

Mai più a Corrado son rispuntati.

La storia è illustrata con figure a colori che mostrano l'amputazione dei pollici. Mentre Corrado succhia il pollice c'è un volto corrucciato sullo sfondo; quando i suoi pollici non ci sono più il viso è sorridente. La storia presenta, in forma attenuata, la castrazione come punizione (o trattamento) della masturbazione, trasformata nel taglio dei pollici come punizione per coloro che sono soliti succhiarseli.

Questo dunque era il contesto sociale in cui Freud osservò il "complesso di castrazione" nei suoi pazienti arrivando a ritenerlo universale. In tempi diversi, Freud avanzò opinioni diverse sul rapporto tra minaccia di castrazione nell'infanzia e timore di castrazione nella vita adulta. Ecco due esempi tratti dai suoi scritti:

Così, ad esempio, non è affatto raro che al figlioletto maschio che prende il vizio di giocare con il suo membro e non sa ancora che si deve nascondere tale occupazione, venga fatta la minaccia, dai genitori o da chi ha cura di lui, che gli si taglierà il membro o la mano che ha commesso il peccato. Interrogati, i genitori confessano spesso la loro persuasione di aver agito, con tale intimidazione, in modo assai opportuno; alcuni soggetti hanno un ricordo preciso, cosciente di tale minaccia, particolarmente quando è stata subita in età un po' più avanzata. Se è la madre o un'altra persona di sesso femminile a profferire la minaccia, essa abitualmente ne deferisce l'esecuzione al padre o al... medico... È tuttavia altamente improbabile che la minaccia di evirazione sia fatta ai bambini tanto spesso quanto risulta nelle analisi dei nevrotici. Su questo punto ci basti sapere che il bambino si compone nella fantasia una simile minaccia in base ad allusioni, con l'aiuto della conoscenza che il soddisfacimento autoerotico è proibito, e sotto l'impressione della scoperta del genitale femminile (1917, p. 334).

Freud pensava che i maschietti provassero orrore per la mancanza del pene nelle bambine e nelle donne, mancanza che, egli afferma, i bambini e le bambine adducono come prova di una precedente castrazione delle bambine. Così, egli pensava, i bambini che sanno che le donne sono prive del pene sono pronti a credere alle minacce di castrazione dei loro genitori. Egli suggerisce anche un'altra base del complesso di castrazione: dice che è una "dote ereditaria," un"'eredità filogenetica." Pensa che

il bambino ricorre a questa esperienza filogenetica quando la sua esperienza personale è insufficiente. Egli colma le lacune della verità individuale per mezzo della verità preistorica, rimpiazza la sua propria esperienza con quella dei progenitori... (1918, p. 272).

Freud pensava che le tribù preistoriche avessero praticato la castrazione ed i loro discendenti consciamente l'avessero dimenticata ma inconsciamente la ricordassero, e le paure di castrazione dei suoi pazienti e di tutte le altre persone fossero ricordi ereditati. Se fosse così, saremmo tutti filogeneticamente destinati ad essere paranoici, specialmente se siamo maschi.

In mancanza di sufficienti prove a sostegno della castrazione preistorica o dei ricordi trasmessi per via filogenetica, la teoria di Freud, benché interessante, è incerta. Essendo disponibili dei dati riguardo alla castrazione minacciata e reale al tempo di Freud, la teoria freudiana è una spiegazione gratuita delle paure di castrazione dei suoi pazienti e di altri; per la stessa ragione trovo superflua la sua teoria per cui il timore di castrazione dei maschietti deriverebbe dalla scoperta dei genitali femminili.

La psicoanalisi inoltre spiega la paura del bambino di essere castrato dal padre come proiezione del desiderio del bambino di castrare il padre, cioè il bambino nega il suo desiderio e lo trasferisce sul padre. Questo modello non considera la possibilità che il desiderio inconscio del bambino di castrare il padre sia una risposta al comportamento paterno verso di lui.

Marx distingueva negli esseri umani tendenze "costanti" o "fisse" e tendenze "relative." Pensava che le tendenze costanti esistessero in ogni condizione sociale, mentre quelle relative si manifestassero solo in alcune. Forse i "complessi" della psicoanalisi, come le tendenze relative, sono possibilità umane innate, che si real-izzano solo in determinati contesti sociali.

Il "complesso di castrazione," secondo me, può essere scisso in due componenti: un "complesso di castrare" e un "complesso di essere castrato." Dubito che "l'essere castrato" possa esistere senza "il castrare." Ma Freud considera solo "l'essere castrato" come oggetto adatto per l'analisi. Sembra dare per scontate le minacce di castrazione da parte di medici e genitori come un dato universale, che rientra nell'ordine naturale delle cose e non richiede quindi un'analisi. Per quanto deplori o metta in ridicolo un certo comportamento dei genitori e dei suoi colleghi, lo accetta come una norma.

(iii)

Si consideri il resoconto di Freud del caso del "Piccolo Hans,"4 un bambino di cinque anni che egli analizzò. Hans si rifiutava di uscire in strada perché aveva paura dei cavalli e in particolare temeva che un cavallo lo mordesse.

Freud attribuisce al padre di Hans (un medico) e alla madre delle qualità che i fatti da lui presentati contraddicono ampiamente. Freud dice:

I genitori, ambedue miei ferventi seguaci, avevano deciso di comune accordo di allevare il loro primo bambino [Hans] senza sottoporlo a una costrizione maggiore di quanto fosse assolutamente necessario... Il bambino cresceva... l'esperimento di allevarlo senza restrizioni e senza minacce progrediva soddisfacentemente (1909, p. 45).

Il piccolo Hans ci viene definito dai suoi genitori un fanciullo sereno I due genitori sostennero questa bugia parecchie volte. Più tardi, quando il padre disse a Hans che la madre e la sorellina non avevano il "pipf," senza spiegargli che o perché i suoi genitori gli avevano precedentemente mentito, Hans si rifiutò di credere alle nuove informazioni del padre (p. 67). Freud spiega l'incredulità di Hans in base al fatto che la nuova verità aveva necessariamente "fatto sorgere il complesso di castrazione" (p. 70). Penso sia più semplice ritenere che le affermazioni dei genitori lo avevano confuso e spaventato e che Hans trovava difficile ammettere che sua madre non avesse il "pipi," perché questo significava che entrambi i genitori gli avevano mentito. A quattro anni non aveva ancora visto i genitali dei suoi genitori.

Quando era nata la sorellina, egli aveva tre anni e mezzo. Freud riferisce che il padre, il giorno del parto, scrisse:

Naturalmente nei giorni precedenti gli era stato spesso detto che la cicogna avrebbe portato un bambino o una bambina; ora egli collega molto giustamente quei gemiti insoliti coll'arrivo della cicogna (p. 48).

Freud scrive a proposito di Hans:

A tre anni e mezzo viene sorpreso dalla madre con la mano sul pene. Essa minaccia: "Se fai questo faccio venire il dottor A. che ti taglia il pipì. Con che cosa farai pipì poi?" (p. 46).

La madre di Hans lo minacciò di abbandonarlo prima dei quattro anni perché era "cattivo" (p. 78). Questo passo tratto dagli appunti del padre si riferisce a un episodio successivo:

hans: Ma io non lo tocco più il pipi.

IO: Però ne avresti sempre voglia.

hans: Si, è vero, però "voglia" non è "fare" e "fare" non è "voglia". [!!]

IO: E per non farti venire la voglia, stasera ti mettiamo a dormire dentro un sacco (p. 66).

Freud attribuisce la fobia di Hans a:

la paura della minacciata evirazione... La sua paura che il cavallo lo morda può capirsi benissimo e senza sforzo: è paura che il cavallo gli morda via il genitale, che lo eviri (1926, p. 46).

Egli sembra presumere che il "complesso di castrazione" di Hans si sarebbe sviluppato anche senza le minacce di castrazione quando dice: "Il bambino si fabbrica questo pericolo" (1909, p. 46 n.).

Freud non rivolge la sua attenzione né alle minacce dei genitori (eccetto a quella di castrazione) o alle loro bugie né li considera nella sua formulazione del problema di Hans.

Non abbiamo dati sufficienti, credo, per riuscire a costruire su solide basi una nuova teoria per spiegare perché Hans aveva paura di essere morso dai cavalli. Ma ne abbiamo abbastanza per vedere che Freud trascura di considerare almeno alcuni comportamenti dei genitori di Hans che potrebbero spaventare e confondere un bambino.

Le ideologie sono idee che servono come armi per difendere degli interessi sociali. Le credenze, le minacce e le pratiche di castrazione che ho illustrato qui rappresentano il punto culminante delle ideologie familiari del diciannovesimo secolo. Esse riflettono e difendono la struttura di potere esistente: i padri in cima, le donne e i bambini molto al di sotto. E nessuno deve masturbarsi. Masturbandosi un bambino prova piacere con, in, da e per se stesso (o se stessa). Egli (o ella) si sente libero (o libera) per un attimo fugace dal bisogno di un'autorità esterna. Perciò può essere, come ha detto Sartre, un atto pericoloso. Forse è per questo che l'epoca vittoriana e bismarckiana lo temevano così fortemente.

Il terreno su cui si riproducono le ideologie familiari è la famiglia. La famiglia del diciannovesimo secolo (come molte di oggi) era una fabbrica di ideologie autoritarie; essa imponeva ai suoi membri i propri schemi di rapporti come se fossero schemi mentali.

La psicoanalisi,5 con ciò che ha trascurato di dire riguardo alla masturbazione, alla posizione delle donne e dei bambini e alla persecuzione dei bambini da parte dei genitori, ha inconsapevolmente contribuito alla conservazione delle ideologie del suo tempo; ha accettato certi aspetti dello status quo della società. Fino ad oggi la masturbazione non è ancora stata inequivocabilmente liberata dallo stigma di essere, specialmente nei bambini, un segno di nevrosi. Precedentemente la psicoanalisi aveva considerato la masturbazione come possibile causa delle nevrosi.

Quanto alla persecuzione dei bambini da parte dei genitori, Freud non la vede (Schreber) o la vede ma non la vede come tale (Piccolo Hans) o non vede il bisogno di studiarla (Laio, il "complesso di castrare") o di sfidarla (il "complesso di castrare").

È diventato di moda in alcuni ambienti criticare Freud per non avere chiamato in causa la famiglia autoritaria e le strutture politiche del suo tempo e del suo paese. E i suoi seguaci? Il movimento psicoanalitico, soprattutto nei suoi istituti di training, riflette ancora in gradi diversi nei differenti paesi europei la struttura patriarcale della famiglia della borghesia mitteleuropea del diciannovesimo secolo. Alcuni psicoanalisti originariamente giustificarono questo fatto con un'opportunità politica: un piccolo nucleo agguerrito di audaci pensatori in mezzo ad ambienti ostili necessitava di una struttura solida, fortemente autoritaria. Io non credo che una tale roccaforte sia necessaria adesso (dubito che lo sia stata mai). E il prezzo pagato per questo in perdita di idee e di pensatori radicali è alto.

Gli schemi mentali e i modelli di sviluppo del bambino, come i sistemi economici o politici, non possono essere capiti se le loro origini sociali sono trascurate. Gli stati mentali corrispondono, benché non esattamente, al loro contesto sociale, le teorie sugli stati mentali al loro contesto sociale e le teorie sulle relazioni fra gli stati mentali e i contesti sociali al loro contesto sociale. Ciò di cui tutti gli individui, compresi i teorici della mente, sono coscienti, è in parte determinato da ciò di cui il loro ambiente sociale permette loro di essere coscienti.

Fin dall'inizio, la psicoanalisi e la psichiatria, ad ogni livello, in teoria e in pratica, hanno demistificato, respinto e protetto e accettato le diffuse ideologie imperanti.

Ritengo che la psicoanalisi sia generalmente più consapevole e più critica verso le ideologie largamente diffuse delle altre forme di psicoterapia.

Nessun gruppo di individui, dilettanti o professionisti che siano, sono immuni dalle influenze ideologizzanti del proprio contesto sociale. La famiglia autoritaria e patriarcale del diciannovesimo secolo era una delle condizioni sociali in cui la psicoanalisi si sviluppò e che talvolta essa sembrò incorporare. La psicoanalisi ha avuto la tendenza a non criticare certe tirannie a cui questa famiglia ha dato origine.

La cosmologia di Schreber — un Dio di sesso maschile in cima alla gerarchia composta di complici, delegati e servi — sembra essere una proiezione celeste della sua famiglia di origine e di molte famiglie del suo tempo. Nessuno che sia cresciuto in questo tipo di famiglia e che abbia imparato a vivere felicemente con le sue regole e i suoi ruoli, le sue premesse e le sue pratiche, potrebbe considerarla come origine del senso di persecuzione di qualcuno. Forse è per questa ragione che per cinquant'anni dopo la pubblicazione delle Denkwürdigkeiten di Schreber nessuno pensò a collegare le sue sofferenze con gli atteggiamenti del padre verso i bambini.

Ho collocato la teoria freudiana della paranoia all'interno di ciò che ritengo il suo contesto ideologico, ho mostrato che la teoria evita la questione della persecuzione dei bambini da parte dei genitori e ho messo in dubbio la relazione fra alcuni dati di Freud e le sue conclusioni. Questo non significa che non ritenga valide le sue conclusioni. Al contrario, credo che la sua teoria abbia un grande potere chiarificatore, considerando i dati di cui si serve, ed abbia contribuito alla comprensione di alcune zone della mente di molti. Inoltre gli allievi di Freud hanno modificato la sua teoria della paranoia per renderla più flessibile e per permetterle di spiegare più modelli di pensiero considerati paranoici (Si veda, per esempio, Melanie Klein, 1948, pp. 282-310, Robert Waelder, 1951, W.R.D. Fairbairn, 1956 e molti altri). Ma le revisioni della teoria originale freudiana non considerano, né possono considerare senza essere rivedute esse stesse, i dati tratti dagli scritti del padre di Schreber. Questo avviene perché, nel loro linguaggio e nelle loro idee, sono interessate ai rapporti fra oggetti o strutture, non fra persone: un "oggetto parziale" sadico o un "Super-Io" punitivo non sono un padre crudele o il suo ricordo trasformato.

Note

1 Recentemente alcuni affascinanti studi hanno confermato in gran parte la teoria di Freud sulla mente. Herman A. Witkin e Helen B. Lewis (1967), due psicologi americani, hanno studiato in laboratorio il sonno e il sogno e, in particolare, il modo in cui la mente trasforma (l'espressione è loro) le esperienze diurne, come guardare un film, in sogni. I loro risultati sono compatibili con la teoria di Freud riguardante il tipo di operazioni che la mente compie durante la sua "attività onirica." Queste operazioni assomigliano al tipo di trasformazioni che Freud ipotizza che ognuno applichi a certe esperienze infantili.

Stanislav Grof (1970), psichiatra cecoslovacco attualmente negli Stati Uniti, ha curato più di cinquanta persone, comprese in "tutte le più importanti categorie diagnostiche psichiatriche," con una serie di sedute di LSD, da quindici a ottanta per persona, accompagnate da psicoterapia attuata senza l'uso di droga. Ha trovato che le esperienze delle prime sedute (benché non delle ultime) "si situano nel contesto freudiano e sono spiegate da esso... Molte delle esperienze di questo stadio potrebbero essere per lo più considerate una prova 'di laboratorio' dei concetti freudiani basilari" (p. 61). Grof trovò che gli scritti di Otto Rank, di Carl Jung e degli studiosi di esperienze mistiche si adattavano meglio di quelli di Freud alle fasi più inoltrate della terapia. Né Witkin e Lewis né Grof menzionano nei loro studi la teoria di Freud sulla paranoia.

2 La straordinaria storia degli atteggiamenti e dei comportamenti della medicina e della psichiatria verso la masturbazione negli ultimi duecento anni è stata riveduta da R.A. Spitz (1953), E.H. Hare (1962), J. Duffy (1963), A. Comfort (1967) e T. Szasz (1970); vedi anche gli articoli di Lea, Sturgis e Sutor in R.E.L. Masters (1967).

3 Molte esperienze e azioni di pazienti di ospedali psichiatrici, considerati dallo staff come sintomi di un "processo" patologico, possono essere viste anche come risposte dei pazienti al comportamento dello staff; per un esempio di ciò si veda Schatzman, 1970.

Non credo che il rapporto di Schreber con Flechsig e con i suoi inservienti fosse originariamente la causa dell' "evirazione" di Schreber, ma quei rapporti potrebbero avere contribuito. Schreber collega spesso Flechsig o l’"anima" di Flechsig con la sua "evirazione"; per esempio: "Piccole parti dell'anima di Flechsig... erano solite esclamare come se fossero meravigliate: 'Non è ancora evirato?'" (Denkwürdigkeiten, p. 127). È probabile che Schreber sapesse che Flechsig usava la castrazione come trattamento. Negli ospedali psichiatrici, i pazienti vengono a sapere presto quali terapie sono usate. Inoltre Schreber potrebbe aver letto il resoconto di Flechsig su questo argomento: i pazienti di un medico famoso spesso ne leggono gli scritti e Schreber fece molte letture in campo psichiatrico. Schreber potrebbe aver detto: "Io sono già evirato o mi stanno evirando; perciò Flechsig non ha alcun bisogno di evirarmi."

4 Per una critica più completa dell'analisi freudiana del caso del "Piccolo Hans" secondo linee simili alla mia, vedi Erich Fromm e altri, 1968.

5 Quando parlo di psicoanalisi o di movimento psicoanalitico non mi riferisco a persone quali Erich Fromm, Karen Horney, R.D. Laing e Harry Stack Sullivan; essi hanno diffuso opinioni compatibili con quelle qui espresse.

Capitolo nono
La persecuzione della Cosa

Un passo avanti molto importante della teoria della personalità negli ultimi venticinque anni è stato, secondo me, la progressiva consapevolezza che nessuno può essere compreso adeguatamente se isolato dal suo contesto sociale. L'esperienza e il comportamento di ognuno, sia egli considerato sano o pazzo, sono comprensibili, almeno in parte, come risposte al comportamento passato o presente di altri verso di lui e intorno a lui.

Ciononostante, il linguaggio e le etichette usati dagli psichiatri sono ancora orientati verso la definizione di individui "malati" o "deviami." La nosologia psichiatrica classifica i pazienti degli psichiatri come disturbati, ma non possiede categorie per etichettare le situazioni interpersonali che possono disturbarli. Abbiamo bisogno di linguaggi appropriati, di schemi e di modelli con cui pensare agli effetti causati sulle persone dal contesto sociale — famiglie, scuole, chiese, fabbriche e circoli — e alle relazioni fra piccoli gruppi microsociali e relativo contesto macrosociale: la Società nel suo insieme.

La psicoanalisi presuppone, almeno in teoria, che il senso di persecuzione di una persona sia in parte o totalmente causato da fantasie determinate dall'istinto o filogeneticamente. Certo molti psicoanalisti sanno che le storie di persecuzione infantile raccontate dai loro pazienti sono vere. Ma questo, sebbene valido, non è soddisfacente, se essi non hanno una teoria con cui spiegare come la persecuzione avvenuta nel passato possa in seguito dare origine a certe strane esperienze.

In questo capitolo discuterò delle connessioni fra eventi che si verificano all'interno di una persona e fatti che avvengono nelle relazioni tra persone. Passerò dal livello intrapersonale a quello interpersonale e viceversa, senza deviare molto dal caso Schreber. Ciò che dirò qui può fare luce su situazioni di altre persone diverse da Schreber, considerate come paranoiche o schizofreniche. Inoltre suggerisco alcune modalità di collegamento fra modelli di esperienza e di comportamento di singoli individui e modelli di eventi della loro famiglia di origine.

Si consideri un individuo che ritenga certi eventi verificantisi nella sua mente (pensieri, sentimenti, percezioni, ricordi, ecc.) come cattivi, pazzi, osceni, impuri, sporchi o pericolosi. Se egli desidera considerarsi buono, sano, decente, puro, pulito e sicuro, ha bisogno di adottare certe tattiche mediante le quali affrontare quegli eventi, quando gli appaiono alla coscienza o prima del loro apparire. Si possono sfuggire i pericoli o gli elementi "cattivi" del mondo che ci circonda; basta allontanarsene. Ma in questo caso la fuga non è attuabile, non si può ritirare la nostra mente da se stessa.

C'è una scappatoia possibile e spesso usata; fingere che certi eventi non si verifichino nella nostra mente, cioè escluderli dal campo della coscienza. Ma fuori dalla coscienza non significa fuori dalla mente; è solo un'apparenza. Come gli oggetti del mondo esterno non scompaiono quando voltiamo loro la schiena, così gli eventi della nostra mente non cessano di verificarsi per il fatto che ci distogliamo da loro. E, anche fuori dalla consapevolezza, essi sono spesso sottoposti a mutamenti.

Freud usava parecchi termini per indicare le operazioni con cui allontaniamo o manteniamo lontani dalla consapevolezza determinati eventi, per esempio rimuovere (verdrängen), rinnegare (verleugnen) e rifiutare (verwerfen); e alcuni per indicare una inconsapevolezza parziale, per esempio condannare (verurteilen) e negare (verneinen). René Laforgue, psicoanalista francese, usò un termine tradotto in italiano con scotomizzare, cioè rendere qualcuno cieco a qualcosa; molti psicoanalisti parlano di ripudio o negazione di eventi. Tutti questi termini rappresentano dei mezzi mediante i quali ci si priva di alcune possibilità della nostra mente. Uso questi termini in modo intercambiabile, dal momento che trovo difficile distinguere in pratica le singole operazioni a cui si riferiscono. Qui, per comodità, mi riferisco a uno di questi, alla rimozione. Attraverso lo strumento della rimozione la mente cerca di es-propriare da se stessa degli elementi che ritiene inappropriati; cambia cioè il "me-cattivo" nel "non-me."

La rimozione è probabilmente una manovra complessa, che implica delle operazioni verificantisi contemporaneamente, che (i) definiscono certi pensieri come cattivi, (ii) condannano questi pensieri, (iii) spingono e mantengono questi pensieri fuori dalla consapevolezza e (iv) spingono e mantengono (i), (ii) e anche (iii) fuori dalla consapevolezza. Per una maggiore elaborazione di questi passaggi si veda Laing (1971, pp. 97-9, 104-16). John Lilly (1970) esprime un'idea simile nel linguaggio dei computer quando dice che gran parte del "materiale immagazzinato" e dei "programmi" della nostra mente ci sono invisibili; suggerisce che un' programma possa richiedere che tutto o parte del materiale immagazzinato sia alterato prima di apparire alla coscienza o possa essere del tutto nascosto alla coscienza. E un altro programma può alterare o nascondere quel programma.

Questa può essere la ragione per cui alcuni, che ritengono che non hanno, hanno avuto o potrebbero avere "cattivi" pensieri, di solito ritengono anche di non avere, avere avuto o potere avere bisogno di regole che impediscano loro di avere quei pensieri. Pensano di pensare in modo giusto proprio "naturalmente."

La rimozione fa parte di una serie di operazioni, forse anzi ne è la più importante, che compiamo sulla nostra esperienza per normalizzarla, cioè per costringerla a modificare la nostra opinione e la nostra opinione delle opinioni degli altri di ciò che è sano, pulito, decente, puro, sicuro, buono, ecc. Gli psicoanalisti chiamano questo insieme di operazioni "difese." Le difese sono volte contemporaneamente in due direzioni: esse sono usate come difese da qualcosa e come difese di qualcosa.

1. Le difese della coscienza difendono la coscienza dai "cattivi" pensieri.

2. La difesa dei "cattivi" pensieri li difende dalla coscienza. Il termine "difesa" usato nelle due frasi si riferisce allo stesso insieme di operazioni considerato secondo due diversi punti di vista. Le difese, mantenendo la coscienza e i "cattivi" pensieri lontani gli uni dagli altri, tendono a proteggerli gli uni dagli altri.

Le difese di cui parlano gli psicoanalisti sono operazioni che si compiono sulla propria esperienza. Però queste operazioni spesso non sono sufficienti per garantire la purezza. Supponiamo che io voglia tenere certe mie possibilità, di cui ho paura, lontane dalla coscienza; sarebbe per me utile, forse necessario, eliminarne i ricordi nel comportamento degli altri. Tu devi smettere di comportarti in un modo che mi ricorda i miei desideri impuri. Così devono fare anche gli altri, perché io possa avere il mio spazio. Se tu non smetti o gli altri non smettono di disturbarmi, dovrò togliere di mezzo te, loro o me stesso.

Chiamerò l'insieme di atti con cui ognuno agisce sul comportamento e sull'esperienza degli altri per difendersi contro eventi "cattivi" verificantisi nella propria mente difese transpersonali; così facendo uso un termine e un concetto già evidenziati da Laing (1965, p. 370 e 1971, p. 13).

Le nostre difese sono collocate in profondità. Se voglio nascondere a me stesso un "cattivo" pensiero, di solito nascondo questo pensiero, l'atto di nasconderlo, la regola secondo la quale viene nascosto e la consapevolezza di nascondere qualcosa. Se voglio eliminare dal comportamento e dall'esperienza di altri delle tracce di ciò che nascondo a me stesso e se voglio anche tenere nascosto a me stesso di nascondere qualcosa, posso supporre di agire sugli altri non per la mia salvezza, ma per la loro. Così trasferisco il luogo in cui voglio conseguire il "miglioramento" dal mio interno all'interno degli altri; i miei sforzi sono volti solo al loro bene.

Perciò adesso mi trovo in questa posizione: dovunque io veda "cattiveria," devo distruggerla, pensando di farlo per il bene degli altri. Dal momento che ciò che cerco di distruggere negli altri è in realtà il mio materiale represso, le mie possibilità irrealizzate, che rimarranno tali fino alla mia morte, il mio lavoro dura tutta la vita. Il prezzo richiesto dall'inconsapevolezza è un'eterna vigilanza.

Per mantenerci invisibili i "cattivi" pensieri presenti nella mente degli altri, bisogna eliminare dal comportamento degli altri le tracce di questi eventi. Il comportamento riflette l'esperienza; perciò se abbiamo bisogno o desiderio di sentirci più sicuri, bisognerà imporci sugli altri perché non sappiamo neppure che tali eventi si verificano, si sono verificati o addirittura potrebbero verificarsi nella loro mente. È meglio abituare le persone alle "buone" abitudini mentali quando sono giovani. Un grammo di prevenzione è più utile di un chilo di cura.

Il dottor Schreber consiglia spesso i genitori di rendere i bambini inconsapevoli della loro stessa esperienza, se è del genere che egli ritiene cattiva, e dice ai genitori di organizzare questa messa in scena con i bambini di età compresa fra i tre e i cinque anni, come esercizio formativo dopo ogni punizione; lo scopo è di far sorgere nei bambini i sentimenti che egli ritiene debbano provare.

È generalmente salutare per i sentimenti se il bambino, dopo ogni punizione, dopo che si è rimesso, è gentilmente stimolato (preferibilmente da una terza persona) a offrirsi di stringere la mano di chi l'ha punito come richiesta di perdono... Da quel momento in avanti bisognerebbe dimenticare ogni cosa.

Dopo che il bambino è stato così stimolato un po' di volte, spontaneamente si accosterà a chi l'ha punito, ritenendo che ciò sia suo dovere. Questo assicura contro la possibilità di sentimenti di rancore o di amarezza e fa da mediazione fra il pentimento (che è il successivo scopo della punizione) e il beneficio che ne risulta e generalmente dà al fanciullo la salutare impressione di essere ancora debitore di qualcosa verso chi l'ha punito, e non il contrario, anche se per caso una parola o un colpo più del necessario sia stato inferto al bambino. In genere, ogni richiesta di amore deve venire dal bambino, e solo dal bambino... Se ci si dimentica di questo processo di pentimento si rischia sempre che lo scopo principale di ogni punizione, un sincero e serio senso di pentimento, non venga raggiunto, ma al contrario un seme di amarezza si annidi nelle profondità del cuore dei bambini. Se si omette completamente questo procedimento si rischia di concedere al bambino punito il diritto di essere arrabbiato contro chi l'ha punito, il che non è certamente coerente con un intelligente approccio pedagogico (1858, P- 142).

Chiarire tutte le premesse implicite in questo passo del dottor Schreber e altre premesse che queste richiedono, ci porterebbe lontano dalla nostra strada. In breve, ne enumero poche evidenti:

Punire un bambino è prova della sua colpevolezza.

Benché la punizione possa essere eccessiva, non può mai essere ingiustificata. Suo scopo è chiarire un riconoscimento di colpa, che egli chiama pentimento.

È un dovere del bambino, non una scelta, chiedere perdono.

Soltanto chi punisce può perdonare un bambino punito.

Si agisce alla luce di ciò che si vede. Ognuna di queste premesse è una costrizione in base alla quale il dottor Schreber limita la sua visione. Costringe l'opinione del bambino a coincidere con la sua opinione di ciò che dovrebbe essere l'opinione del bambino. Ogni "rancore," "amarezza" o "rabbia" che il bambino provi verso chi l'ha punito deve venire rimosso.

La rimozione, da un punto di vista psicoanalitico, è una difesa intra-personale costruita per respingere un male reale, immaginario o fantastico. Freud diceva che una persona rimuove un'esperienza se teme che possa portarlo ad agire secondo modalità per le quali egli ricordi (o immagini, o fantastichi) di essere stato punito, o per le quali egli sappia (o immagini, o fantastichi) che sarà punito. La rimozione può anche essere una manovra intra-personale. Sto distinguendo l'operazione di un soggetto sull'esperienza di un altro (trans-personale) dalla operazione di un soggetto sulla propria (intra-personale).

Una persona (spesso un genitore) ordina a un'altra persona (spesso un bambino) di dimenticare pensieri, sensazioni o azioni che la prima persona non può, o non vuole, permettere si verifichino nell'altra. Questa è la prassi normale in alcune relazioni (specialmente in famiglie con un figlio schizofrenico). Se lo scopo della prima persona è di proteggersi da un'esperienza che teme che l'altra possa ricordarle, qualora l'altra la vivesse troppo intensamente, il comando serve da difesa transpersonale. Una difesa transpersonale può essere un attacco contro l'esperienza di un'altra persona, la quale può a sua volta avere bisogno di costruire una difesa contro di essa.

Il dottor Schreber raccomanda la rimozione come manovra transpersonale per indurre la rimozione in un bambino. Questa manovra avrebbe potuto servirgli da difesa transpersonale se avesse temuto i suoi sentimenti di non-"pentito" nei confronti dei suoi genitori. Suo figlio pensava che qualcuno potesse pensare che Dio potesse ricorrere a ciò che chiamo difese transpersonali:

Chiunque si sia preso la briga di leggere con attenzione quanto è scritto qui può avere spontaneamente creduto che Dio in persona deve essere stato o essere in posizione precaria, se la condotta di un solo essere umano può metterlo comunque in pericolo e persino se Egli stesso, seppure in rare occasioni, può venire attirato in una specie di congiura contro gli esseri umani che sono fondamentalmente innocenti (Denktvùrdigkeiten, pp. 29-30).

In seguito dice che "è diventato un pericolo per Dio stesso" (p. 56) e che "Dio stesso agisce verso di me in atteggiamento difensivo" (p. 177 n.). In un poscritto al suo libro fa questa annotazione:

Dio è un Essere vivente e sarebbe Egli stesso governato da motivazioni egoistiche, se esistessero altri esseri viventi che potessero metterlo in pericolo o in qualche modo risultare di danno ai suoi interessi (p. 358).

Non sta forse ascrivendo alla mente del padre delle operazioni per spiegare il comportamento del padre, senza farne il nome?

Forse molte o addirittura tutte le difese di cui parla la psicoanalisi si sono formate originariamente nell'infanzia contro gli attacchi degli adulti che temevano che i bambini gli ricordassero le loro proprie possibilità represse.

Si chiami individuo paranoidogenico colui che genera negli altri degli stati paranoici. Ritengo che si tratti di qualcuno che perseguita o è perseguitato (è difficile distinguere la forma attiva da quella passiva) dalle possibilità del suo stesso essere che ritiene cattive e cerca di distruggere "negli" altri. Eccone una ricetta:

Si consideri una parte di noi stessi, la Cosa, come cattiva (o pazza, oscena, impura, sporca, pericolosa, ecc.).

Si tema che la Cosa ci distrugga se noi non distruggiamo la Cosa.

Si distrugga la Cosa in noi stessi negando che la Cosa sia parte di noi stessi.

Si neghi la negazione che qualcosa è negato, e la negazione della negazione.

Si scopra la Cosa in altre persone.

Si tema che la Cosa contenuta in esse le distrugga, distrugga gli altri o noi stessi se la Cosa non è distrutta.

Si adottino delle misure per distruggere in esse la Cosa, anche se ciò implica la distruzione delle persone in cui la Cosa è scoperta.

Per essere effettivamente validi quali persone paranoidogeniche, è meglio avere potere sulla nostra vittima, in modo che essa non possa facilmente sfuggire: l'inquisitore sull'eretico, lo psichiatra dell'ospedale sul paziente psichiatrico coatto, il genitore sul bambino.

Ritengo che il dottor Schreber sia un tipico esempio di persona paranoidogenica.

(Il termine Cosa, da me usato, è distinto dall'Es di Georg Groddeck e dall'Es di Freud. L'Es di Groddeck [1961] è una "entità prodigiosa che dirige" nell'uomo "ciò che egli fa e tutto ciò che gli accade." È ciò da cui l'uomo è "vissuto" [pp. 14-15]. L'Es [1951] è "la natura più profonda e la forza dell'uomo. Realizza tutto ciò che accade con l'uomo, attraverso di esso e in esso" [p. 40].

Freud dice a proposito dell'Es:

Lo chiamiamo un caos, un calderone di eccitamenti ribollenti. Ce lo rappresentiamo come aperto all'estremità verso il somatico, e che ivi accolga in sé i bisogni personali, i quali trovano così la loro espressione psichica... Non ha un'organizzazione, produce solo lo sforzo per procurare soddisfacimento ai bisogni pulsionali [1933, pp. 479-80].

L'Es di Groddeck e l'Es di Freud, diversamente da ciò che io chiamo la Cosa, non sono socialmente determinati nel loro essere. Essi esistono prima della vita sociale, benché le forze sociali li urtino. Tutte le società trattano come Cosa, nel senso in cui la uso io, certe espressioni sia dell'Es di Groddeck che dell'Es di Freud, ma ciò che una data società tratta come Cosa subisce variazioni.)

I sentimenti e gli atti omosessuali possono essere la Cosa e spesso lo sono stati nella società occidentale almeno durante gli ultimi quindici secoli. Gli omosessuali sono stati condannati a morte come gli eretici. Freud collegava il senso di persecuzione con l'amore omosessuale; egli può avere correttamente notato che essi sono spesso connessi. Ma sarebbero collegati così spesso o completamente in una società che approvasse apertamente e valorizzasse l'amore omosessuale? Considerato il modo in cui gli omosessuali attivi e sospetti sono stati e sono perseguitati, non è sorprendente che degli omosessuali "latenti" temano delle persecuzioni. Potremo così parlare di una società paranoidogenica.

Se uno si sente perseguitato da desideri omosessuali, può ricordare o percepire persecuzioni reali o minacciate contro i suoi desideri, sia che egli sia a conoscenza o no dei suoi desideri, o di sentirsi perseguitato da essi e perché. Molti adulti ebbero da bambini l'esperienza di persone dello stesso sesso verso le quali avevano espresso i propri desideri sessuali, che reagirono con rabbia o disprezzo, probabilmente a causa del timore che i loro stessi desideri omosessuali potessero svegliarsi.

Possiamo porci una domanda che sembra senza risposta: se la maggior parte di noi ha imparato a rimuovere i propri desideri omosessuali durante l'infanzia, perché i più non si sentono perseguitati?

L'omosessualità, la persecuzione e la cosiddetta paranoia possono insinuarsi diabolicamente. Ho conosciuto un uomo così terrorizzato dall'idea che altri uomini pensassero che egli volesse sedurli sessualmente che scelse di smettere di parlare e di muoversi. Così nessuno avrebbe potuto "accusarlo" di un'inflessione di voce seducente o di un modo di camminare "ancheggiante."

I suoi genitori, irritati dal fatto che "non fosse socievole," lo condussero in un ospedale psichiatrico dove fu rinchiuso come paziente coatto. Fu etichettato schizofrenico paranoico e catatonico e gli furono somministrati elettroshock, sempre contro il suo volere. I membri dello staff, per lo più di sesso maschile, avevano stabilito che egli voleva "realmente" che un uomo lo violentasse e che se un medico di sesso maschile "lo avesse eccitato" elettricamente e gli avesse causato degli accessi convulsivi (una "sorta di orgasmo") egli avrebbe contemporaneamente soddisfatto sia i suoi desideri erotici "inconsci" sia la punizione che "inconsciamente" desiderava. Mi domando in quante società un individuo può cacciarsi ed essere cacciato in tali pasticci a causa di un amore omosessuale.

Gli omosessuali, collocati in posizioni "sicure ed importanti" al governo o in grandi aziende, soprattutto prima di questi ultimi dieci anni, erano talvolta perseguitati in modi strani. Se il loro capo scopriva che erano omosessuali, poteva chiedere loro di lasciare il lavoro per il fatto che costituivano dei "rischi alla sicurezza" in quanto erano considerati suscettibili di ricatto da parte di qualcuno che minacciasse di rivelare che erano omosessuali. Potevano infatti essere ricattati soprattutto con la minaccia che avrebbero perso il lavoro se la loro omosessualità fosse stata scoperta, mentre rischiavano di perdere il lavoro a causa della supposta possibilità di essere sottoposti a un ricatto.

I pensieri omosessuali costituiscono una classe di eventi mentali che possono dare origine a persecuzione (e paranoia). Ogni possibilità della mente che essa sceglie di condannare come cattiva e di distruggere può essere la Cosa. Il desiderio di masturbarsi fu la Cosa in gran parte dell'Occidente per centocinquanta anni e ancora lo è in certi ambienti. L'"abuso di sé" è ancora causa sia di persecuzione che di paranoia. Il dottor Schreber padre e forse anche il figlio sembravano considerare la collera verso un genitore come la Cosa.

Molte persone, per mantenere il proprio equilibrio mentale, cercano di controllare eventi verificantisi in una mente che non sia la loro.1 Ma certe persone, non necessariamente considerate come psicotiche in senso clinico, per mantenere il loro equilibrio stabiliscono dei parametri con cui governare stati mentali altrui così ampiamente e in modo tale che gli altri non possono rimanere sani. Infatti costoro perseguitano altri, spesso senza rendersi conto della persecuzione insita nei loro atti. Una delle analogie preferite di Gregory Bateson, etnologo americano, è questa: una macchina è guasta sia perché non può più muoversi sia perché, muovendosi, asfissia l'automobilista che si trova dietro con le esalazioni del tubo di scarico. Questo secondo tipo di "guasto" sembra essere tipico dei genitori di alcuni individui considerati pazzi.

È difficile illustrare con esempi tratti dalla vita vissuta o con casi clinici la teoria che sto qui delineando, dal momento che si basa su supposizioni riguardanti eventi mentali inconsci. Non si può fare un'esperienza diretta di eventi verificantisi nella mente di altre persone. Si può osservare il comportamento di un individuo ma non il vissuto o le operazioni compiute su questo vissuto che si può supporre siano alla base di questo comportamento. Se queste operazioni non sono evidenti alla persona nella cui mente si verificano, essa non può parlarcene.

Non conosco nessun criterio sicuro mediante il quale accertare il verificarsi di un'operazione di rimozione (quale operazione intrapsichica). È invisibile; la sua presenza può essere dedotta solo dall'assenza dell'esperienza cosciente degli eventi sui quali presumibilmente opera. Si può divenire consapevoli della sua esistenza dentro di noi solo dopo averla annullata.

Lo stesso avviene per tutti i meccanismi di difesa della psicoanalisi, per i passaggi intrapsichici della mia "ricetta" per la paranoidogenicità e per tutti gli elementi contro i quali queste operazioni sono costituite. Non ho mai sentito (né mi aspetterei di sentire) nessuno dire che insegna ai propri bambini ad essere "buoni" perché lui possa rimanere sano di mente, dal momento che teme che se essi fossero "cattivi" gli ricorderebbero i "cattivi" elementi rimossi in se stesso che, se sottratti alla rimozione, minaccerebbero la sua sanità mentale. Alcuni di questi passaggi, o forse tutti, sono rimossi essi stessi.

Fornendo inferenze e costruzioni, posso trasformare delle prove disponibili riguardanti il dottor Schreber padre in illustrazioni della mia teoria della paranoidogenicità. Mi sembra impossibile dimostrare una teoria che dipende in parte dall'attribuzione alla mente di un individuo di certe operazioni di cui egli è inconsapevole.

Ecco un possibile esempio della Cosa per il dottor Schreber: gli attacchi di melanconia. Niederland (1960) ha trovato in un libro del dottor Schreber

un breve caso clinico intitolato "Confessioni di un individuo che è stato pazzo" (Geständnis eines Wahnsinnig Gewesenen). Questo resoconto che Schreber attribuisce a una conoscenza casuale fatta durante i suoi primi viaggi è pieno di vaghe allusioni ad attacchi di melanconia, meditazioni morbose e tormentosi impulsi criminali. Nel suo linguaggio velato il racconto suona come autobiografico... (p. 494).

Niederland conclude che il padre "durante l'adolescenza... era un giovane piuttosto disturbato."

Si consideri l'opinione del dottor Schreber riguardante il "cattivo carattere, l'atteggiamento mentale scontroso o imbronciato" dei bambini in età fra i due e gli otto anni:

Una volta che il cielo si sia coperto di nubi, la nube è più difficile da rompere. Una parola dura al momento giusto, un lampo minaccioso da lontano, che colpisce se necessario, schiarisce di nuovo il cielo molto in fretta. È molto importante e costituisce la base della disposizione verso la vita il fatto che il bambino consideri come qualcosa di proibito ogni accenno di cattivo umore senza motivo, ogni atteggiamento scontroso ed imbronciato... Viceversa se si dà libero sfogo a questo stato mentale e si aspetta passivamente che cessi di infuriare, la sua forza cresce, finché diventa invincibile. Ma tutti noi sappiamo che genere di demonio dannoso per la vita sia il carattere originariamente innocuo nelle sue fasi di sviluppo che progrediscono furtivamente (1858, p. 130).

A proposito delle "sensazioni depressive" dei ragazzi aventi un'età compresa fra gli otto e i sedici anni:

Dovremmo applicare qui la regola generale: tutte le sensazioni ignobili e immorali, come altre sensazioni depressive (in particolare la tristezza immotivata e la rabbia, l'acrimonia e la gravità), devono essere soffocate subito quando sono ancora in germe con un'immediata diversione o una diretta soppressione... Dobbiamo prestare un'attenzione speciale al carattere sgarbato o irritabile di alcuni bambini, che si manifesta come il risultato non solo di una sensazione fisica temporaneamente disturbata ma come un veleno che si infiltra nell'anima. Questo richiede all'inizio un tipo di trattamento più gentile, come tenere tutto il cibo lontano dal bambino... Più pericolose e fortunatamente più rare sono la rabbia e la tristezza, silenziose, mordaci e tenaci... Bisogna estrarre il marcio, fornendo un intenso aiuto, altrimenti esso continua la sua azione divoratrice e le radici diventano così forti che questo processo continuerà indefinitamente. È importante che nessuna traccia di ciò rimanga in profondità perché tutte le erbacce dell'anima, anche le più profondamente quiescenti, prima o poi nella vita diventeranno pericolose, se riceveranno nuovo nutrimento per infestare in ogni direzione. I manicomi per alienati ne fornirebbero molte prove se si potessero seguire le storie individuali delle sofferenze di quegli infelici fino alle ultime tracce della loro origine (ibid., p. 241).

Ritengo probabile che il padre temesse il "marcio" nella sua stessa anima. Forse le "erbacce profondamente quiescenti" avevano una volta minacciato la sua opinione di sé come individuo sano di mente. Egli non poteva, suppongo, ammettere di averle mai temute o di temerle, perché ammettere la paura voleva dire ammettere la possibilità che la Cosa fosse in lui stesso, ed era proprio ciò che lui temeva. Egli ritira la sua consapevolezza dal suo "veleno che si infiltra" e perciò arriva a credere che "nessuna traccia di ciò rimanga in profondità" in lui stesso. E nega di ritirare così la sua consapevolezza.

Il suo slancio verso alti ideali morali può essere ritenuto il modo suo proprio di negare o di evitare la minaccia delle sue "sensazioni depressive"; così facendo egli mette in atto, secondo il linguaggio di Melanie Klein e Donald Winnicott, due psicoanalisti inglesi, una "difesa maniacale" (vedi Winnicott, 1958, pp. 129-44).

Ciò che egli teme gli ricompare sotto la forma di una possibile minaccia alla salute degli adolescenti, non alla sua. Deve distruggere la Cosa contenuta in essi mediante un'"immediata diversione o una diretta soppressione" della loro coscienza oppure facendoli morire di fame, "tipo di trattamento più gentile." Poiché egli può essere stato soggetto, durante l'adolescenza, alla abitudine di rimuginare, è logico che siano gli adolescenti quelli la cui salute mentale ritiene ne sia analogamente affetta.

Misteriosamente, in questo senso ottenne con i figli proprio ciò che desiderava evitare. Uno dei resoconti dell'ospedale sul figlio (Baumeyer, 1956) dice che egli soffriva di "profonde depressioni emotive" e che era "molto di malumore"; parlava spesso di suicidio e alcune volte lo tentò. Inoltre un altro figlio, il maggiore, si uccise. Non sappiamo come il padre sviluppasse nei figli proprio ciò che temeva, ma lo possiamo immaginare. Forse i suoi figli lo vedevano depresso o in lotta contro la depressione, e imitavano il suo stato mentale o vi si identificavano.

Forse, il padre divenne effettivamente pazzo. Alfons Ritter, che scrisse una dissertazione sul padre, dice:

Verso la fine del 1850 [avrebbe dovuto avere circa cinquantanni] Schreber ebbe un incidente grave e increscioso - una pesante scala di ferro gli cadde sulla testa in palestra - che gli lasciò dei mal di testa cronici [non fu possibile ottenere una diagnosi medica esatta], che spesso lo costringevano a casa per mezza giornata. Egli... visse con la paura costante della pazzia... la questione se le sue sofferenze furono causate dalla caduta della scala o da un forte collasso nervoso... fu il soggetto di una discussione a quell'epoca (1936, p. 14).

I matematici definiscono "ereditaria" una proprietà di una data serie, se appartiene ad ogni elemento della serie e anche ogni elemento successivo la possiede. (Ogni proprietà ereditaria posseduta dallo zero deve appartenere a tutti i numeri finiti; ogni proprietà ereditaria posseduta da Adamo deve appartenere a tutti gli uomini. L'uso che i matematici fanno del termine "ereditario" è logicamente più fondato dell'uso fattone dai biologi.) Pensieri o stati mentali "cattivi" possono essere ereditari, in questo senso, in certe stirpi familiari, almeno in periodi di tempo limitati. Se i genitori perseguitano ciò che ritengono essere dei "cattivi" pensieri o dei "cattivi" stati mentali nei figli, poiché i loro genitori perseguitarono la stessa "cattiveria" in loro durante l'infanzia, e se i loro figli, una volta divenuti adulti, faranno lo stesso con i loro bambini, quella "cattiveria" può essere considerata come ereditaria in quella discendenza familiare. La "cattiveria," come i cattivi geni, ha un'esistenza transindividuale, essendo trasmessa, spesso inconsapevolmente, dai genitori ai figli.

Ciò che è chiamato paranoia o ciò che potrebbe essere chiamato paranoidogenicità (la condizione di indurre o causare la paranoia in altri) può essere "ereditato," non attraverso i geni, ma attraverso l'insegnamento, di ogni generazione alla successiva, a temere certe possibilità della mente. Lo studio dei mezzi di trasmissione dei pensieri e degli stati mentali "cattivi," di come le linee di trasmissione spontaneamente comincino o abbiano fine e come possano deliberatamente essere interrotte da interventi esterni è appena cominciato.

Siamo tutti vittime o beneficiari, secondo i diversi punti di vista, dei programmi stesi da esseri umani vissuti molto prima di noi. Ottenere dei cambiamenti nel sistema complessivo di premesse che regolano la sua esperienza e quella del suo gruppo sociale può essere altrettanto difficile per un dato individuo quanto alterare la grammatica della sua lingua natale.

Note

1 Gli individui considerati ossessivi cercano di raggiungere lo stesso scopo organizzando "in modo corretto" degli eventi verificantisi nel mondo materiale. Un individuo che è o ossessivo o paranoidogenico può essere entrambe le cose, benché non necessariamente.

Capitolo decimo
Paranoia e persecuzione

Dobbiamo ricordarci che ogni sintomo "psichico" è un velato grido d'angoscia. Contro cosa? Contro l'oppressione, o ciò che il paziente vive come oppressione. Gli oppressi parlano in un milione di lingue... Fanno uso di tutti i linguaggi ben sperimentati di malattia e di sofferenza e costantemente aggiungono lingue create apposta per occasioni speciali. Hanno bisogno di questi espedienti linguistici meravigliosamente complicati, poiché a ogni singolo colpo devono rivelarsi e nascondersi.

Cosa dire dello psichiatra o degli altri che desiderano aiutare un tale individuo? Devono forse ampliare il dissenso e aiutare gli oppressi a gridarlo ben forte? Oppure devono strozzare quel grido e opprimere di nuovo lo schiavo fuggitivo? Questo è il dilemma morale del terapeuta psichiatrico.

Thomas Szasz (1968)

Molti si sentono perseguitati, ma nessuno si sente paranoico. La paranoia non è un'esperienza; è un'attribuzione che una persona fa sul conto di un'altra. È il giudizio che il senso di persecuzione di questa persona non si riferisce ad alcunché di reale. Colui che si sente perseguitato ritiene che ciò da cui si sente perseguitato sia reale. Certamente chiunque può dire di se stesso "Sono paranoico," ma così facendo adotta una posizione che è di altri in relazione alla sua propria esperienza. Diventa come se fosse sia un'altra persona che guarda e giudica la sua esperienza "oggettivamente," sia un oggetto guardato e giudicato.

L'opinione che il senso di persecuzione di qualcuno, magari anche il proprio, non sia fondato può essere errata. Penso che molte persone definite paranoiche dagli psichiatri siano perseguitate o lo siano state e lo sappiano, ma non riconoscono i loro persecutori reali o il modo in cui sono state perseguitate. Chiamarle paranoiche, il che presuppone che non siano realmente perseguitate ma soltanto lo immaginino, è falso e sviante.

Si consideri uno schema con due colonne e due file, che dia quattro possibilità:

Un tale non è perseguitato e

lo sa

(1)

non lo sa
Questo stato è considerato normale

(2)

Un tale crede di essere perseguitato

mentre in realtà non lo è.

Gli psichiatri ritengono che gli individui

che essi chiamano paranoici si trovino in questo stato.

Un tale è perseguitato e

(3)

È una vittima consapevole

(4)

Questo stato non ha nome

Il primo caso è "normale." Il secondo è attribuito dagli psichiatri a delle persone che essi chiamano paranoiche. E gli altri due, specialmente il quarto?

Non c'è un termine nell'uso psichiatrico, o nel linguaggio corrente, per colui che "è perseguitato senza saperlo." Dal momento che questa condizione non ha nome, uno può soffrirne senza rischiare di venire etichettato. Credo che questa sia la condizione prevalente. Ritengo che molti dei fratelli "sani" di individui considerati paranoici o schizofrenici sopportino questa condizione.

(Si noti: quando dico "è perseguitato" intendo anche è stato perseguitato. Alcuni soggetti, perseguitati dai genitori nell'infanzia, sono da loro perseguitati anche da adulti. Certuni involontariamente ritengono che altri li perseguitino, o inducano altri a perseguitarli, spesso in modo notevolmente simile alle loro esperienze infantili. E molti, come Schreber, sono perseguitati dai ricordi della persecuzione subita in passato.)

Ciò che è clinicamente definito come paranoia è spesso la parziale presa di coscienza - appannata, come attraverso un vetro - che si è stati o si è perseguitati. Uno può non essersene mai accorto prima. I pensieri "paranoici" possono essere immagini di eventi che in origine, giorni o decenni prima, furono visti, uditi, toccati, annusati o assaggiati.

William James, filosofo e psicologo americano, era solito dire che bisognava porsi questa domanda a proposito di ogni teoria: che differenza pratica farebbe il supporre che fosse vera? Molti psicoanalisti e alcuni psichiatri pensano che alcuni individui diventino schizofrenici o paranoici come risultato di un indebolimento della rimozione. Ma rimozione di cosa? Di un amore omosessuale, dei ricordi di essere stati perseguitati da altre persone, di entrambe le cose, di nessuna delle due cose, di qualcos'altro? Fa differenza quello che uno crede. Molti terapeuti esplicitamente tendono col trattamento a un aumento o a un ripristino della rimozione, non a un suo indebolimento. Se la mia teoria è giusta, ripristinare la rimozione potrebbe voler dire spostare i soggetti dalla categoria di coloro che sono perseguitati e lo sanno, a quella di coloro che sono perseguitati senza saperlo. Mi chiedo se i terapeuti vorrebbero aumentare la rimozione dei pazienti se pensassero che questo è il tipo di rimozione di cui si tratta.

Alcune persone non sanno identificare i loro persecutori o i metodi di persecuzione, perché i loro persecutori non gliel'hanno permesso. I persecutori possono persuadere o forzare le loro vittime a considerare la loro persecuzione come amore, specialmente se i persecutori sono i genitori, i fratelli, i coniugi o i figli delle vittime. I persecutori possono mentire più facilmente se essi stessi credono alle loro menzogne. Se considerano anche la loro persuasione o la loro costrizione come amore, possono cercare di convincerne anche le loro vittime.

Per aumentare la propria paranoidogenicità, cioè la propria capacità di indurre la paranoia in altri, sono particolarmente utili alcune regole: si consideri la propria persecuzione come amore. Se le proprie vittime considerano la propria persecuzione come tale, si consideri la loro opinione come prova del loro bisogno del nostro amore. Si consideri la resistenza delle nostre vittime alla nostra persecuzione come un'espressione della Cosa, come l'eresia, la malattia mentale (per esempio la paranoia) o, per dirla con il dottor Schreber, come l'ostinatezza o la caparbietà. Di fronte alla resistenza, si sostenga la propria persecuzione (o "amore") con maggior zelo. Eccovi uno schema più semplice di quanto mai lo sia la vita familiare in vivo:

Il genitore perseguita il bambino.

Il genitore vede la propria persecuzione come amore.

Il bambino vede la persecuzione del genitore come persecuzione.

Il bambino può capire o no che il genitore intende la propria persecuzione del bambino come amore; di solito però non lo capisce.

Il genitore vuole che il bambino ami, onori e obbedisca il genitore per il bene del bambino. Se il bambino non lo fa, il genitore deve forzare il bambino a farlo, per il bene del bambino.

Quanto più il bambino vede la persecuzione del genitore come persecuzione, tanto più il genitore perseguita il bambino e vede la propria persecuzione come amore.

Il bambino cerca di nascondere il fatto che egli vede la persecuzione del genitore come persecuzione e di nascondere il fatto di nascondere qualcosa. Il genitore dice al bambino: "La disonestà è un male. Perciò ti punisco per il tuo bene se mentisci."

(Una variante può essere: "Tu non puoi nascondermi i tuoi sentimenti." Sto distinguendo: "Non dovresti nascondermi i tuoi sentimenti" da "Non puoi nascondermi i tuoi sentimenti." La prima affermazione è un ordine, la seconda è un'attribuzione che maschera un ordine. La seconda è come l'induzione di un ipnotizzatore ed è una tecnica di controllo più efficace, probabilmente perché il comando è nascosto. Per una più ampia dissertazione su questo punto si vedano Laing 1971, pp. 78-81 e Haley, 1963, pp. 20-40.)

Il bambino si accorge che il genitore lo perseguiterà soprattutto se il genitore vedrà che il bambino vede la persecuzione del genitore come persecuzione e lo nasconde e nasconde che c'è qualcosa che nasconde.

Il bambino nasconde a se stesso che vede il genitore perseguitarlo e nasconde a se stesso che c'è qualcosa che nasconde.

Se questo schema, o uno simile, riassumesse una parte di ciò che si è verificato fra alcuni "paranoici," quando erano bambini, e i loro geni lori, chiarirebbero perché essi diffidano così degli altri. Questo spiegherebbe anche la scoperta di Robert Knight (1940) che l'attribuire desideri omosessuali a un paziente "paranoico," "non solo non aiuta il paziente ma spesso lo rende più paranoico che mai" (citato da Macalpine e Hunter, 1955, p. 23).

Dal mio studio delle idee di Schreber padre deduco che fra il padre e il figlio esisteva questo tipo di situazione o una simile.

Nessuna teoria può essere sottoposta a tutte le prove rilevanti possibili. Di una teoria è meglio non chiedersi se è giusta, ma quali probabilità ha, alla luce delle prove disponibili, e che potere chiarificatore può esplicare per sostenerne la validità. I filosofi della scienza hanno ripetutamente mostrato come ci si possa costruire più di una teoria servendosi degli stessi dati. Dovendo scegliere tra due opposte teorie, dovremmo chiederci: "Quale si adatta meglio ai fatti?" La mia teoria sul senso di persecuzione di Schreber e quella di Freud non si escludono l'un l'altra. Credo però che la mia teoria si serva di un numero maggiore di fatti disponibili di quanto non faccia quella di Freud.

Gli scritti del padre e del figlio mostrano che ciò che il padre considerava come amore, il figlio lo vedeva come persecuzione. Si noti l'opposto valore che ognuno attribuisce ai "raggi." Ho già citato in un altro contesto il seguente brano del padre:

Una volta che la mente infantile sia completamente penetrata dall'amore, dal rispetto e da tutti i caldi raggi che sgorgano fuori da loro, la volontà del bambino è governata sempre più da questa prospettiva ed è condotta gentilmente verso mete pure e nobili (1858, p. 235).

Il figlio dice:

Di per sé deve essere considerata contraria all'Ordine del Mondo una situazione in cui i raggi servono soprattutto ad infliggere delle pene al corpo di un singolo essere umano o a giocargli degli scherzi con gli oggetti con cui è occupato: tali innocui miracoli sono divenuti particolarmente frequenti ultimamente (Denkwürdigkeiten, pp. 148-49).

Naturalmente mi riferisco solo al mio caso personale, cioè a un caso in cui Dio entrava continuamente in contatto, mediante i raggi, con un singolo essere umano, contatto che non poteva più essere interrotto e che perciò era contrario all'Ordine del Mondo (ibid., p. 185).

Di nuovo, il padre e il figlio usano la stessa parola, Strahlen, tradotta qui con "raggi."

Schreber si sente tormentato dall'attrazione di Dio verso di sé e vorrebbe che Dio si ritirasse da lui, un desiderio perfettamente comprensibile alla luce del comportamento del padre verso di lui quando era bambino. Egli non è attratto da Dio, come pensava Freud; egli è attraente e vorrebbe non esserlo. Non è "Io lo amo" che lo disturba, bensì "Egli mi ama." Baumeyer (1956), riportando le relazioni dell'ospedale dove era stato internato Schreber, dice che quest'ultimo "dichiarava spesso di dover opporre una forte resistenza contro l’amore omosessuale di alcuni individui' " (p. 63). Il seguente brano del padre mostra come un abile persecutore controllasse le sue vittime nel nome della verità, della generosità e del coraggio, e illustra gli ultimi passaggi del mio schema.

... Se non si assicura l'attaccamento alla verità nel cuore del bambino, imprimendo un sacro terrore per ogni accenno di menzogna, come ci si può stupire che più avanti nella vita, quando migliaia di tentazioni di mentire continuamente richiedono tutto l'impegno per resistere, il dominio della menzogna diffonda la propria autorità, essendo già stato preparato in gioventù... Il fanciullo dovrebbe essere permeato dalla sensazione dell'impossibilità di tenervi nascosto qualcosa del suo cuore, intenzionalmente e permanentemente. Senza questa incondizionata apertura dell'anima, ogni educazione sarà priva di solide fondamenta. Ma, per raggiungere questo risultato, deve essere soddisfatta un'ulteriore condizione. Bisogna venire in aiuto del bambino così che egli possa procurarsi e mantenere il coraggio spesso necessario per attenersi strettamente alla verità; questo significa che nel caso di una confessione di colpevolezza offerta spontaneamente, aperta e completa, la colpa deve essere giudicata e punita in modo chiaramente più mite, tenendo conto della sincerità, mentre nel caso opposto, se la colpa è punita una volta, la bugia ad essa connessa è punita dieci volte (1858, pp. 144-45)

Il Grande Fratello si incarnò molto prima che Orwell scrivesse 1984.

Molti psichiatri e psicoanalisti hanno detto che i soggetti definiti schizofrenici soffrono di un'incapacità a distinguere l'"Io" dal "non-Io" e sono privi dei "confini dell'Ego." Ritengo che ad alcuni di costoro sia stato insegnato dalle loro famiglie che non devono o non possono vivere con un "Io," come il padre di Schreber ha evidentemente insegnato a suo figlio. Si noti che il dottor Schreber non dice che i bambini non dovrebbero tenere qualcosa nascosto ai genitori; dice che dovrebbero essere "permeati dalla sensazione dell'impossibilità" di farlo, cioè devono sentire di non potere.

Benché su questo punto diverga dalle principali teorie sulla paranoia, la mia posizione trova delle risonanze in altri autori. O.H. Mowrer (1953), psicologo americano, scrisse:

Sembrerebbe più naturale e certamente più semplice interpretare i deliri paranoici come proiezioni di una coscienza dissociata, piuttosto che come proiezioni di un'omosessualità rimossa (pp. 88-89).

Dovrei quindi sostituire "i ricordi o le percezioni di persecuzione" alla "coscienza."

W. Ronald D. Fairbairn (1956), psicoanalista scozzese, che espresse la sua analisi di Schreber figlio nel linguaggio delle relazioni oggettuali, implica che Schreber può avere avuto un " Super-io sadico," composto di numerosi "oggetti cattivi" "interiorizzati" che, quando Schreber impazzi, "si disintegrarono" in quegli "oggetti parziali" "con la conseguente liberazione di una moltitudine di persecutori interni, " che egli " proiettò per difendersi nel mondo esterno" (p. 119). Avrei preferito parlare di ricordi di persecuzione reale da parte di altri o di trasformati di questi ricordi piuttosto che di "oggetti parziali."

Sono d'accordo con Harold Searles (1958), psicoanalista americano, quando scrive:

Il delirio così frequente nel paziente schizofrenico di essere magicamente "influenzato" da forze esterne [radar, elettricità o qualsiasi altra cosa] trae in parte origine dal fatto che egli reagisce ai processi inconsci della gente intorno a lui, gente che, essendo inconsapevole di questi processi, non potrà aiutarlo a rendersi conto che 1'"influenza" deriva da una forza interpersonale, non di origine magica (p. 192).

Ritengo che molte delle azioni che il dottor Schreber compiva verso i bambini fossero una forma di persecuzione, e oggi lo riterrebbero in molti. Ma egli non lo capi né, per quanto ne sappiamo, lo capirono i suoi contemporanei o molti che vissero dopo di lui. Pensava che fosse l'amore a motivare la sua condotta verso i bambini. Dice ai genitori:

Ogni vostro comportamento verso il bambino, ogni vostra influenza su di lui devono essere fondati sull'amore, cioè sull'amore vero, puro e sensibile. Non è amore se fate questo o quello per il bambino, se intraprendete questo o quello con il bambino, e un'osservazione più attenta rivela che questo ha origine esclusivamente dal vostro amore per voi stessi, dal vostro capriccio, dalla vostra vanità o dalla vostra tendenza ad intrattenervi e a divertirvi per mezzo del bambino o da altre intenzioni subordinate (1858, p. 131).

Il dottor L.M. Politzer (1862), suo collega di professione, dice del dottor Schreber, in un necrologio, che egli ebbe "un cuore pieno dell'amore più devoto, pronto a vivere e morire per il suo dovere" (p. 2). Politzer riecheggia probabilmente l'opinione che il dottor Schreber aveva di se stesso. Alfons Ritter (1936) descrive il dottor Schreber come "mosso dall'etica filantropica di un grande essere umano" e da un "amore per gli altri" (p. 17); afferma che il dottor Schreber era "pieno di amore" (p. 23). Parlando della casa del dottor Schreber, Ritter scrive: "I bambini non avevano mai la sensazione di essere continuamente rimbrottati. Tutto si svolgeva in un'atmosfera di libertà e perciò di fiducia indiscussa" (p. 14).

Se il dottor Schreber ed altri considerano come amore ciò che il figlio considerava come persecuzione, si pone un'altra domanda: siamo proprio sicuri che ciò che consideriamo amore o persecuzione sia amore o persecuzione? I concetti di amore e di persecuzione sono indeterminati. La decisione di considerare certe forme di comportamento come manifestazioni di amore o di persecuzione non è un tipo di decisione che si possa prendere, mi sembra, con l'aiuto dei metodi della scienza attuale. La decisione è soggettiva e largamente influenzata da ciò che potremmo chiamare la sensibilità personale, che a sua volta è il frutto della precedente programmazione di ognuno. Un uomo lega un bambino a un letto: è persecuzione o amore?

Ciò che vediamo verificarsi con una data persona o con un dato rapporto fra persone non dipende solo da ciò che si verifica ma dal modo in cui percepiamo e interpretiamo un dato evento. Ci sono pochi criteri validi, se pure ve n'è alcuno, per decidere quale parere sia più "corretto" in una situazione sociale, quando le varie opinioni individuali sono diverse.

Ho avanzato l'idea che l'individuo considerato paranoico possa non immaginare di essere perseguitato; forse egli è stato o è in realtà perseguitato da altri. Questa ipotesi richiede una revisione: egli vive come persecuzione ciò che egli stesso aveva precedentemente vissuto in modo diverso e che altri, compresi i persecutori e le altre vittime, per esempio i fratelli e i medici, spesso non vivono come persecuzione. Costoro possono considerare il suo senso di persecuzione come ingiustificato. Egli può inoltre vivere questa invalidazione dei suoi sentimenti come una forma di persecuzione essa stessa.

Ciò potrebbe complicare una ricerca che avesse come scopo quello di verificare la validità delle mie ipotesi; ciò che un dato ricercatore vede verificarsi in una data situazione interpersonale dipende in parte dalla sua abilità di vedere cosa si verifica, cioè da ciò che si potrebbe definire vagamente come la sua capacità percettiva.

L'individuo considerato malato può vedere ciò che si verifica attorno a lui diversamente da come lo vedono tutti gli altri. Il fatto che gli altri non siano disposti a riconoscere che la sua visione potrebbe essere valida può essere un elemento necessario, benché non sufficiente, a scatenare la sua cosiddetta paranoia. Se diciamo che egli è l'unico uomo che vede nel paese dei ciechi - per quanto vaga e indistinta possa essere la sua visione - mentre gli altri dicono che è pazzo, chi ha "ragione"? Essi dicono che egli è meno cosciente di loro della "realtà"; quella è la sua "malattia", essi dicono. Dostoevskij disse una volta: "Vi giuro, signori, che l’essere troppo coscienti è una malattia, una vera e totale malattia."

Martti Siirala, psichiatra finlandese, sostiene che molti dei cosiddetti sintomi della schizofrenia potrebbero essere causati da una predisposizione ereditaria, non del paziente, ma di coloro che lo circondano, a combattere le strane tendenze da lui manifestate che disturbano la loro concezione della realtà (1961, p. 73). Se Siirala avesse ragione, gli studiosi di genetica dovrebbero rivedere le loro premesse su ciò che si verifica nelle famiglie di schizofrenici. Le concezioni di Siirala sono solo delle ipotesi e sarebbero difficili da dimostrare. Ne faccio menzione solo per mettere in luce l'inesattezza di alcune assunzioni troppo rigide e facili.

Paranoia (para, accanto, al di là + nous mente) significa letteralmente lo stato di essere accanto alla nostra mente o fuori da essa. Quando ero bambino, mi capitò di arrovellarmi intorno alla espressione "uscito di mente." Mi chiedevo infatti dove fosse colui che era uscito dalla sua mente e dove fosse quella mente che si trovava fuori di lui. Il significato letterale della frase è assurdo. Si può diventare coscienti di parti della propria mente di cui non siamo mai stati coscienti prima, e viceversa perdere la coscienza di parti di cui si è stati coscienti. Ma non si può mai divenire coscienti di eventi che non siano situati nella nostra mente. Si possono provare delle percezioni perché e solo perché gli eventi verificantisi fuori di noi danno origine a eventi nella nostra mente. Perfino le esperienze "esterne al corpo," in cui si vede il proprio corpo da una posizione vantaggiosa apparentemente esterna ad esso, devono corrispondere a eventi nella mente di chi le prova.1

Nel linguaggio corrente, dire che qualcuno è "uscito di mente" significa che egli è "fuori" o inconsapevole di quegli elementi della sua mente che si adattano a certe opinioni predominanti di razionalità, ed è preoccupato da quegli elementi che non si adattano. Essere razionale significa percepire la realtà e trarre corrette illazioni da essa. La nostra cultura definisce la "realtà" diversamente da altre e, anche all'interno della nostra cultura, gli schemi ufficiali di definizione sono cambiati drasticamente. Alcuni "eretici" di epoche precedenti (come Galileo) sono ora degli eroi. Altri individui, perseguitati durante la vita e in seguito fatti santi dalla Chiesa, ora sono considerati psicotici. Ai nostri giorni molti considererebbero valido il senso di persecuzione di Schreber, se collegato alla sua infanzia. Ma è impossibile che molti, se mai qualcuno ci fu, lo avessero ritenuto tale quando era in vita. Pensare che egli fosse nel giusto quando diceva di essere perseguitato (senza sapere da chi o come) voleva dire supporre che egli fosse parzialmente "nella" propria mente. L'etichetta di "paranoia" sarebbe, in questo senso, una definizione parzialmente inappropriata. È ironico che un individuo possa essere considerato dai suoi contemporanei "uscito di mente" o malato proprio per il fatto di emergere da qualcosa che tre generazioni dopo sarebbe stato considerato come uno stato di profonda ignoranza in cui si trovavano ancora immersi coloro che gli stavano intorno.

Gran parte della discussione sulla paranoia, così come gran parte della discussione sulla schizofrenia, è in realtà una discussione sulla definizione di questo termine. Forse, non dovrebbe essere usato del tutto. Se il suo significato fosse preso alla lettera, potrebbe applicarsi validamente ad alcuni individui che vivono accanto a coloro ai quali è applicato attualmente.

Note

1 Qui la questione è tautologica. Il termine "mente," come è generalmente usato ai nostri giorni, è semplicemente il nome di un fascio, una raccolta, una classe di eventi che si presuppone siano "mentali." Un fatto mentale si verifica "nella mente" nello stesso modo in cui un gatto rientra "nella" classe di tutti i gatti. Dalla definizione di mente segue perciò necessariamente che un evento che non sia ritenuto mentale non si verifica nella mente.

Capitolo undicesimo
Il contesto, il "background" e l'eredità

1. Il contesto

Il dottor Politzer, parlando di Schreber padre, dice: "Ogni epoca produce il suo uomo che ne esprime lo spirito, come se col potere della Provvidenza... la generazione del nostro secolo richiedesse e creasse un uomo come Schreber" (1862, p. 2).

Quasi chiunque abbia studiato famiglie di persone etichettate come paranoiche o schizofreniche è d'accordo sul fatto che l'irrazionalità dello schizofrenico trova la propria razionalità nel contesto sociale della sua famiglia originaria. In che contesto questo contesto familiare trova la propria razionalità? Qual è la rete di relazioni sociali che circonda la famiglia di uno schizofrenico e quali ne sono le proprietà? (Vedi Speck 1966 e Speck e Attneave 1970.) A cosa si riferiscono gli schemi di pensiero, di parola e di azione dei genitori di un figlio pazzo? Sarebbe saggio, ritengo, confessare che non lo sappiamo.

Un uomo noto come grande studioso di pedagogia - Freud disse che le attività del dottor Schreber "esercitarono una durevole influenza sui suoi contemporanei" - ha due figli. Uno si suicida e l'altro impazzisce. In che contesto sociale il sistema educativo del dottor Schreber può trovare la sua razionalità? Perché il suo sistema veniva tanto stimato?

Schreber figlio trasformò il suo ricordo del padre in Dio. Si ricordi che anche la sorella Anna aveva collegato il suo ricordo della presenza di Dio in casa Schreber col padre; perciò teneva il passo con le opinioni di altri su suo padre. Politzer, che ne scrisse un elogio che fu pubblicato un anno dopo la sua morte in una rivista medica tedesca, dice che "la nostra devozione per lui deve essere imperitura" e lo paragona a un "emissario della Provvidenza."

Freud, che scrisse cinquant'anni dopo la morte del padre, afferma che quest'ultimo "non era stato un uomo insignificante" (1911, p. 394). "Un tale padre non era certamente inidoneo, nel tenero ricordo del figlio..., a diventare oggetto di trasfigurazione divina" (ibid., p. 395). Freud riflette certamente l'opinione corrente sul dottor Schreber.

Il figlio era stato allevato ed aveva continuato a vivere in un ambiente sociale in cui altri collegavano suo padre a Dio. Le opinioni di un ampio gruppo di persone possono avere influenzalo l'operazione con cui egli sostituì Dio al padre. Ma perché stimavano così altamente il padre?

Politzer esaltò il dottor Schreber come "osservatore," "psicologo pratico con la più ampia conoscenza della fisiologia" e "medico, insegnante, dietologo, antropologo, esperto di ginnastica e terapeuta del fisico." Politzer, dopo aver descritto ciò che egli considerava come la "degenerata decadenza" spirituale e fisica dell'" epoca," dichiarò: "Un uomo adatto doveva essere creato per una tale epoca, e tale uomo fu Schreber" (1862, p. 2): "ciò che la nazione tedesca e tutta l'umanità hanno perso con lui è stato proclamato a tutto il mondo con parole eloquenti, in giornali di tutte le tendenze" (ibid., p. 1).

Pensava che il dottor Schreber avesse avuto sulla sua epoca un "effetto duraturo, fruttuoso e formativo." I libri del dottor Schreber, scrisse, "che furono riprodotti in diverse edizioni e tradotti in quasi tutte le lingue in un breve periodo di tempo, sono la testimonianza più lampante che le sue dottrine e i suoi metodi sono stati adottati dalla maggioranza..." (p. 5). La Ginnastica medica da camera del dottor Schreber vendette quasi quaranta edizioni e fu tradotta in sette lingue. Il suo comportamento si è perciò inserito in un contesto veramente enorme.

Il figlio dice: "Dio non comprese veramente l'essere umano vivente..." (Denkwürdigkeiten, p. 55, corsivo nell'originale). Ritiene che "le azioni [di Dio] sono state praticate contro di me per anni con un'estrema crudeltà e noncuranza, come solo una fiera tratta la sua preda" (ibid., p. 359).

Se egli avesse sostituito Dio col padre, avrebbe detto la semplice verità sulle sue esperienze infantili. Ma se egli avesse detto la verità, non avrebbe trovato nessuno, mentre era ancora in vita e per molti anni dopo la sua morte, che lo avrebbe creduto.

Molti studi sono stati dedicati alla comprensione di Schreber, ma fino a poco fa tutti quanti trascurarono di usare come dati gli scritti del padre. Perché? Perché coloro che scrissero su Schreber dopo Freud ignorarono la negligenza di Freud riguardo ai libri del padre?

Il padre di Schreber era una figura chiave nella cospirazione di certi genitori tedeschi contro i loro bambini. I cospiratori non si consideravano come tali. Forse trattavano i loro figli come i loro genitori li avevano trattati.

Edwin Lemert (1962), sociologo americano, che ha studiato le relazioni interpersonali che si svolgono attorno agli individui considerati paranoici, ha trovato che

l'idea generale che l'individuo paranoico si fabbrichi simbolicamente la cospirazione contro di sé è, a nostro giudizio, scorretta o incompleta. Né possiamo convenire che manchi di introspezione, come si afferma così di frequente. Al contrario, molti paranoici si rendono perfettamente conto di essere stati isolati ed esclusi da un'interazione concertata o di essere stati manipolati. Tuttavia non sanno giudicare precisamente o realisticamente le dimensioni e la forma della coalizione schierata contro di loro (p. 14).

Schreber nacque all'interno di una cospirazione organizzata contro di lui. Coloro che cercarono, mentre era ancora in vita e dopo la sua morte, di rendere comprensibile la sua esperienza, non riuscirono a vedere la congiura. Non riuscendo a vedere la congiura, la sostennero involontariamente. Abbiamo bisogno di sapere come rendere comprensibile questa loro lacuna.

2. Il "background"

Come arrivò il dottor Schreber padre a sostenere le sue opinioni? Che tipo di persone erano suo padre, sua madre e i loro genitori? Chi furono i suoi insegnanti? Vorremmo sapere più di quanto possiamo scoprire. Non siamo neppure sicuri di chi furono gli scrittori che lo influenzarono. Ritter dice di lui:

Sarebbe affascinante per il biografo di Schreber tracciare il suo sviluppo intellettuale nei minimi particolari. Ma a questo proposito tutte le fonti sono estremamente carenti, i suoi libri di studio sono persi, la lista dei suoi libri o di quelli presi a prestito non è mai stata reperibile e perfino... l'Università di Lipsia... non riuscì a fornire nessuna informazione sugli insegnamenti di Schreber. Siamo perciò interamente in balia delle nostre supposizioni (1936, p. 24).

Le opinioni del dottor Schreber riguardo all'educazione dei bambini e ad altri argomenti quali Dio, la storia e la nazione tedesca sono simili a quelle di Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), filosofo ed educatore tedesco. Fichte è considerato un filosofo precorritore del nazismo. Sia lui sia il dottor Schreber ritenevano che lo scopo fondamentale dell'educazione fosse il raggiungimento della vera religione. Non posso essere sicuro che il dottor Schreber conoscesse le sue idee o avesse letto i suoi libri; è probabile che lo abbia fatto dal momento che l'influenza di Fichte sul pensiero tedesco era forte negli anni in cui il dottor Schreber era stato educato. Il dottor Schreber aveva sei anni quando Fichte morì. Nella mia breve discussione su Fichte voglio chiarire come il dottor Schreber non fosse solo nelle sue opinioni, ma fosse al contrario, come affermò Ritter, un "figlio del suo tempo."

Fichte pensava che "il regno del cielo è una teocrazia... per la credenza cieca di tutti" e affermava:

Come si può concepire un tale sistema sulla terra e nel mondo attuale e sotto queste leggi? Quello è il problema (1813, p. 273).

L'uomo è soggetto alla volontà di Dio... senza l'obbedienza egli non è niente e in realtà non esiste del tutto. Ora questa è l'opinione del cristianesimo o della filosofia, che sono sinonimi in questa connessione. [!] Perciò l'educazione deve necessariamente possedere l'arte di portare tutti gli uomini senza eccezione infallibilmente a questa credenza... (ibid., p. 273).

Qui Fichte proietta sul "cielo" uno scenario terreno (che deriva dalla sua famiglia di origine? dal suo ambiente sociale? dalla sua chiesa?) e adotta quella -proiezione come un ideale che gli uomini devono seguire. La storia della filosofia politica occidentale abbonda di simili tentativi volti a giustificare il dispotismo: si predica un dispotismo "lassù" che è in realtà un modello di quelli di "quaggiù," e dal canto suo serve come modello che renda apparentemente legittimi quelli di quaggiù.

Nei suoi scritti sull'educazione Fichte sottolinea come vorrebbe migliorare la società. La prima cosa che il bambino deve imparare è la soggezione a qualcuno. I genitori devono usare la "costrizione" sui bambini cosicché i bambini siano "liberi solo all'interno dello spazio in cui cessa la costrizione e questa libertà va considerata come il risultato dell'azione dei genitori" (1798, p. 129). I bambini devono avere qualche libertà perché senza libera scelta essi non potrebbero divenire "morali," il che è un altro scopo di Fichte. Chiama "libertà" l'"obbedienza volontaria" del bambino:

Questa volontaria obbedienza consiste nel fatto che i bambini fanno volontariamente, senza costrizione e senza paura di costrizione, ciò che i genitori comandano e si astengono volontariamente da ciò che essi proibiscono, per il fatto stesso che essi l'hanno proibito o comandato. Infatti, se i bambini stessi sono convinti della bontà e dell'opportunità di ciò che è comandato e sono così convinti che la loro stessa inclinazione già li spingeva in quella direzione, allora questa non è obbedienza bensì introspezione.

Nel sistema di Fichte, come in quello del dottor Schreber, libertà significa obbedienza all'autorità e nient'altro; in entrambi i sistemi il bambino fa quello che i genitori vogliono che faccia, pensando però che sia ciò che egli stesso vuole. Fichte ritiene che l'opinione del bambino della "bontà" deve provenire dai genitori. Se il bambino pensa che provenga da se stesso (benché in realtà provenga da loro), Fichte chiama ciò "introspezione."

Fichte dice che "se nient'altro prova la bontà della natura umana, lo fa quest'obbedienza": la "fiducia infantile nella più alta saggezza e bontà dei genitori in generale," cioè non importa quanto stupidi o limitati possano essere i genitori. Collega l'obbedienza infantile" all'"amore o alla partecipazione della moglie." Fichte, come il dottor Schreber, paragona un padre a Dio:

Come un uomo colto si comporta secondo la legge morale in generale e secondo il suo esecutore, Dio, così il bambino si comporta secondo i comandi dei genitori. Nella religione cristiana Dio è rappresentato con l'immagine del Padre. Ciò è magnifico... Si pensi... alla nostra doverosa obbedienza verso di Lui e alla sottomissione infantile alla Sua volontà... Lo sviluppo di questa obbedienza è il solo mezzo con cui i genitori possono produrre direttamente una disposizione morale nel bambino... (ibid., p. 130).

In uno scritto successivo, I discorsi alla nazione tedesca, uno dei più importanti documenti del nazionalismo tedesco, propone una "educazione nazionale dei tedeschi, cosa affatto nuova e di cui non ci fu traccia presso nessun popolo mai" (1808, p. 44). "La nuova educazione consiste appunto nel distruggere completamente la libera volontà sul terreno che essa intraprende a coltivare..." (p. 45). Se vuoi influenzare un bambino, "devi fare assai di più che rivolgergli dei bei discorsi, devi foggiarlo e foggiarlo così che egli non possa volere altrimenti di come tu vuoi che voglia " (p. 46).

E chi ha influenzato Fichte? Egli riconosce, così come fanno anche altri educatori tedeschi dell'800, soprattutto l'influenza di Martin Lutero. Fichte dice che Lutero "è modello a tutte le generazioni future e ha compiuto per noi tutti una definitiva conquista" (p. 115). Lutero aveva conquistato la "libertà," scrive Fichte, per i "figli di Dio." Lutero aveva detto tre secoli prima:

Nulla è migliore che obbedire e servire a tutti quelli che sono nostri superiori. Per questa ragione la disobbedienza è peccato maggiore di qualsiasi altro: dell'omicidio, dell'impudicizia, del furto, della disonestà (citato da Sabine, 1937, p. 288).

Benché molti, forse i più, degli educatori tedeschi dell'epoca non avrebbero messo in discussione questi principi, alcuni avanzarono punti di vista diversi. Friedrich W.A. Froebel (1782-1852), che apri il primo Kindergarten dandogli il suo nome, nel 1826, scrisse che per mettere in evidenza il "divino" che è nei bambini bisogna lasciarli "indisturbati," si opponeva a "ogni forma di educazione e di istruzione attiva, dittatoriale, rigida e interferente mediante costrizione"; riteneva che l'educazione infantile dovesse essere "passiva," non "prescrittiva," per permettere ai bambini di spiegare i loro poteri. Ho l'impressione che solo una minoranza degli educatori abbia adottato il suo punto di vista.

Il dottor Schreber padre rispecchiava e incoraggiava il clima del suo tempo, ma egli era solo uno dei tanti; infatti la maggior parte degli studiosi di pedagogia suoi colleghi ne condividevano le premesse.

Idee simili a quelle di Fichte e del dottor Schreber erano largamente sostenute nel diciannovesimo secolo anche nei paesi di lingua inglese. Riporto due fantasiosi brani inglesi di letteratura per bambini dell'epoca vittoriana:

Non avete udito che castighi tremendi veramente

Saranno minacciati dal Signore Onnipotente,

A colui che rompe le leggi del padre

O inganna la parola della madre?

Quali gran colpe su di lui peseranno!

Come il suo nome sarà maledetto!

I corvi gli occhi gli strapperanno

E le aquile ne faranno lor banchetto.

(Isaac Watts, Divine and Moral Songs for Children, 1715)

Non può apparire manifestazione peggiore nel carattere di un bambino della disponibilità a parlare con leggerezza dell'autorità di un genitore. Dio onnipotente, che creò il cielo e la terra e può rendere buono tutto ciò che dice, guarda alla disobbedienza verso i genitori come a uno dei più gravi peccati che un bambino può commettere e pronuncia una maledizione terribile contro di lui.

(Anonimo, The Children's Friend, 1868)

Molti di coloro che in seguito trattarono o scrissero di Schreber figlio, senza collegare la sua "malattia di nervi" alle attività del padre, non riuscirono a far valere una più alta o più ampia razionalità con la quale misurare certi elementi presenti in quella dominante.1 Forse essi sono stati educati con gli stessi principi autoritari e patriarcali messi in pratica da Schreber padre. Quei principi impedivano di sfidarli, di volerli sfidare, di provare rancore per esserne governati e perfino di essere consapevoli di esserlo. Forse avere riconosciuto il senso di persecuzione di Schreber come valido, in un certo modo, avrebbe potuto voler dire per loro infrangere le regole che governavano la loro stessa mente. Al contrario, essi consideravano le sue proteste solo come sintomi di un processo patologico; così facendo, lo invalidavano. Forse anche in molte delle loro famiglie il Padre era Dio. Ma essi erano discreti a questo proposito, Schreber fu indiscreto.

I teorizzatori della mente umana, che vissero in questo clima e le cui opinioni hanno ancora influenza, ritenevano che ogni "desiderio" o "bisogno" di essere governati da un'autorità esterna derivasse dalle "tendenze" o dagli "istinti" individuali. Mi domando se le "tendenze" o gli "istinti" avrebbero assunto questa forma se gli adulti non avessero persuaso e forzato i bambini a credere che è bene avere tali desideri e tali bisogni ed è male non averli.

Spesso la filosofia, la religione e la letteratura hanno approvato la cieca sottomissione a un potere esterno come il massimo bene e condannato la disobbedienza come un male. Ciò può parzialmente spiegare perché molti, ai nostri giorni, pensano che la colpa associata a certe azioni spaventose sia minore se sono compiute per ordine di qualcun altro. Poiché la società occidentale attualmente ritiene che gran parte di ciò che considerava come malvagio sia una prova di malattia mentale (vedi Szasz, 1970, che elabora questo concetto), ciò può spiegare in parte perché alcuni genitori e alcuni insegnanti ritengano che ogni bambino disobbediente abbia bisogno di un trattamento psichiatrico.

3. L'eredità

La via per il rinnovo dell'essenza tedesca e della forza tedesca implica necessariamente il riconoscimento del sangue e della terra. Solo un'intima alleanza col suolo tedesco crea una fede eroica nel paese dei nostri padri, fede che non si preoccupa molto del beneficio personale quanto dell'interesse della Nazione: una fede politica ed una volontà assolutamente metafisiche.

È nostro dovere in questo presente momento — che si è risvegliato a nuova vita — ricordare con gratitudine colui che fu uno dei primi a chiedere questo ritorno alla terra dei nostri padri. Strade e giardini portano il suo nome, ma chi ne sa più di tanto su di lui? Questo breve saggio svela all'epoca presente la ricchezza che è nascosta sotto il nome di Schreber.

Alfons Ritter (1936, p. 3)

Il dottor Schreber voleva che il suo sistema pedagogico avesse degli effetti macrosociali durevoli. Dedicò la Kattipädie, da cui ho tratto molte citazioni, "alla salvezza delle generazioni future."

Spingeva i "governi" a "occuparsi direttamente" della formazione dei bambini "in un modo molto più serio di quanto non sia accaduto finora" (ibid., p. 25). Diede i seguenti titoli a tre dei suoi libri: La ginnastica da un punto di vista medico e come preoccupazione dello Stato (1843), Sull'educazione della nazione e l'aggiornamento del suo sviluppo mediante l'elevazione della professione di insegnante e l'unione di scuola e casa (1860) e L'amico della famiglia come pedagogo e guida [Fuhrer] alla felicità familiare, alla salute nazionale e alla coltivazione degli esseri umani: per i padri e le madri della nazione tedesca (186la). Diceva: "Accanto all'educazione della persona bisogna volgersi all'educazione del futuro cittadino" (1858, p. 165).

Nel 1843 si rivolse all'Assemblea della Dieta del regno di Sassonia per chiedere l'introduzione generale della ginnastica da parte dello stato. Diceva che in questa sua azione si considerava come l'"umile esponente di una voce generale," come il rappresentante di molte persone "che lo desideravano vivamente" (Ritter, 1936, pp. 18-19).

Voleva che lo stato garantisse, per la "conservazione delle menti limpide della gioventù," "la severità più completa nella attività scolastica e la severità nella disciplina"; era favorevole a "un rigore militare appena modificato" in tutte le scuole per mantenere "la nobile mente piena di interessi sempre in continuo movimento" (1860, p. 36).

Pensava che i governi dovessero dirigere i propri cittadini, come i genitori dovevano fare con i propri figli,

verso l'ideale della creazione, che è implicita nella natura umana; verso una totale concezione [Urbilde] dell'uomo programmato e desiderato da Dio...; verso una realizzazione ancora migliore del piano divino della creazione umana, come questo piano è rivelato sia dalla filosofia sia dallo spirito della storia universale, sia dallo spirito del cristianesimo... (ibid., p. 4).

Qui egli accampa l'autorità divina, filosofica e cristiana a conferma delle opinioni limitate ed etnocentriche sue e dei suoi colleghi sull'educazione, che desidera siano incoraggiate dai governi.

Dice che è responsabilità del medico, più che del politico o del filosofo, "ricercare le condizioni di natura su cui si basa la vita e il benessere dell'organismo umano (fisico e spirituale), sia dell'organismo individuale sia dell'organismo dello stato,..'" (p. 3). Il suo stato nazionale, come il Leviatan di Thomas Hobbes, è un "organismo" che deve essere governato da "leggi naturali." Il dottor Schreber, applicando allo stato un'analogia con la biologia (Mac Murray, 1957 e Laing e Esterson, 1964), cerca di annettere, mediante una sorta di imperialismo medico, la provincia della politica nazionale al dominio della medicina e al suo. Ritiene, falsamente, che la medicina possegga una conoscenza scientifica del benessere dello stato. Considerare lo stato o qualunque gruppo di persone come un'unità biologica non aggiunge niente alla nostra conoscenza né della biologia né della dinamica dei gruppi.

John Mac Murray (1957), filosofo inglese, potrebbe avere ragione quando afferma che "Finché il nostro concetto più adeguato è quello organico, la nostra pianificazione sociale può dare luogo soltanto a una società totalitaria" (p. 83).

Il dottor Schreber considerava coloro che non seguivano i suoi ideali morali come malati o come malattie. Riteneva che, se le "classi inferiori" non erano educate a "una vita più nobile in armonia con la ragione e la natura, mediante il potere morale," erano come dei "tumori nel corpo dello stato" (1860, p. 14). Considerava gli elementi "privi di vitalità," "marci" e "nocivi" dello stato come "malsani" e come "erbacce": essi non possono "trovare alcun nutrimento" dove il "cuore dello stato è sano."

L'idea che degli individui o gruppi di individui siano malattie non ha alcun senso, benché possa essere pericolosa, se è largamente sostenuta. Le opinioni del dottor Schreber sono precorritrici di quelle sostenute ottant'anni dopo dai nazisti, che uccisero molte persone per l'"igiene" e la "salute" della "razza."

Politzer, un contemporaneo del dottor Schreber, scrisse:

Le generazioni seguenti raccoglieranno ciò che egli ha seminato, persone a lui vicine per mente e spirito continueranno a lavorare il terreno da lui preparato e spianato (1862, p. 4).

Se ogni paese avesse molti uomini come Schreber, il genere umano non dovrebbe preoccuparsi del futuro (ibid., p. 7).

Si ricordi che Hitler e i suoi seguaci furono allevati quando i libri del dottor Schreber, che predicavano un totalitarismo familiare, erano molto popolari.

Non sono il solo ad intuire un possibile legame tra il dispotismo microsociale della famiglia Schreber e il dispotismo macrosociale della Germania nazista; Elias Canetti, romanziere e sociologo, fece questo collegamento nella sua discussione (1962) sulla paranoia e sul potere. Non menziona però il padre di Schreber, ma pensa al legame con il nazismo usando come unici dati le Denkwürdigkeiten. A proposito dell'opinione del figlio sul sistema di potere di Dio afferma: "Troveremo in Schreber un sistema politico che susciterà l'impressione di essere già noto e inquietante" (1962, p. 487). Secondo lui Schreber figlio ci dà un'immagine chiarissima di Dio: egli non è altro che un potente. Il suo regno ha province e partiti. Come s'è visto brevemente e chiaramente, "gli interessi di Dio" sono rivolti all'accrescimento del suo potere... Egli spazza via gli uomini molesti. Non si può negare che questo Dio stia come un ragno al centro della tela della sua politica (p. 488).

Di nuovo riferendosi alle "rivelazioni" del figlio, Canetti dice:

Non si potrà negare che il suo [di Schreber figlio] sistema politico sia assurto ad alti onori qualche decennio più tardi. In una forma alquanto più rozza, meno "colta," divenne il credo di un grande popolo, e... portò alla conquista del continente europeo e ad un filo dalla sovranità mondiale. Così le pretese di Schreber sono state involontariamente soddisfatte dai suoi ignari discepoli. Non ci si può aspettare che anche noi facciamo la stessa cosa. Tuttavia l'incontestabile ampia coincidenza fra i due sistemi deve servire quale giustificazione del molto spazio dedicato a un singolo caso di paranoia... (p. 490).

Ritter, scrivendo su Schreber padre nel 1936, vedeva in lui un precursore spirituale del nazismo. Ritter ammirava sia il dottor Schreber che Hitler.

Chiunque desideri comprendere la "struttura" del carattere tedesco nel periodo nazista, può trarre grande profitto dallo studio dei libri del dottor Schreber.

Ci sono molti brani del Mein Kampf di Hitler (1925-27) che sostengono opinioni simili a quelle di Schreber. Hitler, come il dottor Schreber, detesta ciò che chiama "debolezza," "codardia," "pigrizia," "mollezza" e "indolenza." Come il dottor Schreber, parla della "decadenza fisica e morale" del suo tempo (p. 45).

Hitler, come il dottor Schreber, richiede che ci si conformi a quelle parti della sua stessa mente che chiama "la Volontà divina" e la "Natura"; la Natura, per Hitler, è la "spietata Regina della Saggezza" (p. 124). Hitler condanna la società prenazista per avere commesso dei peccati "contro l'immagine di Dio" (p. 42). Hitler e il dottor Schreber spingono ad obbedire a ciò che essi devono sperimentare come poteri opprimenti. "Dio," il "Fato," la "Necessità" e la "Storia." Queste astrazioni indeterminate sono, in realtà, i nomi dei programmi che governano la loro mente. Hitler e il dottor Schreber, fingendo di derivare da essi l'autorità sugli altri, vi si sottomettono loro stessi. Il controllo che impongono sugli altri è il controllo che controlla loro stessi.

L'atteggiamento di Hitler verso le "masse" è simile ai sentimenti impliciti nel dottor Schreber verso i bambini, ma è molto più cinico:

La psicologia della massa non è adatta che alle mezze verità. Come la donna, la cui sensibilità non è determinata da argomenti di natura astratta, ma piuttosto da una indefinita e sentimentale nostalgia per una forza che la completi, e che quindi si piega tanto più volentieri davanti al forte... così anche la massa cede al padrone piuttosto che a colui che prega, e si trova interiormente più soddisfatta di una dottrina che non ne ammette altre vicino a sé, che non dell'accettazione di una libertà tollerante; di questa, essa non sa che farne, se ne sente per così dire abbandonata. La vergogna di quel terrore spirituale non arriva alla sua coscienza, e neppure la manomissione rivoltante della libertà umana, dacché essa non intuisce minimamente la intima stoltizia di quella dottrina. Così essa stessa coglie soltanto la brutalità delle sue affermazioni precise, a cui sempre si piega (vol. 1, p. 45).

Wilhelm Reich non discute, per quanto ne sappia, di Schreber figlio e non menziona mai il padre di Schreber, ma coglie perfettamente il segno. In Psicologia di massa del fascismo dice:

In primo luogo vi si riflette la posizione statale ed economica del padre nel suo rapporto patriarcale con il resto della famiglia. Lo stato autoritario è rappresentato in ogni famiglia dal padre che ne fa lo strumento più prezioso di potere dello stato stesso.

La posizione autoritaria del padre riflette il suo ruolo politico e rivela il rapporto della famiglia nei confronti dello stato autoritario. La stessa posizione che il superiore assume nei confronti del padre nel processo produttivo viene assunta da quest'ultimo all'interno della famiglia. Ed egli riproduce nei suoi figli, specialmente nei maschi, la propria sottomissione nei confronti dell'autorità. Da questo rapporto scaturisce l'atteggiamento passivo, sottomesso degli individui piccolo-borghesi nei confronti del Führer. Hitler, senza sospettarne la profondità, faceva leva sugli atteggiamenti delle masse piccolo-borghesi quando scriveva: "Il popolo, nella sua maggioranza, è eminentemente femmineo; i suoi pensieri e le sue azioni sono determinati non tanto da sobrie considerazioni, quanto da una sensibilità emotiva..." Non si tratta di una "inclinazione," ma di un tipico esempio di riproduzione di un sistema sociale autoritario nelle strutture dei suoi membri (1933, pp. 86-87).

Certamente. Il dispotismo ad ogni livello - stato, fabbrica, scuola, chiesa, famiglia, individuo - richiede dispotismo a tutti i livelli.

Più avanti Reich scrive:

Il fascismo tedesco era nato dall'irrigidimento e dalla mutilazione biologica della precedente generazione tedesca. Il militarismo tipicamente prussiano è la massima espressione di questo irrigidimento, nella disciplina meccanica, nella marcia da parata, ed esagera persino l'irrigidimento nel vero senso della parola con lo slogan "pancia in dentro, petto in fuori!"... Quindi è chiaro: La libertà sociale e l’autogoverno sono impensabili in uomini irrigiditi e meccanizzati (1933, pp. 404-5; corsivo dell'originale).

Alcuni soldati prussiani sono stati formati fin dall'infanzia dagli esercizi per l'obbedienza e per una posizione eretta ideati dal dottor Schreber.

Hitler parla dell'educazione dei bambini a una posizione eretta: "Nello Stato nazionale, l'esercito non insegnerà più a marciare e a star fermi..." (1927, p. 56). L'esercito non dovrà più farlo perché le famiglie e specialmente le scuole l'avranno già fatto prima.

Il prezzo richiesto da una precoce formazione dei soldati, che abbia inizio fin dalla prima infanzia, può essere questo: che alcuni neonati in seguito impazziranno. Una faccenda che può essere considerata buona o cattiva, a seconda della valutazione individuale.

Note

1 Molti enunciano fattori o cause di questo o di quel genere per spiegare ciò che è considerato come devianza, ma ritengono che nessuno di essi sia necessario per comprendere l'accettazione delle norme largamente sostenute.

Epilogo

Le società totalitarie, da Sparta alla Russia sovietica, hanno messo in pratica i principi di educazione infantile predicati dal dottor Schreber, in particolare per quanto riguarda l'enfasi posta sull'obbedienza e la disciplina. Il dottor Schreber avrebbe confermato molti dei loro atteggiamenti. Si consideri un manuale russo autoritario, Genitori e figli, preparato dall'Accademia di Scienze Pedagogiche e pubblicato nel 1961. Il suo scopo è "di aiutare i genitori ad educare correttamente i bambini cosicché essi possano crescere e diventare degni cittadini della nostra nazione socialista" (citato da Bronfenbrenner, 1970, pp. 9-10). In un capitolo sulla disciplina si dice che: "Il bambino deve soddisfare le richieste provenienti dai genitori: questa è la prima cosa da insegnare al bambino. Il bambino deve soddisfare le richieste di coloro che sono più anziani di lui" (ibid., p. 10).

L'obbedienza negli adolescenti e negli scolari più anziani è l'effettiva espressione del loro amore, della loro fiducia e del loro rispetto verso i genitori ed altri membri adulti della famiglia, un desiderio cosciente di riconoscere la loro esperienza e la loro saggezza. Questo aspetto è molto importante per la preparazione dei giovani alla vita in una società comunista (pp. 10-11).

Ma l'obbedienza non è sufficiente, il bambino deve sviluppare anche l'autodisciplina:

È necessario sviluppare al più presto possibile nei bambini piccoli una relazione attiva e positiva nei confronti delle richieste degli adulti, un desiderio di agire in armonia con queste richieste e di compiere ciò che è necessario. Qui sta il grande significato dei nostri sforzi volti allo sviluppo di un'autodisciplina cosciente, anzi i suoi elementi essenziali. Ognuno, compresi gli scolari più giovani, soddisferà meglio, più rapidamente e più gioiosamente, le richieste e le regole una volta che ne abbia il desiderio (p. 10).

Le scuole russe si propongono di educare il carattere (vospitanie); il loro scopo è di sviluppare una "moralità comunista" (p. 26). Le opinioni russe ufficiali sull'educazione dei bambini rispecchiano nello spirito alcune idee sostenute più di cento anni prima dal dottor Schreber, benché siano meno sconcertanti delle sue; egli infatti chiamava l'obbedienza libertà. Inoltre egli avrebbe sostituito il termine "comunista" con "cristiano."

In Russia l'educazione non ha successo con tutti. Ai nostri giorni gli psichiatri russi trattano come malati alcuni individui adulti che sono privi di "un desiderio cosciente" di riconoscere l'"esperienza e la saggezza" di coloro che governano la Russia. Gli psichiatri considerano le cosiddette "idee riformiste" come un sintomo di malattia mentale. Considerano molte persone che presentano questo "sintomo" come paranoiche, cioè esse immaginano di essere perseguitate, mentre in realtà non lo sono, perciò le trattano in conseguenza.

Nella utopistica società pianificata dipinta (1962 e 1971) da B.F. Skinner, psicologo di Harvard, il controllo di ogni essere umano fin dall'infanzia è così "scientifico" che non potrebbe verificarsi il caso di nessun dissidente dall'ordine stabilito:

Possiamo raggiungere una sorta di controllo tale per cui coloro che ne sono controllati, benché seguano un codice molto più scrupoloso di quanto sia mai stato quello nel vecchio sistema, tuttavia si sentono liberi. E fanno quello che vogliono fare, non quello che sono obbligati a fare. Questa è l'origine dell'immenso potere del rafforzamento positivo: non c'è nessuna costrizione e nessuna rivolta. Attraverso un attento programma culturale, controlliamo non il comportamento finale, ma l'inclinazione da cui dipende il comportamento: le motivazioni, i desideri, le aspirazioni.

Il fatto curioso è che in quel caso la questione della libertà non si solleva mai (Skinner, 1962, p. 262).

Di recente le opinioni di Skinner hanno avuto una grande pubblicità. Come il dottor Schreber e i russi, Skinner vuole ottenere un miglioramento della società attraverso una programmazione tale dei bambini che li porti a percepire e ad agire secondo certe modalità. Chiama i sistemi che adotterebbe "condizionamento" o "rafforzamento positivo"; il dottor Schreber chiamava i suoi sistemi "abitudine." Come il dottor Schreber, Skinner nasconde le sue idee sull'uomo, la mente e la società sotto una retorica di tipo scientifico; tuttavia Skinner ha poche prove scientificamente valide per sostenere la sua tesi e non ne ha nessuna per giustificare i suoi scopi.

Skinner ritiene di saperne abbastanza per cominciare a creare individui e culture migliori; anche il dottor Schreber la pensava così. Il dottor Schreber pensava che il suo sistema avrebbe costituito una prevenzione contro la malattia mentale. Si ricordi il rispetto accordatogli dalla società in genere, medici compresi.

Chi può garantire per gli "esperti"? Si supponga che esista, mentre in realtà non esiste, la tecnologia scientifica per "modellare" (il termine è di Skinner) i bambini: e se i "modellatori" fossero essi stessi modellati in modo tale da modellare dei bambini che da adulti diventassero pazzi? E se una tale società rendesse pazzi specialmente quei bambini che sarebbero stati i suoi critici potenziali? Costoro potrebbero essere gli unici a vedere come persecuzione ciò che gli "esperti" vedrebbero come "rafforzamento positivo" o "amore."

Una delle tesi di questo libro è che individui considerati paranoici vivono come persecuzione ciò che gli altri intorno a loro vivono in modo diverso. Il senso di persecuzione non è meno prevalente nella società occidentale che altrove, per quanto ne sappia. Perciò sarebbe un errore ritenere che ciò che ho detto si applichi solo a Loro - la Germania del dottor Schreber, i nazisti, la Russia sovietica o l'"utopia" di Skinner - e non a Noi.

Propongo un esperimento che potrebbe avere luogo in questa società: si faccia l'ipotesi che in casi di "paranoia," in cui non sia presente nessuna intossicazione o malattia organica, l'individuo che si sente perseguitato risponda al comportamento passato o presente di altri che sono o sono stati vicini a lui. Partendo da questo punto di vista, si inviti ogni membro del suo ambiente sociale a ricercare l'origine del suo senso di persecuzione.

Penso che questa sorta di spostamento dell'attenzione potrebbe illuminare (benché anche spaventare) tutti gli interessati. Potrebbe mettere in luce e in discussione alcune premesse nascoste della vita familiare "normale" che i più condividono e la riluttanza, che essi stessi condividono, a vedere o a mettere in discussione queste premesse. A causa di questa riluttanza, è molto più facile ideare un esperimento simile che portarlo avanti. Parte del lavoro che ho svolto in questi ultimi otto anni riguardava la liberazione di alcune famiglie o di alcuni gruppi sociali dalla riluttanza ad intraprendere progetti proprio di questo tipo.

Le questioni che ho portato avanti in questo libro toccano molti argomenti riguardanti certi sistemi umani macrosociali e microsociali. Forse non si può fare niente a questo proposito. Psicologia e psichiatria, in Oriente ed in Occidente, sostengono e amministrano lo stato di cose esistente; è più facile per l'Occidente vederlo fare all'Oriente, piuttosto che vederlo fare a se stesso. Se la psicologia e la psichiatria non mettono in questione lo status quo, c'è qualcun altro che possa farlo? Non so, forse noi, voi ed io, dilettanti e professionisti, siamo le risposte. Per parafrasare un detto che alcuni attribuiscono a Confucio: "Se vuoi correggere il tuo regno, devi correggere prima la tua provincia; per correggere la tua provincia, devi correggere prima la tua città; per correggere la tua città, devi correggere prima la tua tribù; per correggere la tua tribù, devi correggere prima la tua famiglia, e per correggere la tua famiglia, devi correggere prima te stesso; poi..."

 

 

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